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Eroica Fenice

Bob Dylan, il menestrello da premio Nobel

Bob Dylan il menestrello da premio Nobel

A Robert Allen Zimmerman, in arte Bob Dylan, è stato conferito il premio Nobel 2016 per la Letteratura.

Sono passate settimane e il menestrello ha solo recentemente commentato l’accaduto: “A Stoccolma per il Nobel? Ci andrò…se solo posso”, come mai?

Questa è la domanda che si stanno ponendo tutti nel mondo musicale e nel giornalismo. Anni fa, Jean Paul Sartre rifiutò il premio Nobel per la letteratura chiedendo esplicitamente al segretario dell’Accademia svedese di non includerlo tra i candidati né in quell’anno né in quelli a venire. Oggi frasi brevi che lasciano un grosso punto interrogativo.

Che Bob Dylan sia un personaggio controcorrente è ben noto. Dal carattere non facile, si è sempre distinto come personaggio e artista non perché facesse in maniera grandiosa ciò che gli altri facevano bene, ma perché lui era diverso. Il folk e il rock ‘n roll, generi in voga negli anni sessanta, nelle sue mani sono diventati strumenti di contro tendenza che allacciavano l’impegno politico e personale, la denuncia e il racconto del reale, come i Beatles, i Rolling Stone. Ma oltre il personaggio tanto amato e odiato, Bob Dylan ha rivoluzionato il modo di non fare musica non per gli accordi che componeva, ma per ciò che raccontava.

“Il Nobel a Bob Dylan? Mi riempie di gioia, le canzoni sono letteratura” (Francesco De Gregori)

Ripercorrendo la sua vita, scopriamo di un giovane ragazzo originario del Minnesota cresciuto con il Blues, il Folk e il Rock ‘n Roll. I suoi passi adolescenziali erano scanditi da un rock ‘n roll incalzante ma che non saziava la fame di verità che il giovane Bob possedeva. Nel folk di Odetta scopre che “c’è più vita reale in una sola frase di queste canzoni in quanta ce ne fosse in tutti i temi del rock ‘n roll. Io avevo bisogno di quella musica”.

Il mito incontrastabile di Bob Dylan? Woody Guthrie – “This guitar kills the fascists”, un adesivo sulla sua chitarra

Il giovane Bob si trasferì a New York per incontrarlo. “This land is your land” cantava all’apice della sua carriera: un canto dai tocchi sacrali che l’aveva reso agli occhi del pubblico uno dei musicisti folk che l’America avesse mai avuto. Una vita stroncata da una malattia degenerativa, una voce che ha trovato eco nei versi di Mr. Dylan.

“Sarei proprio contento se fosse Bob Dylan” (Dario Fo, riferendosi al conferimento del premio Nobel)

Tante sono le tracce che Bob Dylan ha lasciato nella storia della musica. Non esiste una persona che non sappia chi sia o che non abbia sentito almeno una volta una delle sue canzoni.

La sua fama lo precede ma, per chi non conoscesse il menestrello del rock e volesse approfondire la sua cultura musicale, cercheremo di raccontare alcuni brani che hanno lasciato il segno:

Inclusa nel suo primo album del 1963 “Freewheelin’ Bob Dylan”, è una canzone ispirata ai canti degli schiavi, manifesto delle giovani generazioni che non avevano una voce. È un inno alla pace, adagiato sulle note della chitarra e di una armonica. Qui, il folk per eccellenza; voce piana, chitarra e fisarmonica.

Con la crisi dei missili a Cuba, l’America, sfiora la possibilità dello scoppio di un terzo conflitto mondiale. Ispirata alla ballata di origine medievale “Lord Randall”, un’altra canzone di protesta contro un mondo in preda al delirio.

Forse una delle canzoni più belle. Qui, ancora una volta in chiave folk, tra il sogno e la realtà, un tamburino gli canta una canzone alle prime luci del giorno, prima che vada a dormire dopo una notte passata tra le strade della città. Racconta uno spaccato di vita, di quella vera, la città è lo sfondo, e un vagabondo il suo protagonista.

Eccola qui, la canzone della svolta. Bob Dylan fonde il folk e il rock togliendosi il titolo di profeta che gli era stato conferito dal suo pubblico. Un inno alla libertà, un sasso che cammina che si svuota di quegli artifici per vivere indistintamente da loro. Nessun legame, solo un sasso che rotola. Nonostante il brano sia un inno alla liberazione dello status di rock star, sarà proprio questa la canzone che consacrerà la sua fama come icona musicale.

Questa, come la precedente, ha bisogno di poche presentazioni. Scritta negli anni settanta, coverizzata dalla metà della scena musicale esistente, è la colonna sonora del celebre film “Pat Garrett e Billy the Kid”. Sullo sfondo rosso del tramonto, Bob Dylan canta accompagnato da voci gospel. Lo sceriffo anziano è morto e un’inquadratura struggente scava nello sguardo distrutto della moglie. Una scena toccante, pietra miliare del cinema americano cui dà voce Dylan. In seguito, la traccia verrà rappresentata da molti artisti e dal menestrello stesso in tante occasioni speciali, tra le quali nell’incontro con Papa Giovanni Paolo II.

“Non dirò nulla su quello che Dylan ha detto su di me, ma sul fatto che ha ricevuto il premio Nobel dirò che per me è come aver dato al monte Everest una medaglia per la montagna più alta del mondo” (Leonard Cohen).

Naomi Mangiapia

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