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Eroica Fenice

Radiohead

L’attesa è finita: i Radiohead tornano in Italia

Dopo un’attesa di ben quattro anni, l’Italia è pronta a riabbracciarli. Questa volta, ad allestire il palco saranno Firenze e Milano, che nelle calde giornate del 14 e del 16 giugno 2017 vedranno le loro strade brulicanti di fan provenienti da tutta Italia (e non solo), per due giornate all’insegna dell’alternative rock britannico.
Sono proprio loro, i Radiohead.

Ormai sotto i riflettori dal 1986, la band inglese nata fra i banchi dell’Abingon School di Oxford, frequentata dai cinque membri, ha percorso sulle montagne russe la propria carriera, arrivando ad occupare alla fine della corsa un ruolo di spicco nella lista dei gruppi musicali da conoscere prima di morire. Uno stile non facile, il loro, che ha causato un’ascesa lenta e pericolante per i membri della band, sperimentatori nel midollo.

I Radiohead dagli esordi a oggi

Il primo e probabilmente più famoso singolo, per quanto ampiamente criticato dai fan più fedeli, s’intitola Creep, il cui videoclip fa primo sfoggio dei volti dei cinque membri: alle chitarre, Jonny Greenwood ed Ed O’Brien, Colin Greenwood (fratello maggiore di Jonny) al basso, il più anziano del gruppo Philip Selway, batterista, e un giovanissimo Thom Yorke al microfono. Era questo solo l’inizio di una carriera costellata da nove album, l’uno sempre diverso dall’altro, ma con l’inconfondibile toccante voce di Thom, plettro per le vibrazioni del nostro cuore. Il cantante, oggi cinquantenne, nell’intervista per la Repubblica XL ha affermato: «Nella storia dei Radiohead, ogni disco rappresenta un’impresa. Per costruire e andare avanti, abbiamo ogni volta demolito tutto quello che avevamo fatto fino a quel momento. Il processo creativo è sempre stato penoso, tormentato, laborioso».

Tanto tormentato da aver visto lo stesso Thom Yorke allontanarsi per un po’ dal gruppo, come dimostra l’album da solista The eraser. Aprendo il cofanetto che ne contiene il CD è in realtà possibile leggere, tra i collaboratori per la sua realizzazione, gli stessi Radiohead. Non c’è dubbio che ognuno abbia con gli anni seguito altri progetti, oltre quello della band. Ad esempio, a partire dal titolo di uno dei pezzi del suo album da solista, Thom ha fondato il supergruppo degli Atoms of peace, insieme ad altri artisti quali Flea (bassista dei Red Hot Chili Peppers) e Joey Waronker, batterista degli ormai sciolti R.E.M.; o, ancora, Jonny Greenwood, attualmente compositore per la Bbc Orchestra di Londra. Ma ciò che non li ha abbandonati, è il desiderio di incontrarsi in studio, di rivedere quei volti tanto familiari, e tornare a comporre.

A Moon Shaped Pool, emblema della nostalgia

Desiderio che li ha portati dopo cinque anni da The King of Limbs a un’opera nuova, come sempre sotto ogni aspetto: A Moon Shaped Pool. Non sarebbe azzardato utilizzare la parola chiave “nostalgia”, parlando di questa nona raccolta tanto attesa dai fan di sempre.
Il termine “nostalgia” si adatta anche a loro: giovani studenti che un tempo, sulle scale del liceo, sceglievano di fermare il mondo, scendere per un attimo dalla preoccupazione dell’ultimo compito in classe o dell’amore non corrisposto del momento e indossare le grosse cuffie al ritmo di House of cards, tanto per citarne una, dimenticando, come suggerisce lo stessa canzone, le infrastrutture della mente. Quegli stessi adolescenti che oggi sono uomini e donne, impegnati nei loro lavori e nelle loro relazioni dal sapore più serio. E’ per loro questo tour, nient’altro che una macchina del tempo, in fuga da una vita di «no alarms and no surprises».

Nostalgica è Daydreaming, secondo traccia della raccolta, il cui criptico videoclip ha sbizzarrito i fan nelle più diverse interpretazioni. In questo, Thom Yorke vaga di luogo in luogo, da una camera all’altra, come l’uomo nella vita. E non torna mai indietro, continua imperterrito, in continua ricerca. Il video è metafora della scelta, per questo tutte quelle porte. E in questa spirale, molti hanno scorto spie autobiografiche della vita del cantante (il suo divorzio da Rachel Owen), nonché della carriera musicale del gruppo e delle raccolte precedenti, come la montagna innevata sulla quale si arrampica il cantante-protagonista, che ricorda la copertina dell’album Kid A.

Nostalgica è la presenza nell’album di alcuni pezzi del passato, riservati alle rappresentazioni live, come Identikit.

E infine, nostalgica è True love waits. Nata nel 1995, spesso suonata in versione acustica dal solo Thom Yorke, ha come scheletro portante lo struggente richiamo «don’t leave», resta. Oggi la ascoltiamo in una versione diversa, che non ha perso però il velo patetico che l’ha rivestita per tutti questi anni.
Dal 4 novembre sarà possibile partecipare alla corsa al biglietto, ponendo fine a questa lunga attesa, l’attesa di incontrare il grande amore della nostra adolescenza.