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Eroica Fenice

La categoria Interviste contiene 45 articoli

Interviste

Intervista a Gabriele Finotti, leader e fondatore dei Misfatto

Una storia lunga più di 30 anni fatta di sperimentazioni musicali, festival e libri. Di chi parliamo? Parliamo di Gabriele Finotti e della sua rock band Misfatto con la quale, lo scorso 19 Gennaio, ha pubblicato il suo ultimo album, L’uomo dalle 12 dita edito dall’etichetta discografica Orzorock Music. Per l’occasione abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui ripercorrendo, tra le tante cose, la storia della sua band. Ecco a voi. L’intervista al leader della band hard rock i Misfatto Come nascono i Misfatto? Potresti raccontarci qualcosa di ogni vostro album ? I Misfatto sono nati nell’87, io trent’ anni fa avevo 15 anni. In una cantina dei sobborghi della provincia di Piacenza, a Gragnano Trebbiense, vicino al fiume Trebbia, il fiume caro a Hemingway. Io sono l’ultimo dei fondatori rimasto, gli altri non suonano più. L’ultimo è stato Alessandro Chiesa che ha smesso nel 2011. Tra il ‘90 e il ‘93 abbiamo fatto uscire tre demotape che erano a tutti gli effetti degli album, però, non sono inclusi nella discografia ufficiale perché, fondamentalmente, a quel tempo, fare l’album ufficiale significava far uscire o un CD, che era un miraggio, o un vinile. La spesa era veramente esagerata, serviva proprio un produttore: erano altri tempi. Arriviamo al ’97 con il primo disco ufficiale La fine del giorno (Audiar), un disco rock/hard rock in italiano. Sono presenti canzoni che tutt’ora eseguiamo dal vivo come Prima che ritorni il sole e Lentamente. Nell’originale fisico- non c’è sul web- era presente anche una prima bozza di Ossessione che è diventata ora Ossessione Baudelaire. Nel 2000 Misfatto che abbiamo registrato in un mese in un agriturismo di Arezzo. È un album che ha avuto una realizzazione di master non felicissima però ne andiamo comunque fieri. Nel 2005 abbiamo pubblicato Invisible e nel 2008 è uscito il libro cd Caos Duemila a mio nome. È stato il mio primo libro. Nel 2011 Undici Eroi Morti, un disco al quale tengo molto perché ha avuto la direzione artistica di Lorenzo Poli che, dal 2010 all’anno scorso, è stato il bassista ufficiale dell’orchestra di Sanremo e adesso è il bassista del trio Renga, Nek e Pezzali. Poi nel 2012 è uscito il nostro unico vinile in discografia ed è infatti un oggetto di culto tra i nostri non numerosi fan: Eleven Dead Heroes, la trasposizione in inglese del disco precedente. Nel 2014 esce Heleonor Rosencrutz e l’anno successivo Rosencrutz is dead. Sono due album che prendono spunto dal mio secondo libro La chiesa senza tetto- 35 sogni a Lisbona. Sono dei concept-album dove si delinea già quello che poi è lo stile al quale siamo arrivati con L’uomo dalle 12 dita. Ovvero un crossover di generi dal pop al rock, dal prog al grunge che però poi sfociano in quello che è il nostro stile: rock a due voci con delle chitarre pungenti e dell’elettronica che si avvicina all’era moderna. L’uomo dalle 12 dita è uscito quest’anno e ci ha occupato tutto il 2017. Ha avuto il mix finale […]

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Si vuole scappare, Eugenio Sournia racconta i Siberia

