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Eroica Fenice

Due chiacchiere con lo scrittore Giancarlo Marino

Il 28 novembre 2013 Giancarlo Marino, a soli 29 anni, presenta per la prima volta a Napoli, alla Biblioteca Nazionale, il suo romanzo d’esordio: Ragazzi Straordinari, Wunderkinder. Una storia di spionaggio ambientata in un mondo immaginario ispirato alla Berlino degli anni del Muro. Questa la trama  in breve, ma Wunderkinder è sicuramente molto di più: un universo di sentimenti ed ideologie complesse, di vicende personali appassionanti che si intrecciano con la storia, impreziosendola; si tratta di un libro “pittorico”, un tuffo in un passato ricostruito fedelmente, un inno ad una vita da toccare in tutte le sue sfaccettature.

Ma chi meglio dell’ autore può descriverci la trama? Giancarlo mi racconta una cosa che non avrei mai immaginato: cioè che la sua storia vede la luce in realtà non come la trama di un romanzo, ma di un fumetto, quando, nel 2010, frequentando un corso di sceneggiatura di fumetto alla Scuola Italiana di Comix, fu chiesto agli allievi di tracciare un fumetto di ambientazione storica. Fu allora che Giancarlo pensò per la prima volta a questi Ragazzi Straordinari, dei giovani eroi che aiutavano le persone a oltrepassare la frontiera da Berlino Est a Berlino Ovest. Quando finalmente, dopo varie esperienze, nella primavera del 2012, decise di mettere in cantiere il suo primo romanzo, scelse, tra i vari spunti del suo archivio, questa trama, trasponendola in un “mondo specchio”, in un paese immaginario, il Tragenstand, così vicino alla Berlino degli anni del Muro.

Perché un ragazzo così giovane, che non ha vissuto il peso di un mondo diviso, sceglie, in un momento così importante, per il suo romanzo d’esordio, uno spunto del genere? Mi dà una risposta tecnica, artistica, mi spiega che la dialettica oppositiva di un conflitto del genere permette di mettere in luce, parallelamente, anche quello ideologico e quello interiore dei personaggi; aggiunge poi un aneddoto della sua infanzia: ricorda le immagini della caduta del muro alla televisione, e di aver chiesto al padre – aveva solo 5 anni – perché dei vandali stessero abbattendo una costruzione pubblica.

Quando gli chiedo come ha iniziato a scrivere, mi racconta delle sue prime esperienze: come un bambino prodigio, a soli 7 anni, in un tema, compone l’ode allo choux, che sta gustando affacciato al balcone, creando “quasi un correlativo oggettivo montaliano tra il dolce e il dolce panorama napoletano”; il primo mentore sarà l’insegnante di Letteratura Italiana al Liceo, il Professor Gaudiello, che lo invita a coltivare quel talento ancora in boccio che vede affiorare dai temi; ma l’incontro più significativo è quello, nel novembre 2002, con la Bottega di Scrittura Creativa Homo Scrivens, e soprattutto con il suo responsabile Aldo Putignano, che all’inizio gli fornirà le basi e le tecniche per fare della sua ispirazione una vera e propria arte, e poi, dopo un percorso durato quasi 10 anni, lo renderà da allievo a vero e proprio insegnante del Laboratorio stesso.

Mi faccio raccontare del momento dell’ispirazione: mi dice che senz’altro è importante, ma che “per poter scrivere bisogna essere un po’ Apollo, un po’ Dioniso, ma anche un po’ Efesto!”, perché “l’ispirazione è una scintilla, ma bisogna poi da quella scintilla sostenere il fuoco, che deve ardere e riscaldare, si deve avere cioè la costanza di reificarla, per renderla reale, per renderla una vera storia, facendo intervenire il mestiere, il lavoro artigianale che supporta la storia, con la tecnica, la costanza nella scrittura, e la riscrittura, le prove continue e i rifacimenti”.

