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Eroica Fenice

Elizabeth von Arnim

Il giardino di Elizabeth von Arnim per la Fazi Editore

Alla fine dell’‘800, al tempo della borghesia come metafora di vita, dei salotti di vita mondana, c’è qualcuno che riesce ancora a sognare terre lontane di solitudine e silenzio, terre di contemplazione e ripiegamento. Un locus amoenus al quale appellarsi, nel quale rifugiarsi di nuovo. Il giardino infatti, che per il suo aspetto si configura come una selva incontaminata, è l’incarnazione di questo sogno per Elizabeth von Arnim.

Scrittrice australiana, il suo primo libro del 1898 Il giardino di Elizabeth è strutturato come pagine di un diario, o come lettere spedita a se stessa. Spesso infatti Elizabeth von Arnim parla tra sé e sé quando succede qualcosa che la turba. Il turbamento è sintomatico del ritorno sui propri passi. Il suo rifugio è etimologicamente un luogo del ritorno. Il senso della ripetizione è insito nelle sue attività quotidiane, che diventano tali solo perché è la sua passione a necessitare questo tipo di meccanicità nei movimenti, al contrario del senso grigio del quotidiano dei giorni in città, nel mondo borghese. Ora, nel suo universo incantato del giardino, nessuna convenzione conta più, non ci sono più vestiti ampi da mostrare, nessuna ostentazione. Solo le mani nude immerse nella terra.

Tutto questo è recuperato dalla Fazi Editore per la collana Le strade, con la traduzione di Sabina Terziani del primo scritto pubblicato da Elizabeth von Arnim. Il suo contatto così diretto con quel mondo incontaminato provoca ancora più scalpore considerando la natura di questa donna: un’artista che vede colore ed eccitazione in ogni dove. «Ora che si è sparsa la voce che passo le giornate fuori casa con un libro in mano, tutti sono convinti che io sia, per dirlo in modo educato, eccessivamente eccentrica, e non c’è anima viva che mi abbia visto ancora cucire o spignattare». Tutto sotto il controllo dell’Uomo della Collera. È così che con la sua ironia canzona suo marito.

Un tono sarcastico che Elizabeth von Arnim non dedica solo al suo consorte. La città era stata la meta necessaria per il lavoro di suo marito, e adesso, sempre seguendo le necessità dell’Uomo della Collera, Elizabeth si trova in questo mondo fatato, nel quale dovrà trascorrere l’inverno, periodo di grandi balli e feste mondane in città. Così non è raro che la nostra eroina si ritrovi a battibeccare con grandi signore che quasi la compatiscono per la sua condizione di «brava mogliettina» costretta a una vita nella natura. Nessuno sa cosa si celi in questo fuoco di donna.

Il giardino è luogo di scherzo, ma anche di un’ascesi religiosa che avviene in queste brughiere, perché «attraversarle con il viso rivolto al sole che tramonta è come trovarsi al cospetto di Dio». Sono questi i momenti solenni di contemplazione, perché è qui che inizia la vita vera, in questo luogo in cui ci si consacra alla natura, in cui si è felici come nel tempo dell’inconsapevolezza. Come una bambina, Elizabeth non teme di sporcarsi nel terreno, sul quale gioca con le sue bambine, come in un idillio matissiano, alla ricerca di una pacificazione eterna, e lungo le righe delle pagine di questo volume risalta un desiderio di danza continuo.

Il Paradiso terrestre è stato reso possibile con duro lavoro. Elizabeth von Arnim conosce a malapena i rischi del mestiere, ed è così che il giardino si fa veicolo di insegnamenti che trascendono la mera botanica

Il discorso si complica quando a essere implicati sono il senso del dovere e la pazienza, quella che il mondo caotico borghese di metà ‘800 (non poi così lontano da noi) è in realtà in grado di rispettare. Il giardinaggio è così lezione di vita, è imparare dai fallimenti, è ripartire da questi per far crescere una pianta più florida di quella che si aveva in mente all’inizio.

Indica tutto con il proprio nome, un nome esatto, come se questi fiori fossero i suoi compagni di vita. «Non c’è creatura vivente che possa in minima parte capire con quanta trepidazione aspetto la fioritura delle mie rose». La delicatezza di questo mondo si contrappone ai pettegolezzi della vita quotidiana, all’insensibilità di coloro che non potranno mai capire quanta forza sia in una donna come Elizabeth von Arnim. Agli occhi di quegli individui, Elizabeth dovrà sempre tendere alla perfezione. Al solo pensarci, già sente il gelo percorrerle la schiena, sintomatico dell’imminente ritorno alla normalità.

Un’opera scorrevole e coinvolgente, che porta in auge una delle prime figure femminili dell’’800 a sottolineare le catene di un’esistenza che è ormai detenzione, ma che a tutto questo sa rispondere con un candido e forse non così ingenuo «sogno di pace rosa e viola».