Si vuole scappare è il secondo album dei Siberia pubblicato il 23 Febbraio da Maciste Dischi. Dopo il buon successo riscosso nel 2016 con In sogno è la mia patria, la band livornese ritorna con il suo sound new wave raccontandoci, attraverso le loro canzoni, il senso di una realtà, quella attuale, precaria e instabile che si affaccia al futuro titubante, ancorata alle ormai fievoli certezze del passato. Per l’occasione abbiamo intervistato Eugenio Sournia, voce del gruppo, che, insieme a tante altre cose, ci ha raccontato della storia e del messaggio della loro musica. “Io penso che il dolore sia quel qualcosa che faccia scattare un po’ la molla a chiunque intraprenda un percorso creativo. Quando si crea qualcosa, c’è sempre un tentativo di combattere il nulla. Colui che scrive è sempre qualcuno che vuole aggiungere qualcosa, non vedo mai nelle mie canzoni, anche quelle più apparentemente negative, una volontà di ritrarre un fenomeno negativo. Le mie canzoni penso che abbiano sempre offerto un ‘seme’ per individuare una via di fuga”. Ecco a voi. Si vuole scappare, intervista a Eugenio Sournia Come nascono i Siberia? L’inizio è stato nel 2010 con il nucleo originario e la scelta del nome, ma direi che il progetto Siberia vero e proprio nasce nel 2014 con i tre quarti dei componenti attuali. Veniamo tutti da una città abbastanza piccola come Livorno di centocinquantamila abitanti, quindi alla fine chi suona finisce per conoscersi di persona. Semplicemente c’eravamo io e il mio batterista, amici fraterni, poi abbiamo coinvolto altre due persone che sembravano affini dal punto di vista musicale. La scelta del nome non ha a che vedere con i Diaframma ma a che fare con le atmosfere del libro Educazione Siberiana di Nicolai Lilin. Come riportate nella vostra musica queste atmosfere del libro? Mi correggo: è stato ispirato dalla lettura del romanzo di Nicolai Lilin. Al tempo stesso non vuole essere una trasposizione di quelle atmosfere o di quell’immaginario. Siberia evoca da una parte un immaginario freddo, riflessivo e introspettivo dall’altro, foneticamente, è una parola che tende a rimanere in mente. Tra l’altro ha il vantaggio di non evocare immediatamente una lingua di appartenenza perché, comunque, si dice più o meno allo stesso modo in francese, in italiano, in inglese… Ha un nome, come dire, che si spende bene in tutti contesti. Quando ci siamo accorti che esisteva un album dei Diaframma, uno dei più importanti della new wave italiana, da una parte siamo stati contenti che esistesse questo rimando, dall’altra meno. Diciamo che da allora siamo costantemente accusati di “derivatività”. Basta però ascoltare qualche canzone per capire che, sicuramente i Diaframma sono presenti fra i nostri ascolti, l’ambizione è fare qualcosa di diverso. Nel 2015 avete partecipato a Sanremo Giovani, cosa puoi raccontarci di quest’esperienza? Avete mai pensato di riprovarci? Sanremo è stata una cosa che è giunta un po’ come un fulmine a ciel sereno. Tra l’altro, all’epoca, l’etichetta Maciste Dischi, che è la nostra etichetta fin dall’esordio, non aveva ancora questa visibilità […]

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Mega Superbattito: chi è Gazzelle?

