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Eroica Fenice

Memorie “proibite” di una geisha

Prendete un manichino di qualsiasi colore, anzi, prendetene uno che tra un mucchio, ha le tinte di lattice mediterranee di colore, e taglio orientale dell’occhio, ovviamente; labbra sofisticate, che appaiano semplicemente di stampo tradizionale quanto il nome di ciò che potrà esserne: una geisha, “persona esperta delle belle arti”, estrapolata dalle sue memorie impolverate dalla tenerezza dell’età. Il Times ne scriverà come una “splendida rievocazione” di storie di donne legate ad una tradizione che sta scomparendo, in seguito alle esigenze di modernizzazione dell’uomo orientale. Ma la verità, quella fornitaci dal celebre romanzo, è la triste storia di routine di una giovane adolescente costretta a scampare alla poveraccia vita di strada, e chi sa? Forse prostituzione, fornitagli  dal destino di sventure familiari e cicliche. Una giovanissima protagonista nel fiore dell’innocenza scopre questo enigmatico mondo giapponese, che da sempre affascina l’occhio indiscreto occidentale: Memorie di una geisha è il vortice di malinconia che una donna nutrirebbe per il fascino del costume, ma nasconde un’omologazione d’identità istruita a suon di regole da gerarchie mercantili.

Conduciamo la nostra esistenza come acqua che scende lungo una collina, andando più o meno in un’unica direzione finché non urtiamo contro qualcosa che ci costringe a trovare un nuovo corso”.

Poche righe, quelle che descrivono lo stato d’animo interiore che per molto tempo, delle geishe  restava celato, nell’ammalio del mistero all’orizzonte. Ciò che però rattrista, comparando l’eccellenza romanzesca linguistica, è l’atmosfera suscitante sacralità immane, e solo un film omonimo tratto dal best seller poteva rinforzarla. Un misticismo di seducente coltre artistica, che dovrebbe aiutare l’impressionismo diversificato dai mass media a recidere un punto di vista meramente estetico. Memoria di una geisha è infatti il percorso che tende a catturare il superfluo residuo di ciò che è stato della favola di Dorian Gray, catapultata nella condizione di pseudo-emancipazione femminile raccontataci a suon di barzellette dai cronisti asiatici. Qualcosa che ci rappezza una fantastica visione distorta di ciò che rende bello l’artificio incorporato da una carne che cammina; poi lentamente inizia a robotizzare quel che si differenziava dai cuori macchinosi che specchiano l’anima. La storia distorta ed enfatizzata con provocazione, dallo scrittore Arthur Golden, altro non vanta se non la superflua condizione di estremismo esibizionista di cui ogni giovane fanciulla può cibarsi, ma a patto di annullare quel che tradizionale etica non possiamo definire: chiarezza di sé, espressione personale, gestualità leggera. La storia di una donna che tentenna, e oltre le pagine di questo riassunto travisato di “Storie proibite di una geisha”, protegge i volti di chi la tradizione giapponese la fonda sull’ignoranza popolana e la leggenda metropolitana. È un libro che scalda il cuore di noiosa dedizione all’indottrinamento inerte, tra un rituale cronometrato ed un’acconciatura scomoda. E allora perché restare a bocca aperta, di fronte a questo spettacolo monotono che limita la donna ad intatto gingillo, dedito allo studio del concetto d’artifizio? Chi sarebbe disposto ad abbracciare questo stereotipo di vita in nome della tradizione? E soprattutto, come mai accettiamo questo fascino per il diverso confondendo l’atmosfera di retorica fiabesca addirittura in arte? Fosse un’arte anche fare l’accompagnatrice, allora capirei. Ma non vi è arte nel sedurre con lo sguardo per mestiere, è peggio che vendersi col corpo! Dare via la sensazione di poter scegliere, per evacuare dal mondo degli adulti: perché una geisha sarà eterna bambina, immatura verso una società che non valuta ciò che la rende ma ciò che mostra, diventando l’apparenza nella minuzia della pratica. Allora, per riprendere la citazione tratta proprio dal racconto, riflettiamoci un attimo: può un artista scegliere la propria esibizione, se fa la geisha?

         Memorie “proibite” di una geisha