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Eroica Fenice

Yeruldelgger e i Tempi selvaggi: un'altra Mongolia

Yeruldelgger e i Tempi selvaggi: un’altra Mongolia

Un genere da riscoprire, una letteratura rinvigorita dall’originalità dell’ambientazione. È così che Ian Manook, pseudonimo del francese di origini armene Patrick Manoukian, riscrive il poliziesco, sulla scia della letteratura americana prima e quella svedese poi. Ci riesce raccontando la trilogia di Yeruldelgger, il cui secondo volume Tempi selvaggi è stato recentemente pubblicato in Italia dalla Fazi Editore. Lo riscrive sapientemente, poeticamente, incastrando senza difficoltà un elemento con un altro, tutto circoscritto in un unico, lodevole, romanzo noir.

Il romanzo si apre in pieno dzüüd, un inverno nevoso e terribilmente freddo, durante il quale nel bel mezzo della steppa viene ritrovato un cumulo di cadaveri umani e di una dzum, femmina di yak; ad indagare sul misterioso evento c’è ancora una volta l’ispettrice Oyun, accompagnata da un giovane soldato appena conosciuto, Gourian, che detterà sorprendentemente lo sviluppo della successiva trama. Contemporaneamente , si rivela un’altra scena del crimine agli occhi del commissario Yeruldelgger, squadra omicidi: a chi appartengono le ossa umane e quel corpo rinvenuto sulle alture dell’Otgontenger? Ma L’inchiesta non è neanche iniziata, che Yeruldelgger viene accusato dell’omicidio della prostituta Colette, una sua vecchia conoscenza che l’aiutò in passato a chiudere un importante caso. Insieme all’assassinio, l’uomo tenterà di scoprire che fine abbia fatto Ganshu, il figlio adottivo della donna, scomparso nello stesso frangente.

Molti altri sviluppi si intrecceranno agli accadimenti della trama centrale: Manook costruisce un thriller mediato da veri e propri momenti da “action movie”, descrivendo minuziosamente, e c’è da dire con calore appassionato, il sottofondo della storia, l’indefinita Mongolia.

Yeruldelgger e la sua Mongolia dalle fattezze noir e poliziesche

Terra del glorioso impero di Gengis Khan, alla Mongolia venne, nel corso della repressiva dominazione sovietica, imposto implicitamente di cancellare la propria identità, una soffocante condizione che Manook riesce a raccontare attraverso i personaggi.

Da una parte l’orgoglioso Yeruldelgger, stretto nella sua morale, impetuoso e risolutivo, che sente con malinconia come la tradizione mongola non appartenga più a quei luoghi (“la Mongolia era una democrazia balbuziente”, recita il commissario). Dall’altra c’è Oyun, una donna che riscopre la voglia di lasciarsi andare dopo un doloroso passato (approfondito nel primo volume della trilogia già caso letterario in Francia, Morte nella steppa) che osserva la capitale chiassosa ed urbana di Ulan Bator rifiorire e aprirsi al futuro.

Una sciamanica Mongolia che grazie a Manook il lettore occidentale probabilmente scopre per la prima volta: così fantastica sugli scenari immensi della steppa, il caldo accogliente della yurta, la città metropolitana piena del caos ma anche dei profumi della cucina mongola… facile immaginare la prelibatezza dei khuusuur e il tè al burro con latte di yak ingurgitati dal goloso protagonista. 

È Yeruldelgger che risulta l’anima pregnante del romanzo, e il percorso di crescita e di crisi che sviluppa nella trilogia è abbastanza evidente. In Tempi selvaggi, l’uomo arriverà ad un punto di rottura con se stesso: “aveva camminato per le strade arrabbiato con se stesso. Non gli piaceva come stava diventando. Un capo collerico. […] Il suo mestiere gli faceva vedere soltanto il lato oscuro dell’umanità”. L’uomo sente di stare perdendo tutte le virtù che il Settimo Monastero gli aveva insegnato, ed è il momento in cui il lettore stesso scopre che le indagini valicheranno i confini mongoli, verso la Russia e poi la Francia, dove un altro poliziotto sta seguendo le medesime tracce. Encomiabile è la narrazione del dulcis in fundo del romanzo, quando il nostro Yeruldelgger si ritroverà faccia a faccia con il nemico numero uno, un racconto ricco di tensione e splendidamente disegnato dall’autore.

Yeruldelgger. Tempi selvaggi promette un capitolo finale all’altezza: il genere noir e la Mongolia riacquisteranno ancora una volta splendore, ovviamente tra le pagine di un bellissimo libro.

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