Non è timido, solo estremamente riservato: è Flavio, in arte Gazzelle, cantautore romano e baluardo del sexy pop. Di cosa si tratta? È un genere musicale la cui definizione «è nata al bar, è nata così, per giocare, perché con Antonio (dell’etichetta discografica Maciste Dischi) ero in procinto di far uscire il disco e servivano per il comunicato stampa delle piccole frasi per la sua introduzione; mi ha chiesto di scrivere qualche riga per autodefinire il lavoro». Gazzelle sembra avere le idee molto chiare su questo particolare nuovo genere: in questo modo indica quel tipo di musica che vorrebbe le coppie ascoltassero durante i momenti di intimità, proprio perché sexy nella musicalità e nei testi. Sostenuto dalla famiglia e aiutato inizialmente dal fratello, che ha uno studio di registrazione, oggi può vantare un anniversario importante: l’uscita di Superbattito, avvenuta nel marzo 2017. Ottenuto poi “il disco d’oro”, sono usciti anche Nero (2017) e Mega Superbattito (2018). Inoltre, durante il suo tour, ha fatto moltissimi sold out alcuni dei quali a Napoli, all’Atlantico di Roma e a Milano. Gazzelle: l’intervista Come è nato Gazzelle? E come è arrivato a collaborare con la Maciste Dischi? Gazzelle artisticamente è nato da piccolo, quand’ero bambino. Alle elementari ho scritto la mia prima canzone, grazie a mio padre che mi aveva regalato una tastiera, e mi sono avvicinato alla musica in maniera abbastanza naturale. Poi ho continuato a scrivere, pure e soprattutto al liceo. Ed era una cosa che sapevo solo io, non la dicevo a nessuno. Lo sapeva solo il mio migliore amico. Però non mi andava di espormi, finché qualcuno non mi ha iniziato a dire “Fla ma che le scrivi a fa’ se te le devi tene’ pe’ tte?” e a 22 anni ho preso coraggio e ho fatto il mio primo concertino chitarra e voce, in un localino in un sottoscala di un pub a Trastevere, dove sono venuti solo i miei amici, una trentina di persone. Nessuno lo sapeva, è stato uno shock per tutti. E gli è pure piaciuto, mi sono un po’ fomentato e ho iniziato a fare dei piccoli live solo a Roma. Poi ho voluto una band e ho cominciato a cercare musicisti, ci ho messo un po’. Ho scritto un po’ di canzoni nuove e ho deciso di registrarle perché mi ero stufato che rimanessero così. Ho registrato un demo con quattro canzoni, tipo Non sei tu, Zucchero filato, Quella te e Non mi ricordi più il mare, e l’ho mandato a tutti quelli che trovavo perché non avevo idea di come funzionasse. Prima alle grandi major e poi alle etichette indipendenti. Mi è capitato per caso Maciste Dischi su Facebook, che non mi ha risposto. Poi dopo due mesi, mentre io ero in giro, mi squilla il telefono, mi chiama Antonio e inizia a farmi i complimenti. Quanto c’è di autobiografico nelle tue canzoni? Hai voluto creare un personaggio o ciò che leggiamo e vediamo sei proprio tu, un po’ naif? Di base è […]

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Intervista a Mattia Del Forno de La Scelta

Durante una piacevole chiacchierata telefonica, Mattia Del Forno ci racconta così il nuovo album de La Scelta Colore Alieno (Artist First) pubblicato il 10 Novembre 2017: “Il messaggio che noi vogliamo dare con la nostra musica è un messaggio di contaminazione e mescolanze, anche con altri artisti. Tutto questo dà vita a un multicolore che, attraverso gli arrangiamenti e i live, esce ben fuori ed è una caratteristica fondamentale de La Scelta. Se parliamo di messaggio ti posso dire che sono tutti brani che affrontano tematiche, come l’amore o l’amicizia, nella maniera più semplice ed essenziale. In un mondo così saturo volevamo dare un ritorno all’origine, un ritorno alle cose semplici. Reagire a questa realtà e ritrovare se stessi, non subendo questo mondo che molte volte ci vuole tutti un po’ omologati e simili. Ritrovando ogni giorno la nostra unicità.” Un album, quello di Mattia Del Forno, pubblicato quasi dieci anni dopo il loro primo lavoro discografico Il nostro tempo, contenente l’omonimo brano con il quale si piazzarono secondi nell’edizione di Sanremo del 2008. Abbiamo parlato di questo ma di tanto altro ancora, come la loro ormai consolidatissima partnership artistica con Ron con il quale condividono il palco da diversi anni, per il quale Mattia ha scritto l’album La forza di dire sì e il brano L’ottava meraviglia presentata dal cantautore nell’edizione del 2017 di Sanremo. Mattia Del Forno, l’intervista Com’è nata La Scelta? La Scelta è nata nel 2003 però già ci conoscevamo: siamo amici e proveniamo dallo stesso quartiere. Ognuno di noi suonava con gruppi diversi e ha fatto esperienze diverse. A un certo punto ci siamo trovati e abbiamo cominciato a scrivere delle canzoni inedite e, appunto, ci siamo un po’ “scelti”. La genesi del nome deriva dal fatto che abbiamo fatto questa “scelta” di proseguire questo cammino tra di noi e, soprattutto, di iniziare un percorso di musica inedita. Abbiamo iniziato a registrare delle prime cose in casa e, piano piano, abbiamo creato tutto questo ambaradan di band che ci portiamo fino a oggi dietro. Nel 2008 avete partecipato a Sanremo con il brano “Il nostro tempo” classificandovi secondi nella categoria giovani. Cosa puoi raccontarmi di questa esperienza? Abbiamo provato le selezioni di Sanremo diverse volte, almeno tre, poi fortunatamente nel 2008 Baudo scelse la nostra canzone perché comunque conteneva un messaggio ancora attuale. Stiamo parlando di un brano che era un po’ una fotografia multiculturale della nostra società. Quindi presentammo il pezzo e, addirittura senza casa discografica perché avevamo una piccola etichetta indipendente di Roma, ci fece partecipare all’ultima selezione. Andò bene e partecipammo a questo grande festival. Ci fu un grande riscontro da parte degli addetti ai lavori e del pubblico, ci piazzammo secondi e vincemmo il premio AFI. Fu una bellissima esperienza per una piccola band giovane come la nostra che, per la prima volta, si affacciava al mondo discografico. Ancora adesso ci lascia tante cose belle dentro. Speriamo di ritornarci. Quando contate di ritornarci? Ma guarda adesso dovremmo partecipare nella categoria più avanzata, quella […]

