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Eroica Fenice

Daniele Celona, Amantide Atlantide

Daniele Celona è una perla che brilla nel più profondo mare della musica indipendente.
Delicato come il miglior Paolo Benvegnù, ricercatore di armonia nella più aggressiva metropoli come Umberto Maria Giardini, arrabbiato come solo un’anima maledetta e tendenzialmente decadentista può fare.

Dopo il bellissimo Fiori e Demoni“, dopo mille collaborazioni con musicisti dall’alto valore artistico e musicale (da Capovilla a Levante, passando per i Nadar Solo) torna alla ribalta con “Amantide Atlantide” (NøveRecords/Sony Music).
“Amantide Atlantide” è un disco scuro, dal tono amareggiato e aggressivo, dove l’estro cantautoriale non si scontra con l’estro musicale e sperimentale ma ne forma un connubio che raramente si è sentito sulla nostra penisola, un’analisi lucida dell’uomo che vive la sua piccola e marginale esistenza in questo mare di Dirac chiamato “metropoli”.

La camera del Guf si apre con “Amantide“, l’autodistruggersi e il ricomporsi, la rabbia e il pianto di chi ha perso tutto viaggiano tra le note di questo brano, che ci insegna che quando qualcosa finisce, non ci sono mai veri vinti.
Concetto che viene ripetuto ed ampliato nel singolo “La colpa“, dove tutto, dagli strumenti alla voce di Celona, sembra ripetere una singola parola: “rialzati”.
La rabbia di chi vuole rialzarsi è il motore S²(citazione necessaria) che alimenta i brani “Precarion” & “Politique“, veri e propri scontri con la società, una società negativa, struprata più volte dalla ricerca di potere di chi è sulle poltrone, il grido di chi è stufo di essere preso in giro, stufo di vivere tutto questo vomitevole inganno chiamato “Italia”.
Ma si sa, quando lo scontro è finto non c’è nient’altro da fare che tornare al proprio rifugio, rifugio che è proprio il luogo in cui sono ambientati “Sud Ovest” & “Sotto la collina“: Celona lascia la sua anima in due posti ben distinti, nei legami di sangue, nella tranquillità della Sardegna di “Sud Ovest“, e nella demoniaca Torino, metropoli in cui i suoi passi sono suonati forti, così forti da lasciare un segno indelebile del suo passaggio.
Nella tranquillità di casa e nella pace dell’anima, è adesso il corpo a volere la sua parte, la musicalmente straordinaria “Johaness” respira grazie alle liriche derivanti da Kierkegaard, gli ansimi dell’amore fatto per egoismo, per puro diletto, per puro piacere.
Purtroppo però la sequenza è sempre la stessa, per quanto si possa essere guidati dall’istinto ci si pente sempre di un atto infimo come quello dell’amore per piacere, si tende a volerlo con forza dimenticare, lasciare lì come un sogno che non accadrà mai più, ed è in “Vampiri dai colli di vetro” che traspare questa sensazione, l’ebbra consolazione alcolica non è altro che un mezzo per salvare il cuore, per annebbiare la vista, per giungere al domani con la morfina all’anima.
Ma il domani arriva troppo presto e la vendetta postuma dell’alcol, chiamata “V per Settembre“, non fa altro che fortificare i ricordi che ti inchiodano pietrificato in un letto finchè “L’oro del mattino” non entra dalla finestra e, carezzandoti dolcemente, fa rinascere in te la voglia di rialzarti e ricominciare il viaggio di nuovo, dall’inizio.
L’uomo oramai rinato con una nuova consapevolezza rilegge di nuovo ciò che gli è successo all’inizio del disco in “Atlantide“, lasciando però stavolta che i ricordi cadano via e si sciolgano come neve al sole, in una metropoli che non lo accetta, in un rapporto con se stessi e con il mondo che sempre più velocemente si sgretola, altro non si può fare che ricominciare, con i denti stretti di chi sa che prima o poi il mondo ricomincerà a girare verso di se, si affronta un “Loop” infinito che prima o poi si spezzerà.
Amantide Atlantide” è finito ma ricomincia velocemente, l’uomo è palpitante e convinto che questa volta riuscirà a sottrarsi al suo destino, e a trovare una collocazione “che sia una”.

Il Mare di Dirac di Amantide Atlantide