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Eroica Fenice

valerio bruner

Down the river, intervista a Valerio Bruner

There is a crack in everything
That’s how the light gets in.

Anthem, Leonard Cohen

Down the river, primo EP autoprodotto, autodistribuito e interamente composto da Valerio Bruner (voce, chitarre acustiche e armonica), accompagnato dalle chitarre elettriche di Andrea Russo: the Dirty Wheels. Il nome del gruppo è tratto dal racconto Randy, contenuto nella raccolta None but the brave, un viaggio immaginario nell’America di Bruce Springsteen, scritta dallo stesso Bruner. 

In un lunedì qualunque di un gennaio qualunque, Eroica Fenice incontra Valerio Bruner

Down the river, Lungo il fiume. Perché? 

Il fiume è un simbolo che mi porto sempre appresso. Ho iniziato a capirne il significato studiando la Letteratura Americana. I personaggi di Mark Twain, ad esempio, vivono lungo il fiume, che, come una strada liquida, diventa terreno di esperienze, di conoscenze. Nella cultura degli Indiani d’America il fiume, rappresentato come un cerchio, continuo mescolarsi di passato, presente e futuro, è simbolo della vita. Chi eri, chi sei e chi sarai. Credo molto nella ciclicità della vita, nell’andare e tornare di cose vecchie e nuove. Anche nella musica che ascolto, il folk, Bruce Springsteen, Jhonny Cash, Neil Young, il fiume c’è sempre. In “Down the river”, la title track, c’è un uomo che sul letto del fiume va a cercare se stesso, va a ricordare perché ha perso la sua donna, a tirare le somme della sua vita, di quello che è stato e di quello che sarà.

L’acqua del fiume che diventa specchio, specchio della propria coscienza.

È stata questa la prima canzone dell’EP?

No. La prima canzone è stata “The night was dark”, nata, in realtà, per uno spettacolo teatrale, in napoletano, “Malammò”. Ma il ritornello, in inglese, “We’re livin’ here to pay and die”, rendeva di più la sua essenza. E così è diventata britannico-americana. 

The night was dark and the moon was bright. We’re livin’ here to pay and die…

I personaggi che popolano i testi di Valerio Bruner viaggiano spesso al termine della notte, hanno smarrito le coordinate del futuro, inchiodati in quelle del passato. Sono anime dannate che fanno i conti con esistenze in frantumi, amori perduti e mai dimenticati, promesse non mantenute, peccati da scontare. Personaggi che Bukowski non faticherebbe a sentire figli suoi, pregni di quel realismo dissacrante di cui la vita sulla strada è maestra. Una strada senza inizio né fine, priva di segnaletica stradale e illuminazione in cui è facile perdersi. 

Le vite che racconti, che annaspano nel mare dei loro rimpianti, credono in una seconda opportunità?

Sì. Nonostante i toni cupi e la musica cruda, urgente, quasi a scandire il ritmo di queste vite ai margini dell’oscurità, si annida sempre uno spiraglio di luce nelle notti buie dei miei personaggi. In “Gone by the wind”, nonostante le promesse andate al vento, c’è la speranza di ricominciare in altri luoghi e in altri tempi, una spinta a crederci ancora, nonostante tutto: “We gonna leave the city tonight…I’ll got you by my side”. Ancora, in “Free fallin”, cadere significa planare più che precipitare.

Autore teatrale, scrittore di libri, cantautore (songwriter, mi corregge Bruner). Ma tu come ti definiresti?

Mi considero un viaggiatore dell’anima. Racconto storie, vissute durante i miei viaggi, personaggi incontrati sulla mia strada o tra le parole di un libro letto per caso nel piano superiore di un bus londinese, o soltanto immaginati. E lo faccio attraverso le parole, senza pensare poi alla forma che prenderanno. Però, elemento imprescindibile è la musica. 

Un sogno, anzi, il sogno di Valerio Bruner?

(Sorride) Beh, mi piacerebbe suonare davanti a un grande pubblico, magari al San Siro, e sentire all’improvviso qualcuno che alle mie spalle arrangia un riff. Beh, mi piacerebbe che quel qualcuno fosse proprio lui, Bruce Springsteen.

E andiamo via, leggeri, calcando questo sogno e pensando ai progetti futuri che, date le premesse, ci faranno sicuramente incontrare ancora Valerio, lungo il fiume. 

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