Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Pipers, sonorità british di terra nostrana

Quando ascolti i Pipers, sulle prime, nemmeno ti sfiora l’idea che quel sound, così d’oltremanica, possa essere frutto del lavoro di quattro ragazzi italiani… anzi, per esser più precisi, napoletani. I Pipers sono una band pop-folk dal suono accattivante, vellutato (ascoltate ask me for a cigarette, e capirete cosa intendo!) e dal gusto dichiaratamente british. Ho avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere con Stefano, lead vocalist dei Pipers (voce, chitarra acustica e armonica, pianoforte), e gli ho chiesto di parlarmi del progetto musicale.

Allora, Stefano… quando si sono formati i Pipers?

La band è nata nel 2007, con una formazione che non è quella che c’è adesso. L’unico ad essere insieme con me dall’inizio è Stoo (mandolino, voce, tastiere). L’attuale formazione (oltre a Stefano e Stoo ci sono Marco, alla batteria, percussioni e voce, e Pedro, al basso e alla voce) è nata due anni fa, e la formazione rimarrà sicuramente questa.

Quindi siete soddisfatti dei componenti che suonano ora nei Pipers?

Siamo soddisfatti perché siamo amici!

Avete due dischi all’attivo. Vuoi parlarmi del disco di debutto?

Il disco di debutto è stato No one but us, registrato a Napoli nel 2010. Volevamo portare avanti questo progetto di rock inglese, fortemente derivato dal brit-pop… ma nel disco di debutto fai sempre il classico errore di un disco di debutto: vuoi assomigliare alle cose che ti piacciono. Il nostro primo disco, comunque, ci ha dato l’opportunità di fare un tour in Italia, e ci ha permesso di racimolare soldi da investire nel nostro secondo lavoro, Juliet Grove, che è uscito a febbraio.

È evidente una maturazione musicale tra No one but us e Juliet Grove.

Ero un po’ stanco delle chitarre elettriche: il suono della mia voce è morbido, e ci è risultato naturale orientarci verso sonorità folk e più acustiche. Non è stata una scelta ponderata, ma una naturale evoluzione del nostro sound.

Il nome del vostro secondo disco è curioso: Juliet Grove sembra il nome di una ragazza.

Juliet Grove è il nome della strada dove vivevamo a Wolverhampton, in Inghilterra, in casa di due indiani. Abbiamo registrato lì il nostro secondo album, e ricordo che, nel recarci in studio di registrazione, notai più volte il cartello col nome della via, ed ho pensato che suonava bene: sa di romantico, ed è emblematico del nostro soggiorno in Inghilterra di due settimane, svoltosi interamente tra Juliet Grove e il nostro studio di registrazione. Non volevo prendere il nome da una canzone dell’album, e poi, lì, abbiamo fatto anche tante fotografie, e la stessa copertina del disco è una foto di quella strada.

Come è nato il contatto col vostro produttore, David Monaghan (produttore, tra l’altro, degli Editors)?

Stavo ascoltando un album degli Ocean Colour Scene, prodotto da David Monaghan,e pensai che lui sarebbe stato perfetto per la produzione di Juliet Grove. Volevo un sound più inglese: il primo disco è registrato a Napoli, e c’era una chiara mano italiana. Non è possibile ottenere un autentico sound british se non contatti un produttore inglese. Gli ho fatto la mia proposta e lui ci ha risposto che il disco doveva essere registrato in 12 giorni: beh, direi che ce la siamo cavata alla grande.

Avete aperto i concerti di band di grosso calibro, quali gli Starsailor, gli Charlatans, i Turin Brakes…

Tutto nacque quando contattai il cantante degli Charlatans su myspace, e ci diede la possibilità di aprire un loro concerto a Milano. Il concerto andò bene, e quando suoni l’apertura di una band inglese importante le cose diventano più semplici. Poi è stata la volta di Ian Brown, ex cantante degli Stone Roses, e di Walsh (ex front-man degli Starsailor), che abbiamo accompagnato in tre date: a Varese, Milano e Napoli. Ma le nostre esperienze live più significative sono state senz’altro quelle con gli Ocean Colour Scene e i Turin Brakes, con i quali è nata una stima reciproca. Abbiamo suonato con loro a Northampton: ci hanno fatto i complimenti e siamo costantemente in contatto… e per uno, come me, che ha a casa i dischi dei Turin Brakes, è una cosa importante.

Ultimamente il numero dei vostri fan è aumentato.

Secondo me il fan è quello che ti compra il disco, e che, così facendo, ti dà la possibilità di proseguire il tuo percorso in modo autonomo. È molto importante l’attività svolta sui social, coinvolgere i tuoi contatti… e girare molto in tour. Crei una catena tra chi ti viene a vedere, ti commenta e posta le tue foto, e chi viene attratto dalle foto. Da febbraio abbiamo suonato spesso.

Quello che mi piace dei Pipers è il suo essere incentrato sulle persone: non abbiamo manager o agenzie che ci sponsorizzino, mandiamo avanti noi stessi la baracca. Quando penso alla mia band, mi vengono in mente le parole “onesta” e “umiltà“… dalla scrittura all’arrangiamento, al modo di proporre la nostra musica: anche al tg3 siamo arrivati in maniera umile. Chi non mi conosce crede che io sia superbo, ma mi imbarazzo quando, ai concerti, mi chiedono l’autografo o la foto. Io desidero che tutto ciò che venga realizzato dalla mia band sia onesto, e che abbia un valore artistico alto. Non ci sentiamo delle superstar… anzi, preferisco conoscere personalmente i miei fan.

E per il futuro?

Di materiale ce n’è già, ma per noi l’importante è evolverci e non restare simili a noi stessi.

A proposito di futuro, il 24 di maggio avete una data a Caserta, giusto?

Ci vediamo lì!

– Pipers, sonorità british di terra nostrana – Eroica Fenice –

Print Friendly, PDF & Email