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Sesèmamà: quattro donne e un nuovo album

Si dice che 3 sia il numero perfetto, eppure non ne sarei così sicura. Da quando ho ascoltato le SesèMamà credo proprio che la combinazione perfetta ruoti intorno al numero 4. Infatti le SesèMamà sono un quartetto, tutte donne per l’esattezza, poliedriche ed eclettiche, colorate come il loro primo omonimo disco, presentato al Pan di Napoli lo scorso 8 marzo. Senza retorica, la bellezza di questo progetto è proprio il connubio di personalità differenti, con trascorsi musicali diversi; a completare la tavolozza di colori vi è la composizione artistica: un pianoforte, suonato da Elisabetta Serio, tre voci, quelle di Brunella Selo, Annalisa Madonna e Fabiana Martone che arricchiscono l’atmosfera musicale suonando anche percussioni, vocal trumpet e body percussion. Sono all’attivo dal 2016, nel 2017 è uscito il loro primo singolo, con video annesso, dal titolo Senza Paura, una rielaborazione del brano di Toquinho, De Moraes, con testo italiano di Bardotti. Reduci da Musicultura, ad oggi hanno tra le mani il loro primo lavoro insieme, prodotto da Bruno Savino per SoundFly con Piero de Asmundis. Dieci tracce, inedite e non, numerose collaborazioni: Maria Pia De Vito, Robertinho Bastos percussionista, che ha partecipato a due brani del disco (Lôro e O trafego), e ancora Antonello Paliotti, Dario Franco, Arcangelo Michele Caso e Michele Signore. La parola d’ordine è colore: tonalità diverse ma complementari, un incastro armonioso che è possibile notare già dalla copertina dell’album. L’artwork di Nicola De Simone ha rappresentato le quattro donne incorniciate da uno scenario costituito dai quattro elementi, terra, fuoco, aria ed acqua, in una creazione dal forte impatto visivo. Ascoltarle vi farà compiere un viaggio attraverso suoni e colori di tante terre, in primis la nostra, attraverso i due brani Siente siè, scritto da Luigi Esposito e Fabiana Martone, e Jesce, composizione originale di Ernesto Nobili e Annalisa Madonna. Epilogo del disco è Epitaffio, rielaborazione dell’epitaffio di Sicilo, documento musicale dell’Antica Grecia, ritrovato in Anatolia, che racchiude in dodici righe un’immensa celebrazione alla vita. SesèMamà, l’intervista Sui social avete presentato la copertina del disco e alcuni scatti del booklet, in cui emerge la presenza dei quattro elementi fondamentali: fuoco, terra, aria e acqua. In più avete inserito come ringraziamento Totò, il principe della risata. Come mai queste due scelte? La scelta dei 4 elementi risalta le peculiarità delle nostre presonalità (nonché dei percorsi artistici) così diverse e al contempo complementari. Inoltre, per un’incredibile coincidenza, i segni zodiacali rispecchiano i quattro elementi. Riteniamo che sottolineare le differenze sia un punto di forza e ci dia la possibilità di accettare i limiti l’una dell’altra e di andare avanti con più determinazione. Totò è presente nella nostra terra  ancora oggi a distanza di oltre 50 anni. Molto spesso durante le prove viene citato con una delle sue gag. Nel video di Senza Paura è stato aggiunto un cameo che termina con la frase (pronunciata da Elisabetta) “non si è mai saputo”, tratta dal film Totò Diabolicus. Sesèmamà, il vostro primo disco, lo vedete più come un traguardo o come un nuovo […]

