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Eroica Fenice

Isabel Allende e i segreti della storia: Inés dell'anima mia

Isabel Allende e i segreti della storia: Inés dell’anima mia

Rovistare tra le scartoffie della storia per estrarne segreti e memorie: Inés de Suarez

La storia scritta e ufficiale non è sempre la faccia corretta della medaglia, come quella di Inés. Non è sempre la prospettiva migliore attraverso cui spiare gli avvenimenti: è molto più affascinante immergersi nella storia non scritta, quella che si annida tra le pieghe dei secoli, scrostare la polvere dai tanti anni di silenzio e di reticenze, e chissà, anche romanzarci sopra e fantasticare sulla memoria di quello che fu.

È esattamente ciò che ha fatto Isabel Allende, primadonna di ferro della letteratura sudamericana: insaziabile, vorace e avida come sempre, ci consegna la testimonianza di una storia sconosciuta ai più, ma che merita di essere sventrata e scandagliata per non andare perduta tra le macerie della memoria. Il lavoro compiuto dalla Allende è un lavoro minuzioso, quasi da attenta filologa, ma al tempo stesso un’abile e portentosa opera di fantasia, una commistione che filtra la storia immanente sgranando perle di realismo e cristalli di immaginazione.

La trama che la scrittrice ricama sul suo prezioso telaio tocca più di un genere letterario: dal romanzo storico alla storia d’amore passionale propria del realismo magico sudamericano, passando per l’epica di ampio respiro, con larghe descrizioni di scene avventurose frammiste ai paesaggi caldi e lirici di quel Cile selvatico non ancora calcato da impronte umane. Selvatico come gli indios, caldo come la loro pelle bruciata dal sole impietoso e come i loro occhi iniettati di sangue latino.
La storia è quella di Inés de Suarez, donna spagnola che ha avuto il merito di partecipare alla Conquista del Cile nel 1840 in qualità di donna del famoso Pedro de Valdivia: non prese parte all’epopea come compagna passiva e sottomessa, ma seppe destreggiarsi come un felino tra le pampas, le erbe secche e gli assalti dei nemici, sincronizzando il suo respiro di donna al ritmo dei tamburi di guerra. La Allende riannoda convulsamente i fili della storia e fa partire il suo romanzo in medias res, osservando l’orizzonte attraverso le lenti di una Inés  ormai vecchia e travolta dai cumuli dei propri ricordi febbricitanti. Inés parla alla sua immagine accartocciata al di là dello specchio:

Quando mi guardo nello specchio d’argento, il primo regalo di Rodrigo per le nozze, non riconosco la nonnina coronata da capelli bianchi che a sua volta mi guarda. Ma chi è questa, che si burla della vera Inés? La esamino da vicino nella speranza di trovare in fondo allo specchio la bambina con le trecce e le ginocchia sbucciate che ero, la ragazza che scappava nei frutteti per fare l’amore di nascosto, la donna matura e appassionata che dormiva abbracciata a Rodrigo de Quiroga. Sono lì, appostate, ne sono certa, ma non riesco a intravederle.”

Attraverso lo specchio, rivediamo quella Inès giovane, preda mansueta del suo primo marito, Juan de Malaga. Juan che l’aveva svezzata e iniziata alle pratiche della sessualità come in un rito misterico celebrato nei campi sudamericani, tra spighe di grano e latrati di animali, per poi rivelarsi infedele e abbandonarla, lasciandola sola a tirare avanti la carretta della propria vita fatiscente. La vediamo incassare il colpo dell’abbandono per poi rinascere nell’incontro col grande ed autentico amore della sua vita, Pedro de Valdivia: ai due basta guardarsi negli occhi  per capire di aver passato la vita a girare in tondo per poi incontrarsi nella polvere di un cortile. Pedro de Valdivia, conquistador spagnolo, uno dei tenenti di Francisco Pizarro, la sceglie come propria compagna di vita: sceglie proprio lei, quella donna forte e fragile allo stesso tempo, sanguigna e salda che la vita aveva temprato come una guerriera, quella donna affamata di vendetta contro il mondo e decisa a riprenderti la serenità di un amore nuovo , ma che non sapeva che sarebbe entrata nella storia come la figura chiave di un’epopea, l’epopea della fondazione di Santiago del Cile. Quella donna che si sarebbe mangiata la terra pur di avere la sua vendetta contro il mondo, i fantasmi e la storia, quella donna che avrebbe divorato l’universo per racchiudere tutte le stirpi del mondo nel suo seno.

Il racconto di un’epopea di conquista, tra coraggio e amore ostinato

La Allende ci narra con stile febbricitante l’avventura nel deserto, la forza d’animo di una donna che difende con le unghie e con i denti gli ideali condivisi col proprio uomo: l’attenzione alla storia del Sud America è una cicatrice che brucia in tutta la letteratura sudamericana, e la Allende non si risparmia, racconta, fantastica, riscrive e denuncia.
Disegna sul foglio il volto marcato di Inés che non si tira indietro di fronte all’eventualità di combattere contro gli indios, e che sopporta a pugni stretti addirittura i continui tradimenti di Pedro, giustificandolo, vivendo nel suo culto e dando prova di un’ostinazione ferrea.

Nessuno amò Pedro più di me, nessuno lo conobbe meglio di me, ed è per questo che posso parlare con cognizione delle sue virtù così come poi sarò costretta a non tacere dei suoi difetti, che non erano lievi. E’ vero che mi tradì e si comportò da codardo con me, ma persino gli uomini più integerrimi e coraggiosi sono soliti deludere noi donne

Purtroppo, quasi come una maledizione marchiata sulla sua pelle, Inés viene abbandonata per l’ennesima volta, anche da Pedro. Furibonda e cocente di dolore, dopo aver servito con una forza da mula l’uomo da lei venerato e per il quale avrebbe dato la vita, si rifugia tra le braccia docili del “braccio destro” di Pedro, Rodrigo de Quiroga. Un tradimento per ripicca, un amplesso tra le lacrime immaginando il corpo del suo Pedro, quel Pedro infedele che l’aveva prosciugata più della sabbia del deserto.  Insieme a Rodrigo coltiva una passione tiepida, abbandonandosi al tedio dell’amore maturo e disilluso, ma continuando a farsi bollire le viscere al solo ricordo del suo Pedro.

Così  nello straziante finale, dopo un’accavallarsi di situazioni, Inés racconta: “Nel mio delirio sentivo con chiarezza le grida di Pedro de Valdivia e la sua voce che prendeva commiato da me per l’ultima volta: “Addio, Inés dell’anima mia…”.