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Eroica Fenice

Il capitano è fuori a pranzo: un BOOKowski qualunque

Il 9 marzo del 1994 ci ha lasciati. Ci ha beffato con la sua follia e la sua sregolatezza e se n’è andato.
Non oso immaginare cosa diamine starà facendo adesso, chi starà intrattenendo con i suoi discorsi e le sue favole, a quale stupido diavolo starà raccontando dell’inferno che c’è quassù.
Il tema del libro è la morte, attesa con irriverenza e senza alcun rimorso, perché non è la morte in sé a esser terribile, ma son terribili tutte le vite non vissute.
Diceva che buttar giù qualcosa con l’inchiostro significava incontrare ogni volta la morte.
Io invece, dopo averlo letto, penso che scrivere voglia dire essere faccia a faccia con la vita, tirarla fuori dal taschino, giocarci a nascondino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo.
Oggi più di prima, non è difficile ascoltare i discorsi della gente che lo riteneva troppo volgare, troppo duro, semplicemente troppo:
“È completamente fuori!” – senza dubbio.
“Solo un alcolizzato. Si è bevuto anche il cervello!” – può darsi.
“Un matto.” – e forse lo era.
Eppure noi, a distanza di oltre vent’anni da quando è venuto a mancare, ancora ce ne ricordiamo e, in fondo, continuiamo a sperare che un giorno tutti i nostri problemi possano risolversi così, facendo qualcosa di insolito, magari di strano, di sicuro qualcosa che gli altri non avranno mai il coraggio di fare.

Il titolo?
Io lo interpreto così: il capitano è fuori a pranzo. E chi è che prende il controllo della nave quando non c’è un comandante?
I marinai, la gente comune.
Fotografia perfetta di un mondo che necessita di trovare un nuovo qualunque Bukowski, lo stesso mondo impegnato a collocare ai margini le persone di cui ha bisogno.
Sono persone, spesso, un po’ fuori dai “ranghi”.

Un diario di bordo del capitano, forse un testamento letterario, che non manca di rallegrarci con il suo menefreghismo e la sua sottile ironia.
Numerose le critiche a poeti, giornalisti, filosofi, alla Hollywood intera e addirittura all’eccessivo sentimentalismo di William Shakespeare.
Gli inviarono una lettera accusandolo di non poter criticare Shakespeare, altrimenti i giovani avrebbero finito per credergli evitando anche solo di provare a leggerlo. Rispose: “Fottiti, amico. E se vuoi saperlo non mi piace nemmeno Tolstoj!”

Per molti era un pazzo a cui piaceva fumacchiare, annegato nell’alcol e nelle passioni. Non avevano tutti i torti. Ma per chi non si è perso una sola virgola di quello che ci ha lasciato era un sognatore, un anticonformista, la forza di quella stradina di San Pedro.
Era i suoi stessi personaggi, che tra le sue dita prendevano vita.

-Un BOOKowski qualunque (Recensione de “Il capitano è fuori a pranzo”)-