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Using Bridge: intervista al gruppo grunge-stoner

Gli Using Bridge sono un quartetto rock grunge–stoner, nato nel 2002. A gennaio 2018 hanno pubblicato l’album Floatin’ Pieces. Abbiamo intervistato Manuel Ottaviani, cantante del gruppo. 1) Gli Using Bridge sono in carriera da sedici anni, quattro dischi contando anche l’ultimo: Floatin’ Pieces. Come sono cambiati il gruppo e la sua musica negli anni? Nasciamo con delle forti influenze anni ’90, con tanto grunge. Quella che si è aggiunta negli anni è la vena stoner, lì si parla più di primi 2000. Nel gruppo si sono avvicendati diversi batteristi dietro ai fusti fino ad oggi e abbiamo fatto praticamente un disco con ognuno. 2) Che fanno gli Using Bridge nella vita? Abbiamo un infermiere, Federico Arcangeli (chitarrista), Alessandro Bernabei (il batterista) lavora come tecnico audio, Simone Antonelli (l’altro chitarrista) fa il fotografo ed organizza viaggi, poi ci sono io disoccupato, figlio della crisi che attanaglia i trentenni d’Italia. Oltre a suonare live dal 2009 organizziamo concerti, eventi e feste nella zona di Rimini sotto il nome di Alternative. 3) Come mai la scelta di cantare in inglese? Parlo per me, poiché i testi al 99% li scrivo io: Federico mi aiuta a dare una sistemata. Altre volte li scrive anche lui, ad esempio in questo disco sua è Run to You. Io sono cresciuto ascoltando gruppi che cantavano in inglese: non è stata una decisione in realtà ma una cosa naturale. Mi piace molto la musicalità che ha l’inglese all’interno di un genere come il rock per il tipo di cadenza che ha: le parole inglesi, le frasi all’interno di un pezzo secondo me risultano più musicali, più facili. 4) Passiamo a Floatin’ Pieces, l’ultimo album del gruppo. I temi principali sono interiorità, ricordi, sentimenti: come mai la scelta di insistere su questi temi? Anche questa è stata una scelta più istintiva che ragionata. Quello che scrivo sono “pezzi di me”. A volte sono delle storie vere, a volte delle emozioni che traduco in storie, dei pensieri, dei ragionamenti su tutto quello che mi capita. 5) Quindi non c’è un messaggio da lanciare? Ogni brano ha un messaggio personale, che non è votato al sociale o altro ma è semplicemente un mio modo di vedere la vita, vedere le cose, e di provare emozioni, che cerco di descrivere alle persone. Succede come per pezzi di altri artisti dove il messaggio è intimo, personale. Mi ci ritrovo, mi ci rispecchio, mi fanno capire qualcosa in più di me. Su due piedi posso pensare che un messaggio, se c’è, è più intrinseco che esplicito. Un messaggio di resistenza e resilienza, di riuscire a resistere portandosi dietro tutti i pezzi che ognuno ha nella propria vita e a volte vorrebbe anche abbandonare per liberarsi di alcuni pesi. Invece portarseli dietro fa in modo che questi pezzi non vengano dimenticati ma costruiscano in realtà la tua storia, la storia di chi se li porta dietro e diventino qualcosa di importante su cui costruire il resto. 6) I pezzi dell’album hanno una loro storia diversa, quale […]

