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Eroica Fenice

Yeruldelgger

Yeruldelgger torna con La morte nomade, ultimo capitolo della saga

A quasi un anno di attesa dal secondo volume Tempi selvaggi (qui la nostra recensione), è finalmente arrivata la terza e ultima parte della saga noir/giallo di Yeruldelgger: La morte nomade, appena pubblicata dalla Fazi editore.

Non più lo dzuud gelido, ma lo scenario con cui si apre il romanzo, ed in cui sono ambientate la maggior parte delle scene, è lo stesso, quello dell’immensa steppa mongola. Ormai ex poliziotto, Yeruldelgger si è ritirato lì, con la sua yurta, in solitudine, per ricordare ed applicare di nuovo tutto ciò che lo spirito dei monaci e quello di Shaolin gli ha insegnato lungo il suo percorso di vita. Lontano dalla frenesia di Ulan Bator, lontano dalla rabbia per una Mongolia che non può più tornare ad essere quella di prima, lontano dalla sua compagna Solongo.

Avevamo lasciato Yeruldelgger affranto, indispettito da ciò che non è stato in grado di cambiare. Lo ritroviamo nomade, come vuole la tradizione, nella quale continua a credere ancora ciecamente, anche se con un po’ di tristezza e stanchezza, che conferisce al protagonista per tutto il corso del romanzo una strana e malinconica nostalgia.

La trama prende forma quando la sua ricerca personale di pace interiore viene interrotta da una donna, Tsetseg, che chiede aiuto all’uomo per ritrovare sua figlia Yuna, scomparsa tempo addietro. Prima restio, ma sempre partecipe alla vicenda, Yeruldelgger inizia il viaggio, al quale si aggiungeranno Odval e il giovane Gambold, un cosiddetto “ninja”. Sono coloro i quali esplorano ossessivamente la steppa alla ricerca di rame, i cui scavi hanno cambiato completamente il profilo della natura e della Mongolia.

Così come ci ha abituati Ian Manook, anche La morte nomade come i precedenti capitoli è ricca di storie che si sovrappongono, flashback e spostamenti di prospettiva che si ricongiungono, magnificamente, man mano che ci si avvicina al finale. Infatti, alla fantomatica carovana, faranno da appoggio tre stramboidi pittori mongoli, i quali durante il cammino alla ricerca di ispirazione sono incappati in un cadavere.

Così come la risoluta tenente Guerlei, scelta per investigare sul caso di diverse morti accidentali, esattamente nella stessa steppa. Nel frattempo, l’autore ci porta in altri continenti, dall’Australia a New York, fino alla Francia nuovamente, dove ritroveremo il vecchio amico Zarza, ancora una volta pedina risolutrice dell’intrigo.

Yeruldelgger, un protagonista da amare in ogni romanzo 

“Non hai paura di fare una stupidaggine?”, gli domandò Tsetseg guardandolo allontanarsi senza dire niente.

“Conosci il proverbio, vero?”

“Sì, conosco il proverbio. -Se hai paura, non farlo, se lo hai fatto, non avere più paura-”.

Yeruldelgeer è senza dubbio il protagonista assoluto della trilogia. E non è così ovvio come sembra, essendoci la moltitudine di vicende e di personaggi importanti. Anche nelle scene in cui non è presente, il suo sguardo persiste, la sua visione della Mongolia e dei cambiamenti della sua terra entrano a far parte del lettore, che vede e scruta ogni personaggio attraverso il filtro della sua prospettiva. Così come La morte nomade è un romanzo sulle difficoltà di accettare il cambiamento, soprattutto quando il cambiamento è corrotto, sporco, voluto da uomini che per godere di un breve ma intenso lasso di tempo risucchiano ogni cosa buona della società e della terra. Spiritualmente e fisicamente.

Ecco perchè – anche se l’autore ha voluto dare un filo di speranza nella figura soprattutto dei personaggi di Bekter, capo degli Affari Speciali, e della sua assistente Fifty –  è così chiaro il profilo che viene dato anche in questo ultimo capitolo ai nemici di Yeruldelgger (che non è solo persona fisica ma anche una colosso della lobby mineraria come la Colorado o la Mongolian Guard Security ma anche nella personificazione della corruzione come Madame Sue o l’altra faccia della tradizione e dello sciamanesimo Djebe), più incattiviti, più avidi, più dettagliati sotto la penna di Manook, che riesce ancora una volta a regalarci bellezza, soprattutto quando risistema i fili della narrazione, riconducendoci ad un unico grande finale.

Ilaria Casertano

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