Incuriosita da questo mondo immaginario così complesso, e allo stesso tempo così fedele storicamente alla Berlino degli anni ’70- ’80, gli domando spiegazioni su ciò che l’ha ispirato: quando parla dell’estrema attenzione nel suo lavoro di documentazione storica, non posso non notare l’accuratezza del suo procedimento, che è in tutto e per tutto filologico: nell’ASTI, la società segreta del romanzo riconosciamo la STASI, nel fiume che divide la città lo Sprea, che non era abbastanza profondo per le sue esigenze, e quindi con la matita, e con l’aiuto di google art Giancarlo per il suo libro ne schizza un altro, torna sul posto, fa misurazioni. Anche la cornice artistica è importante: “Fondamentali sono stati i film di Wim Wenders, la pittura espressionista, la musica elettronica tedesca, ma anche quei musicisti anglosassoni come David Bowie, o gli U2, che hanno fatto della Berlino del Muro a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 il loro fulcro ispirativo, e naturalmente quell’enorme affresco, forse fortunatamente perduto, che era il Muro di Berlino nella sua parte occidentale completamente ricoperta di murales”.

Passando agli aspetti pratici, del lavoro di composizione vero e proprio, delle difficoltà, e  delle soddisfazioni, mi dice che il nemico più grande e la noia, perché certo “un libro non è fatto tutto di scene madri”, ma l’importante è riuscire a trovare, anche in una descrizione, nel gesto di un personaggio, qualcosa di appagante che spinga a continuare. Le più grandi soddisfazioni arrivano, in una fase “immersiva”, cioè di scrittura, nel vedere il proprio talento evolversi ogni giorno, in una fase “emersiva”, nel rapporto col pubblico, quando ricevi l’apprezzamento non solo dei ragazzi, che, per ovvi motivi, possono essere attratti dalla trama, ma anche dai più adulti, che hanno vissuto quegli anni e quei momenti. A tal proposito mi racconta un aneddoto particolare, legato al rapporto coi lettori: ad una fiera a Pisa una ragazza, tale Alice, dopo aver acquistato il libro, tornò per ben tre volte per ricevere l’autografo, e, per delle coincidenze sfortunate, non riuscì ad avere la dedica… “spero l’anno prossimo di ritrovarla! C’è una Alice che ancora cerca il suo Bianconiglio Giancarlo!”.

Giancarlo Marino mi parla poi della sua Musa, di Carmela, la sua fidanzata, che oltre ad essere la sua prima lettrice ha svolto un vero e proprio lavoro di pre-editing del romanzo, un aiuto e un supporto impagabili per il nostro autore. Un ringraziamento particolare va ad Aldo Putignano, che oltre ad essere l’editore di Giancarlo è colui che gli ha fornito le basi dell’arte, e lo ha concretamente immesso nella carriera scrittoria; non tralascia poi di ricordare con affetto gli amici de La Conversazione del Pasticcio, che ogni settimana si riuniscono per condividere la passione per la letteratura e la scrittura, che sono stati spesso uno sfogo e un aiuto defatigante dall’attività editoriale e letteraria in senso più professionale.

L’ultima domanda forse è un po’ di rito: gli chiedo lo scopo del suo libro, il fine della sua scrittura, che cosa, cioè, vorrebbe che rimanesse ai suoi lettori dopo aver letto il suo romanzo. Mi risponde che nel libro non c’è un solo messaggio, ci sono tante idee, tante opinioni, quelle appunto dello scrittore, che possono essere confutate, smentite, o apprezzate: ma ciò che Giancarlo si augura davvero è “dare un punto di vista sulle cose, una prospettiva, così che il lettore sia sollecitato a farsi una propria idea, che sia uno spunto che possa cambiare, non tanto e non certo le persone, i lettori, ma che li aiuti a riflettere, a crearsi uno sguardo proprio sulle tematiche affrontate affinché possano, non cambiare ciò che vedono o i loro occhi, ma il loro modo di guardare alle cose. Ovviamente se cambiasse questo sguardo anche solo di un battito di ciglia, per me sarebbe già un risultato grandissimo”.

 Hai letto: “Una chiacchierata con Giancarlo Marino”

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