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“Eco Trip”, il primo progetto rap sull’ecologia

Eco Trip è il frutto della collaborazione tra Doc Domi, Domenico D’Alelio per chi lo incontra alla Stazione Zoologica Anton Dohrn, e Fabio Orza, in arte Fabio Musta. Il primo album rap per la scienza parla di ecologia, di evoluzione e del rapporto tra scienza e società. Doc Domi riesce a raccontarci del mondo che ci circonda senza risultare didascalico, cosa che purtroppo spesso accade utilizzando il rap come stile narrativo. Eco Trip è soprattutto il lavoro di uno scienziato che ritorna a fare rap per poter divulgare in modo diverso, sintetico e completo un pensiero. Domenico D’Alelio ci ha raccontato come mai il rap è divenuto il suo nuovo mezzo di divulgazione. «Eco Trip non è la mia prima esperienza rap. Ho imparato a scrivere in rime prima di scrivere di scienza. Io e Musta collaborammo per realizzare un altro progetto musicale, ma dopo un periodo incerto durante il quale purtroppo scomparì anche mia madre, non riuscimmo a chiudere l’album. Era il 2005 e “presi una pausa” dal mio lato creativo». Domenico D’Alelio, lo scienziato, prevalse sull’artista rap Doc Domi. Sono trascorsi poco più di dieci anni da quando decidesti di lasciare la strada che stavi intraprendendo, perchè hai deciso di tornare nel mondo della musica rap? «Torno a fare rap perché sì. Punto. Personalmente gli devo molto, anzi, devo tanto soprattutto alla cultura hip hop. Scrivere in linguaggio rap, mi ha insegnato la sintesi, fondamentale per scrivere di scienza. Esibirmi, invece, mi ha insegnato a parlare al pubblico, catturandone l’attenzione soprattutto nelle mie conferenze. Non ho mai smesso di fare rap». Domenico D’Alelio si definisce uno scienziato abbastanza atipico, la sua storia è fatta di bivi e di ritorni di fiamma. Eco Trip non è l’unico progetto che va oltre gli schemi della convenzionale divulgazione scientifica. Leggendo la tua bio si nota subito che la tua carriera da “semplice” scienziato ha avuto una svolta particolare legata alla bicicletta, come mai hai intrapreso questo percorso divulgativo? «Nel 2015, ho cominciato trasformando la mia passione per i cicloviaggi in esperienze lavorative. Le tappe divennero luoghi d’incontro tra scienziati e cittadini. Con Mesothalassia eravamo in sella ad una bici. Tra una pedalata e l’altra i ciclisti non scienziati potevano “mettere le proprie mani” nel lavoro degli ecologi. Con i miei amici “cicloscienziati” abbiamo organizzato tre viaggi, dalle Alpi al mar Ionio. Ho raccontato l’esperienza vissuta nel primo viaggio in un libro dal titolo “Uno scienziato a pedali”, Ediciclo Editore, scritto in “tandem letterario”, con Emilio Rigatti, uno dei miei autori preferiti, che ho avuto la fortuna di coinvolgere nel team degli scienziati a pedali». Il libro porta il lettore a vivere con te quell’esperienza riuscendo a far comprendere le motivazioni di quel viaggio, ma tornando ad Eco Trip, come mai hai pensato di reindossare i panni di Domi al tempo di  dei SangAmaro? «Qualcosa durante quel viaggio era cambiato. Nella primavera del 2016 partecipai a Famelab, una competizione nella quale scienziati si sfidano a raccontare in tre minuti un argomento scientifico senza ausili multimediali. Mi ero […]

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Ocropoiz: intervista al gruppo alternative rock

