Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Un lettore troppo parigino

Eroica Fenice ha proposto alcuni giorni fa al suo paziente lettore una traduzione integrale di Un drame bien parisien, di Alphonse Allais, datato 1890. Per coloro che ancora non avessero assaggiato l’amaro calice della disfatta, la novella è disponibile qui

Da questo momento consigliamo di proseguire soltanto al lettore già pugnalato a morte.

Qualcosa non torna?

Il lettore di Drame deve rimanere così. La fabula non funziona. La novella, dal punto di vista narrativo, è un fallimento. Raoul e Marguerite sono innocenti, malgrado le insinuazioni del malevolo lettore (nessuno si senta assolto). Si amano e si rispettano, e nessuno dei due ha mai pensato di tradire l’altro. Eppure ci sono altri personaggi in ballo (al ballo). E ce n’è uno, fondamentale, dietro le quinte: si chiama lettore, ed è ben caratterizzato in tutti i dettagli, anche se non si vede.

A questa breve novella sono stati dedicati interi saggi di narratologia e semiologia (Umberto Eco), psicologia (Jacques Lacan), e altro ancora. Non è nostra intenzione illustrare le linee del dibattito accademico (rimandiamo solo, per i malintenzionati, alle letture illuminanti del Seminario XX di Lacan e di Lector in Fabula di Eco che contiene la versione originale dell’opera in appendice).

Pur essendo un racconto che si può amare per quello che senza interpretazioni è già, vale a dire un mirabile racconto umoristico, vogliamo brevemente introdurre il nostro smarrito lettore alla scoperta di questo piccolo grande esperimento letterario che pur lasciando sul campo molte perdite (si fa per dire) segna il trionfo di Allais come umorista, moralista e scrittore. Perché?

Fin dalla prima citazione ci si può accorgere (?) che qualcuno ci sta accusando (il cliente! ma come, io leggo, e devo sentirmi pure chiamato così… sono un lettore, non un cliente!). La parola ”cliente” viene ripetuta anche nel titolo del capitolo II. Ad una prima lettura sfugge, ed è previsto dall’autore che sfugga, il problema principale: questo racconto si rivolge ad un pessimo lettore. Un cliente, addirittura. Qualcuno abituato a consumare a richiesta racconti mediocri, pieni di colpi di scena, intrighi d’amore, cliché: un appassionato consumatore di serie tv di oggi, o una portiera pettegola e chiacchierona di ieri (sì, siamo noi la portiera rompiscatole che parla nell’exergue del capitolo IV).

Come forse comincia a notarsi, la novella è onesta nel suo inganno. Non mente, mai. Ma il lettore, da principio, si lascia trasportare senza fare troppo caso a dove si sta facendo condurre. In tutti i capitoli ci sono segni che rimandano all’idea di gelosia, di tradimento, di infedeltà. Ma di Raoul e Marguerite viene detto chiaramente che i due si amano e si divertono a giocare alla coppia gelosa. Eppure il lettore, ricevuti i due messaggi ”rivelatori”, non vuol sentire ragioni: si convince che i due andranno al ballo, senza porsi troppe domande.

Ma come si vedrà, i due sposini non ci pensano nemmeno ad andare al ballo! E qui la situazione si ingarbuglia, ci dice il narratore.

Se il templare (fine secolo? Che vorrà mai dire? I templari sono figure medievali!) e la piroga non si conoscevano prima, come possono dapprima riconoscere il travestimento dell’altro e poi stupirsi di non riconoscersi sotto le maschere? Razionalmente, non possono, mettiamoci l’anima in pace. Il racconto ha condotto fin qui il lettore per metterlo davanti allo specchio. A rischio di sacrificare se stesso, è riuscito a dimostrargli di essere stato sciatto, cinico, disattento: si potrà constatare che la gente che s’impiccia di ciò che non la riguarda farebbe molto meglio a starsene tranquilla (capitolo IV). Se la fabula fallisce, è perché il narratore si prende il lusso di banchettare sul cadavere della sua vittima: la novella assume dentro di sé lo stupore del lettore che scopre di aver sbagliato le proprie valutazioni. Lo stupore del templare e della piroga è il nostro stupore!

Ed è così che questa fabula incompiuta diventa il racconto di un trionfo e di una caduta. Il trionfo di uno scrittore che riesce a narrare, in itinere, la caduta del suo lettore. Un lettore intriso di cattiva letteratura, che si crede furbo, insomma: un lettore troppo parigino.

-Un lettore troppo parigino-