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Eroica Fenice

Tommaso Primo e la vera essenza di Napoli

Tommaso Primo rappresenta uno degli cantautori emergenti più interessanti della sfera musicale partenopea che negli ultimi anni sta producendo artisti originali e talentuosi. Attraverso la sua musica e la sua sensibilità da 23enne, disegna con la voce immagini legate a un microcosmo di multiformi personaggi che popolano ‘e vic e Napule’, parla di emozioni semplici ma reali, canta di idee e passioni con una voce delicata e un napoletano che sembra uscito da un’altra epoca. Riesce a descrivere, attraverso immagini musicali poetiche e mai banali, la Napoli semplice e sincera, la Napoli dalla battuta sempre pronta e generosa, quella Napoli spontanea che ci piacerebbe vivere tutti i giorni e di cui molto spesso ci dimentichiamo.  Tommaso Primo ama raccontare e far uscire alla luce del sole con le sue canzoni le storie degli ‘Ultimi’, persone che, dimenticate e lasciate ai margini, rappresentano invece la ricchezza genuina e le radici della nostra società.

Lo scorso anno è uscito il suo primo EP ‘Posillipo Interno 3 il cui nome prende spunto da un indirizzo fasullo che gli andava ripetendo una ragazza alla quale Tommaso era interessato ai tempi del liceo. Dal ‘depistaggio’ è nato però il disco che, partendo da mescolanze di ispirazini musicali differenti, si presenta come un prodotto originale che non lascia indifferente l’ascoltatore il quale si sente coinvolto emotivamente dalle dolci sonorità e dalle parole nate dalla creatività del giovane cantautore.

In ‘Posillipo interno 3’ si evince un rapporto forte con il quartiere di Posillipo, c’è forse anche una critica velata ad un luogo che una volta era genuino ed ora non lo è più?

Da quel che ne so, Posillipo, un tempo, era un borgo di pescatori. Io vivo a Marechiaro che è un posto incantato dove questa mentalità regna ancora incontrastata. I personaggi ci sono ancora e, concedimi una battuta, andrebbero tutelati. Ho passato gran parte della mia infanzia e adolescenza nel ristorante di mio nonno, poi passato ai miei zii, fra cuochi, camerieri, clienti strambi, parcheggiatori ‘abusivi autorizzati ‘. Definisco questa categorie di persone ‘geni analfabeti’ che mi hanno fatto un po’ da padre, avendolo perso io da bambino. Napoli mi ha dato, dunque, l’opportunità di osservarla da un punto di vista privilegiato. 

Passiamo allora dai geni analfabeti alla cosiddetta ‘Napoli bene’: dalle tue canzoni sembra quasi che tu voglia restituire una spontaneità e un’umiltà al popolo napoletano che molto spesso sembrano rimaste sepolte sotto uno strato di falso perbenismo e vestiti firmati. È così? 

La ‘Napoli bene’ è un mondo malato. Le nuove generazioni sono vittime della moda dell’apparire. Si pensa alla facciata, mai all’essenza. La musica, l’arte in generale, quella vera, spontanea e non studiata a tavolino, è l’unica che può arrivare all’anima e, sfregiandola con la poesia, cercarle di farne fuoriuscire la bellezza

Il video di ‘Gioia‘ ha superato le 60 mila visualizzazioni su youtube. Nel tuo EP  però ci sono anche canzoni forse non adatte a un pubblico di massa, come ‘Salita Paradiso‘. C’è una canzone alla quale sei più affezionato?

Le canzoni sono un po’ come i figli anche se i cantautori, a volte, si comportano come padri indegni. È vero, non tutte le mie canzoni sono adatte ad un pubblico di massa e, quando l’ho compreso, all’inizio, ci rimasi un po’ male. Una fan, recentemente, però, mi ha detto “La tua musica è mentalità” e io, che sono un grande sostenitore degli Ultras del Napoli, ho capito il concetto della cosa.

La prima canzone che hai scritto ‘Canzone a Carmela’ prende spunto da una storia tragica, il suicidio di una tua conoscente: il testo è molto semplice, ma estremamente poetico se pensiamo che l’hai scritta a 13 anni. Hai poi continuato a scrivere durante l’adolescenza. Che studi hai fatto?

Mi sono diplomato al Liceo Classico Umberto I e, insieme al ristorante, è stata la scuola più importante che ho frequentato. L’Umberto è una mescolanza di ceti sociali e correnti di pensiero in continuo scambio fra le aule e il cortile adiacente la scuola. Terminato il liceo, mi sono dedicato completamente allo studio della chitarra e del canto.

Che tipo di musica ascolti?

Tutta, dai neomelodici a James Taylor, dai rapper a Sergio Bruni, passando per i Coldplay, Caetano Veloso, David Bowie ai cantautori italiani che andrebbero tutelati di più. I cantautori italiani infatti hanno scritto alcune delle pagine più interessanti della musica nostrana e oggi sono stati sostituiti dalla musica di plastica. Inoltre, persone come Guccini, De Andrè, Rino Gaetano, Dalla, De Gregori, andrebbero studiati sui libri di scuola.

È raro ascoltare di questi tempi canzoni cantate in una lingua napoletana così delicata e mai sguaiata…il napoletano per te è l’unica lingua, quella ‘dell’ anima’?

Io non so scrivere poesie in italiano. Però ho imparato da Peter Gabriel e Nino D’Angelo che c’è una cosa che va oltre la lingua, quella cosa è il suono.

Napoli è la tua fonte d’ispirazione e la tua città, ma è anche una realtà difficile specialmente per i giovani che spesso sono costretti ad emigrare all’estero o al nord. Pensi che ci possa essere un futuro in questa città per l’arte e la creatività?

A Napoli c’è tanta arte degna di nota, dipende tutto da chi è interessato ad incoraggiarla. Per quanto riguarda il lavoro, beh, noi abbiamo una miniera d’oro a disposizione che la mala politica non ha mai saputo far risplendere e dal quale non ha mai saputo attingere ricchezza da distribuire ai cittadini. Io penso che se si crede in una cosa, quella cosa si realizza.

 Quali sono i tuoi  progetti futuri?

Un nuovo disco in cui  ci sono nove storie d’amore ambientate a Napoli, ma non posso dire nulla.

Ti hanno definito il cantautore degli ‘Ultimi’. Ti ritrovi in questa definizione?

Mi chiamo Tommaso Primo e se vero che i primi saranno gli ultimi, io sono il cantautore degli ultimi.

Ringraziando Tommaso Primo per la disponibilità, auguro a lui e ai giovani e coraggiosi artisti di questa città il successo che meritano.

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