Gli Ocropoiz sono un gruppo alternative rock di Telese Terme, nel Beneventano. Quattro ragazzi tra i 17 e i 19 anni, Gianfranco e Giuseppe Aceto, Luca Ruggieri e Bruno Civitillo. Foto Post-Mortem (il nome dalla pratica fotografica d’età Vittoriana) è il loro disco d’esordio, otto tracce con la Labirinto Produzioni: rock, rabbia, disillusione ed un futuro utopico. Intervistiamo qui Gianfranco Aceto, cantante e bassista. Foto Post-Mortem, intervista agli Ocropoiz Come nasce il gruppo degli Ocropoiz? Gli Ocropoiz nascono presto, verso i nostri 16 anni, tra i banchi di scuola. Abbiamo iniziato a suonare un po’ per gioco, un po’ per metterci alla prova: all’inizio avevamo un genere più leggero rispetto a quello attuale che è invece un alternative rock molto spinto, gridato. Come siete arrivati a pubblicare l’album? C’è stato un percorso che ci ha portato dalla saletta di Telese Terme, che abbiamo visto solo noi quattro e qualche amico, a suonare al Meeting del Mare. Da lì un po’ è partito tutto: abbiamo conosciuto molte persone che ci hanno sostenuto, abbiamo avuto l’opportunità di suonare al MEI, il meeting delle etichette indipendenti, al Sicinius Fest (a Sicignano degli Alburni, Salerno), a Torino al Reset Festival… Oggi che fate nella vita? Siamo sempre studenti, uno dei due chitarristi, Giuseppe, è studente liceale; il chitarrista/tastierista, Luca, lavora in proprio; io e il batterista, Bruno, siamo al primo anno d’università: lui studia al Conservatorio, percussioni, e a Benevento, biotecnologie; io al Conservatorio studio musica elettronica, indirizzo fonico. Foto Post-Mortem è un album di esordio, come si è arrivati alla nascita di questo progetto? È un percorso: pensato dai 16 ai 17 anni, arrangiato ai 18 e suonato ai 19. Un concept album, esprime quello che significa per noi la vita. Associamo paradossalmente la morte alla vita: secondo noi senza un finale non può esistere qualcosa di “perfettamente bello”. Per questo ci sono tracce molto tristi, senza speranze, perché guardano ad una civiltà il cui problema principale è trovare lavoro, mentre dovrebbe essere cosa davvero fare in questa vita. Per noi è cercare di seguire la propria felicità, ci piace dire che alla fine vivere è semplicissimo, basta fare ciò che piace, ciò che rende tutti più contenti, senza ovviamente ledere la felicità degli altri. Siamo contrari ad un’idea di vita preimpostata: nasci, vai a scuola, al lavoro, ti sposi, muori. Crediamo che non ci sia una vera destinazione, semplicemente uno deve seguire tutto quello che lo rende felice. Pur essendo un album basato su rabbia e disillusione guarda quindi al futuro? Sì, anche se a primo impatto è un album in cui i testi non portano speranza finale. Questa risiede nel fatto che nella vita tutto può essere cambiato: la foto post mortem, un’immagine retorica, per noi prende il significato di vita, di speranza. A prima vista sembra un album con musiche rabbiose, decadenti, ma parla soprattutto di vita e della bellezza di vivere. Come ci si sente ad essere coinvolti in un progetto del genere? Più che essere coinvolti ne facciamo […]

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L’esordio de LeVacanze: intervista al duo sannita

