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Eroica Fenice

Stivali di gomma svedesi di Henning Mankell

Stivali di gomma svedesi, l’ultimo romanzo di Mankell

Stivali di gomma svedesi è l’ultimo romanzo che Henning Mankell (1948-2015)  ha scritto prima della morte, sopraggiunta a 67 anni a causa di un tumore polmonare. Scrittore di gran fama e tradotto in tutto il mondo, Mankell è noto principalmente per i suoi romanzi polizieschi, molti dei quali hanno come protagonista il commissario Wallander. Apparso in originale nel 2015 con il titolo Svenska gummistövlar, Stivali di gomma svedesi arriva a noi,  dal 6 ottobre, con la traduzione di Laura Cangemi e Andrea Stringhetti, edito dalla Marsilio Editori.

L’ultimo romanzo di Mankell va al di là del “giallo” che lo ha reso famoso. È un libro sulla solitudine, quella solitudine che si prova quando si arriva alla consapevolezza che la propria vita sta finendo, e che nessuno che sia veramente amico è pronto a condividere questi momenti.

La trama di Stivali di gomma svedesi

Il protagonista del libro è Frederik Welin, medico in pensione che vive ritirato in una remota isola del Mar Baltico. In una fredda notte d’autunno, mentre un vento freddo soffia da nord Welin si sveglia di soprassalto, colpito dal bagliore improvviso della sua stessa casa in fiamme, dalla quale riesce a fuggire, portando via con sé solo un paio di vecchi stivali di gomma svedesi. Spaiati. A settant’anni, oltre a quegli stivali spaiati, una roulotte e una piccola barca, non gli è rimasto più nulla. Insieme alla sua casa, sono andati perduti tutti i suoi affetti personali, tutti i suoi ricordi di una vita intera trascorsa su un’isola che ancora non lo accetta come parte della comunità. Anche le poche persone intorno a lui sono sfuggenti: la figlia Louise, l’ex postino in pensione Ture Jansson  e Lisa Modin, la giornalista della stampa locale di cui inaspettatamente si innamora. Presto si diffonde la voce che sia stato lo stesso Welin a dare fuoco alla propria casa, ma non ci sono prove e le indagini continuano. Mentre l’inverno avvolge l’arcipelago al largo di Stoccolma, dopo qualche settimana, un’altra casa prende misteriosamente fuoco nell’arcipelago.

Ciò che appare da subito evidente, infatti, è che Welin non ha altro che conoscenti intorno a sé. Niente amici, niente famiglia, se si esclude Louise, la figlia/sconosciuta con cui non riesce ad instaurare un vero rapporto. L’immagine della casa in fiamme, con cui si apre Stivali di gomma svedesi,  diventa l’emblema delle possibilità che si sono perse, del passato che non può più tornare. Welin sa che, anche se sarà ricostruita, la dimora in cui ha trascorso la sua infanzia non sarà mai più identica a quella che era. Con lei, tutti i suoi ricordi sono andati perduti. E, per un uomo di settant’anni, più vicino alla morte che alla vita, questa è una verità enorme e pesante.

Stivali di gomma svedesi. Una vita in fiamme

L’evento che dà l’avvio al romanzo diventa, quindi, spunto per una riflessione profonda da parte del protagonista, su chi egli sia stato veramente, sui rapporti che è andato costruendo e distruggendo nel corso della sua lunga vita. In questo senso, gli stivali spaiati sembrano dire, a Welin e al lettore, che ciò che è perduto, è perduto per sempre. Nel corso della lettura veniamo proiettati nel mondo interiore di Frederik Welin, tra i suoi ricordi, tra i suoi rimpianti e i suoi rimorsi. Ripercorreremo con lui le pagine della sua vita, il rapporto conflittuale con quella figlia di cui ha ignorato l’esistenza fino alla sua improvvisa comparsa sull’isola paterna, ormai adulta. Frederik, che non ha mai voluto fare il padre, non è mai stato in grado di entrare davvero in sintonia con questa ragazza, sfuggente tanto quanto lui.

Ricorderemo con lui i suoi amori, le sue passioni, i suoi viaggi. Metteremo insieme  i pezzi della vita che Welin ha vissuto fino al momento dell’incendio. Stivali di gomma svedesi  è anche un romanzo sulla morte che, ineluttabile, funge da silenzioso collante del tutto. Muoiono parecchie persone nell’arcipelago, e non a causa degli incendi. Questa è gente che muore perché è arrivata la loro ora. La morte che permea le vite degli isolani è la stessa che si può percepire nell’ambiente in cui essi si muovono: un freddo paesaggio invernale in cui tutto è bloccato sotto una spessa coltre di ghiaccio, freddo e duro come, appunto, la morte.

In questo romanzo, quindi, di “giallo” vi è ben poco: anche l’indagine sull’identità dell’incendiario misterioso, che fa da leitmotiv alla vicenda, resta sempre sullo sfondo. Mankell non era interessato, probabilmente, in questa parte della sua vita, a ricostruire un crimine: giunto, come Welin, alla fine del suo cammino, ha voluto probabilmente tirare le somme, mettere a nudo i suoi pensieri e le sue sensazioni. E lo ha fatto nella maniera più poetica possibile, dando vita e sentimenti ad un personaggio che, a ben vedere, diventa il suo alter ego nel viaggio chiamato vita.