Seguici e condividi:

Eroica Fenice

“An image of eternity”: l’incantesimo di Raffaele Grimaldi

An image of eternity: l’incantesimo di Raffaele Grimaldi

In un’era di sempre più strabiliante progresso tecnologico, chiediamoci perché nessuno abbia ancora inventato un’unità di tempo, un sottomultiplo dell’istante, che possa rendere determinabile lo stato in cui una mente (o peggio, un cuore) versi al propagarsi di una sensazione. Straordinarie suggestioni derivano dal più antico canale di emozioni esistente: la musica. Questa volta, l’epicentro delle sensazioni è Palazzo Venezia, meraviglia di Napoli nonché palcoscenico prescelto da Raffaele Grimaldi per girare il video di An image of eternity, da lui scritto ed eseguito al pianoforte, traccia, oltre tutto, che dà il titolo al suo nuovo album.

 Tra le diapositive di una storia e la linea d’orizzonte: Raffaele Grimaldi

Nato a Siano, in provincia di Salerno, nel novembre del 1980, Raffaele Grimaldi ha collezionato un alto numero di premi e riconoscimenti. Le sue composizioni vengono eseguite in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone, in Russia fino in Australia. Il compositore, pianista e direttore d’orchestra è attualmente docente presso il Conservatorio di musica “G. Martucci” di Salerno (in cui egli stesso ha conseguito il diploma in pianoforte e composizione).

Come recita la sua biografia, nel 2009 ha conseguito il diploma di alto perfezionamento in composizione presso l’Accademia Nazionale Santa Cecilia di Roma ed è stato selezionato dall’IRCAM di Parigi per il Cursus 1 in composizione e musica elettronica, ottenendo inoltre la residenza artistica presso la Citè Internationale des Arts. Primo album da solista, “An image of eternity” viene registrato presso gli Studios de Meudon in Francia, esce lo scorso 19 dicembre per l’etichetta indipendente Blue Spiral Records con la promessa di fermare il tempo. La storia dell’album fiorisce quando il compositore aveva soltanto 19 anni, «da allora ho lasciato che piccoli pezzi si sedimentassero sottotraccia, come rocce levigate dai fili d’acqua del tempo», racconta Grimaldi.

Tutte le 15 tracce contenute nel disco sono fortemente autobiografiche, sintesi sul pentagramma di un colloquio fatto con se stesso. Il compositore, infatti, non vuole raccontare «storie altre, fatte di fantasie immaginifiche», come egli stesso ha dichiarato parlando del nuovo singolo, anch’esso nell’album, “Dans l’horizon”. Quell’orizzonte di cui parla, intoccabile, che si finge fantasia, che non si fa raggiungere, è anche l’immagine di desideri e ambizioni vestita dall’oltre, di quello che non ci appartiene, ma a cui sentiamo di appartenere. Difficile, d’altro canto, è per chi ascolta non calarsi nella propria storia, dare un volto alla linea d’orizzonte: è proprio l’intimità che ha creato quella musica, la stessa che migra verso altre mani, che attraverso i sensi degli altri si trasforma.

Infinite possibilità di percezione: da Grimaldi all’ascoltatore

Non esiste, certamente, una scala attraverso cui valutare con oggettivo e scientifico distacco l’essenza di un brano: la musica coinvolge, è l’intangibile da cui l’uomo prende cemento per costruire. Questo, Raffaele Grimaldi lo sa bene. Egli pensa la musica come un qualcosa di eterno, «come alla pura essenza delle cose che si rivela attraverso il ritmo dell’incessante scorrere dei giorni», dice il pianista.

Una musica che nasce vestita di premesse come queste, per chi l’ascolta, diventa melodia che ha il sapore dei ricordi, che si lascia accompagnare dalla voglia di rinascere, dal piacere di rischiare. Con “Vertigo” si sale sul punto più alto del più alto edificio, con i piedi sospesi che non temono il vuoto; “Traces of sunlight” ci porta ad aprire una finestra che affaccia sul mare, mentre una tazza di latte caldo ci riscalda le dita; “Blue nightfall” è la colonna sonora di una donna che balla da sola, nel viola del crepuscolo, prima ballerina che aspetta gli applausi; “The world I breath” è il suono che un uomo può sentire quando ritrova quello che aveva perso (uno scopo, le chiavi della macchina, se stesso).

Sono cose, queste, che a spiegarle perdono valore. Non mi resta, allora, che cedere la parola alla musica, invisibile ma eloquente; anzi, le cedo l’anima, per un paio di indefiniti, infiniti istanti.

Print Friendly, PDF & Email