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Eroica Fenice

Io non taccio, essere giornalisti in Italia

Io non taccio, essere giornalisti in Italia

Io non taccio – l’Italia dell’informazione che dà fastidio è il racconto narrato in prima persona da otto giornalisti che, nonostante minacce ed intimidazioni, sono riusciti a raccontare realtà scomode, utili per comprendere fenomeni complessi  altrimenti incomprensibili.  Sono le storie di Federica Angeli, Giuseppe Baldessarro, Paolo Borrometi, Arnaldo Capezzuto, Ester Castano, Marilù Mastrogiovanni, David Oddone e Roberta Polese che, pretendendo il legittimo diritto di cronaca, hanno deciso di non tacere assumendosi un impegno civile che nell’Italia degli indignati inconsapevoli non è mai scontato. Ne scaturisce il quadro di un Paese che nelle dinamiche del potere e della criminalità non conosce distinzioni, che diffama per distruggere l’uomo prima delle sue parole.

L’importanza dei giornalisti in una democrazia 

Sebbene sia ormai noto che una democrazia sana necessiti di un giornalismo indipendente,  si continuano a sottovalutare ed ignorare le difficoltà che i giornalisti incontrano nello svolgere il loro lavoro. I giornalisti, come scrive David Oddone, hanno «un grosso potere, quello di informare, di raccontare la realtà, di elevare le coscienze, di stanare il marciume. Se non ci fossero giornali e giornalisti, non ci sarebbe neppure la libertà e la democrazia». Nel riportare i fatti vi è il dovere di scrivere non solo elementi giudiziariamente rilevanti ma anche ciò che è di pubblico interesse: un legame di parentela o d’amicizia, se indifferenti sul piano giudiziario, possono essere moralmente e politicamente rilevanti.

Un “mestieraccio”

Se i nomi ormai noti hanno il supporto del grande pubblico o del giornale nazionale per cui lavorano, così non è per i cronisti locali che, grazie alla conoscenza del territorio e delle sue dinamiche, intuiscono l’importanza di elementi che possono sembrare insignificanti e, invece, sono parte integrante di un grande puzzle impossibile da ricostruire senza averli prima trovati. L’espansione delle criminalità organizzate anche nel nord Italia è cosa ormai accertata dalla magistratura, eppure si continua ad ignorare l’importanza e la portata del fenomeno. Proprio perché si tratta di dinamiche nuove per chi non le ha mai osservate da vicino necessitano di un’attenzione maggiore, di un’osservazione accurata delle amicizie, dei legami politici-imprenditoriali, delle nomine politiche legate a fenomeni di clientelismo.  Quel “mestieraccio”, il giornalismo, come lo descrive Arnaldo Capezzuto, «è infiltrarsi; è entrare dentro; è socializzare con il territorio; è costruire ponti; è capire i fenomeni. È diventare parte di una vicenda».

Davide contro Golia

Ed è proprio nella ricerca di questi elementi che giovani giornalisti, il più delle volte sprovvisti di mezzi e risorse necessarie, incontrano le intimidazioni, inizialmente incomprensibili ma significative,  di un sindaco o di un assessore, i “consigli” di un collega o di un conoscente, gli avvertimenti del potente di turno. La minaccia, nella maggior parte dei casi, si traduce in una querela che comporta spese che non possono essere affrontate o l’inizio di una diffamazione volta a screditare la persona per colpire le sue parole. Il perché una querela sia più efficace di un agguato per zittire un cronista lo spiega un mafioso a Giuseppe Baldessarro «I giornalisti non si ammazzano. Non conviene. Se fai una porcheria del genere ne arrivano cento altri, e pure gli sbirri s’incazzano perché il Governo gli chiede conto ed è finita la pace. […] I giornalisti te li puoi comprare, gli fai avere un incarico da qualche parte, con qualche “amico”, gli risolvi un problema serio. Gli fai fare un po’ di bella vita, gli aggiusti delle situazioni e poi non hai bisogno di altro. Manco gli devi chiedere niente perché loro si sentono in obbligo. Se non ti puoi comprare il giornalista, vedi di avvicinare un altro che nel giornale conta, uno di quelli che decidono. Stesso metodo, con la certezza che i pezzi non escono o finiscono dove non li vede nessuno». Ci si ritrova soli e scoraggiati a svolgere inchieste, a tessere trame che spesso portano ad indagini ed infine a condanne. Ne scaturisce il sentirsi «come Davide che deve affrontare il gigante Golia» come scrive Roberta Polese perché «un rinvio a giudizio, una richiesta di risarcimento danni, sono incubi che – lo vuoi o no – generano sentimenti di paura e di angoscia». Una retribuzione sicura o un’adeguata copertura legale, quindi, permetterebbero un sereno svolgimento, perlomeno sul versante economico, di ricerche lunghe e difficili ma, tuttavia, così non è. In un periodo in cui anche le grandi testate nazionali non riescono a vendere abbastanza copie con conseguente diminuzione di introiti pubblicitari, è evidente che web-magazine, blog e quotidiani locali non possono assicurare le dovute garanzie economiche e legali.

Io non taccio rende al meglio l’idea di cosa significhi essere giornalista oggi in Italia e di quanto si debba amare questo lavoro per farlo nonostante la paura che, come scrive Marilù Mastrogiovanni, è  «una vertigine che dura il tempo di abbassare le mani che per un attimo rimangono sospese sulla tastiera. Io scelgo, le mani s’abbassano, scrivo e resto».

 

 

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