LeVacanze sono due giovani musicisti: Giuseppe Fuccio e Giovanni Preziosa, che lo scorso anno hanno dato vita al loro progetto musicale, un duo pop con influenze elettroniche. I due musicisti si sono conosciuti al Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento, entrambi diplomati in Chitarra. LeVacanze è il loro album d’esordio, prodotto dall’etichetta discografica Apogeo Records, un ep di cinque brani con testi in italiano e un sound elettro, molto british, più attuale che mai. Come nasce il progetto LeVacanze? È un progetto che parte da lontano. Entrambi facevamo parte di un gruppo pop-rock che dopo circa 2 anni di attività è cessato di esistere; nonostante tutto io e Giovanni, avevamo molta voglia di fare musica, di provare a dire qualcosa che fosse più vicino alla nostra concezione di espressività. Così abbiamo continuato da soli credendo nella realizzazione delle nostre idee e dopo un periodo di intensa produzione abbiamo esordito con il primo lavoro discografico. Il vostro sound ha come carattere dominante l’elettronico. Dietro questa scelta, che ricerca di suoni c’è? Questa è la parte di noi più strana ed interessante! Sia io (Giuseppe) che Giovanni siamo diplomati in chitarra classica, ma quando non vestivamo i panni dei “musicisti classici” l’interesse verso l’elettronica, i sintetizzatori e le drum machine, era ed è rimasto impetuoso. Sono stati fondamentali tutti gli ascolti effettuati prima e durante il periodo di pre-produzione, che ci hanno dato la possibilità di focalizzare al meglio la direzione da prendere. Ascolti che vanno dai “Neon indian” ai “Tame impala” ma sarebbe impossibile citarli tutti. Penelope è un brano dal ritmo coinvolgente e dal testo intrigante. Chi è Penelope e come è nato questo brano? Nel brano “Penelope” abbiamo composto, come spesso ci capita, prima la parte musicale e poi il testo. Come dici tu siamo arrivati al risultato finale caratterizzato da un ritmo incalzante che rimane per certi versi fluido e scorrevole. Per quanto riguarda il testo forse “Penelope” è stato l’ultimo dei brani dell’EP a ricevere la parte testuale e ricordo che avevamo la forte necessità di raccontare in una delle canzoni, la fisionomia caratteriale di una persona: di una donna. Penelope è l’immagine di una ragazza ideale, sognatrice, libera, amante della vita e delle cose belle che essa ci offre ogni giorno; una tipologia di persona che ognuno di noi vorrebbe accanto. Vivere di musica porta ad accumulare un bagaglio di esperienze e di emozioni forti e disarmanti. Qual è stato il ricordo più bello nella registrazione di questo primo lavoro artistico? Sinceramente ogni giorno che abbiamo passato in studio è stato entusiasmante e man mano che i brani prendevano vita l’emozione cresceva. Forse la fase più intrigante è stata quella relativa al missaggio e al mastering, una su tutte quando abbiamo incontrato Giacomo Fiorenza per consegnargli le tracce di “Settembre Fun Club”. Abbiamo apprezzato molto il lavoro di Giacomo in questi anni e poter collaborare con lui è stata una fantastica emozione. Quali sono i vostri progetti futuri? A breve sui nostri contatti Social comunicheremo tutte le […]

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Fil Bo Riva, intervista al musicista dei Milky Chance

Fil Bo Riva (qui il sito ufficiale), nome d’arte di Filippo Bonamici, è un musicista di origini italiane, vissuto tra l’Irlanda e la Germania. Da poche settimane ha intrapreso il tour con la sua band, i Milky Chance, e il 3 dicembre farà tappa a Milano. Il 7 novembre scorso è uscito il singolo Head Sonata, inserito nella compilation di Spotify “Italians Do It Better” (dedicata agli artisti italiani che cantano in inglese) e il 2018 vedrà l’uscita del suo primo album. Fil Bo Riva ha concesso un’intervista a Eroica Fenice Il 7 novembre hai iniziato il tour con i Milky Chance e il mese prossimo, per la prima volta dopo molti anni, tornerai in Italia. È difficile dirlo, ma il motivo perché me ne sono andato era perché sapevo che i miei sogni da musicista erano internazionali. Quindi direi che probabilmente non ce l’avrei fatta perché mi sarebbe mancata la motivazione giusta. Il fatto è che tornare è sempre facile, ma andarsene e riuscire a raggiungere qualcosa è la cosa difficile. Si vedrà nel futuro se l’Italia accetterà la mia musica. Il prossimo sarà un anno molto ricco e impegnativo, intanto hai già in mente i progetti futuri da realizzare?

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