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Eroica Fenice

La categoria Interviste contiene 29 articoli

Interviste

A tu per tu con i Neri per Caso

Ci sono gruppi che, un po’ come la prima fidanzata o il ricordo del primo bacio dato da bambino sotto un tramonto spensierato che illuminava una spiaggia della costiera amalfitana, continueremo a portare sempre nel nostro cuore. Il 1995 per molti trentenni ha rappresentato l’annata di uno dei pochi Festival passati ad aspettarlo seduti sul divano. Quello che, ancora bambino, ti faceva rompere le scatole alla mamma, la quale, poverina, magari si stava godendo il pezzo di Zarrillo con te che continuavi a chiederle “ma quando tocca a loro, quando vengono i “Neri per Caso?”. Insomma, mentre Pippo Baudo si destreggiava col suo stile inconfondibile e Anna Falchi e Claudia Koll si alternavano per la discesa delle scale del Teatro Ariston, tu aspettavi solo loro. Quel gruppo di Salerno che di lì a poco avrebbe accompagnato le tue sere d’estate e le prime postegge in riva al mare. Abbronzati dal sale e cotti dalle ragazzine. Quelle che avresti tanto voluto invitare a mangiare un gelato da soli, ma eri alle prime armi, impacciato come pochi e brillante manco da lontano e non sapevi come dirglielo. Ti restavano la brillantina nei capelli e la pista che in piazzetta verso le dieci lasciava partire “Le ragazze” e “Sentimento Pentimento”. Abbracciati dalla splendida cornice di Castel Sant’Elmo, in occasione di una tappa del loro tour con il quale stanno portando in giro il loro ultimo disco “NPC 2.0” e tanti altri brani, con una vista su Napoli e una puntatina su Capri che non guasta mai, li abbiamo incontrati e provato a tenerli a bada con Mimì che continuava a dispensare birre in giro per la stanza. Una chiacchierata con i Neri per Caso Ragazzi, come siete cambiati dal ’95? Siamo ringiovaniti di quindici anni. Ma il cambiamento più importante è stato quello che ha visto lasciare il gruppo da un membro storico, Diego, che ha deciso di dedicarsi ad altre attività ed è stato sostituito da questo giovanotto: Daniele Blaquier. Siamo molto legati a voi da quel Festival di Sanremo, perché è successo questo secondo voi? Perché ci sentivamo così, vi sentivamo vicini per appartenenza territoriale o cosa? Dai, però in quell’anno c’erano anche Grignani, Silvestri, Giorgia, i Bluvertigo. Non sei l’unico bambino che si sentiva legato a noi. Non credo sia solo questione di appartenenza, ma di sound. Fa molta presa sui bambini. Anche oggi, durante i nostri concerti abbiamo sempre un gruppo di bambini che vengono sempre davanti e restano, così, a bocca aperta. La voce arriva prima perché credo ci sia anche una spiegazione “scientifica” a tutto ciò: la musica nasce attraversa dalla voce, gli strumenti nascono ad imitazione della voce. Uno strumento primordiale e che attecchisce subito il suo effetto. L’idea di cantare a cappella nasce da un grande film, “Amici miei” di Mario Monicelli e la fantastica interpretazione dei suoi cinque madrigalisti moderni che, maglia a collo alto e vestiti di nero, sconvolgono i prelati in prima fila. Un pezzo che ha fatto la storia del cinema […]

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Io secondo Woody, l’album d’esordio di LePuc

  “Io secondo Woody” è l’album d’esordio di LePuc, nome d’arte del giovane cantautore Giacomo Palombino, registrato negli studi del Sanità Music Studio di Napoli e pubblicato per l’etichetta discografica Apogeo Records.  Io secondo Woody, un viaggio che inizia da lontano Una passione, quella di Giacomo, per la musica che nasce sui palchi dei club della lontana Salamanca. Un’esperienza che ci racconta così: ” Salamanca ha segnato inevitabilmente la storia di LePuc. Arrivato lì, dove ho vissuto per un anno grazie al progetto Erasmus, ho trovato un numero straordinario di artisti e di spazi adatti ad accoglierli. In un certo senso, è bastato lasciarsi trasportare. Quello che Salamanca mi ha dato è stata la voglia di far sapere agli altri qualcosa di me parlando da un palco. Insomma, senza questa avventura oggi LePuc non esisterebbe”. Io secondo Woody, il motore del racconto Non c’è però soltanto Salamanca in Io secondo Woody.  Essenziale è stata anche l’influenza dell’omonimo regista statunitense: ”Il titolo si riferisce a Woody Allen. Ci sono tante cose che mi legano ai suoi film. Ho sempre trovato, infatti, qualcosa di simile a me nei personaggi che racconta. L’ansia, la paranoia, la paura di rischiare, il desiderio di “vedere che succede”, sono tutti motori che muovono, credo, molte storie di Allen. Lo stesso avviene nelle storie delle mie canzoni”. Grazie a tutto questo prende forma un album di undici tracce il cui unico filo conduttore è il cambiamento. “A volte è paura di cambiare, a volte la voglia di cambiare. Altre volte ancora si parla di trasformazione, che si viva in prima persona o la si scopra negli altri. In generale, il modo più facile per parlare del cambiamento è quello di descrivere un viaggio, credo. Quindi sì, il binomio viaggio/cambiamento è il minimo comune denominatore che accompagna tutti i brani dell’album.” Sono le storie e i viaggi di Camilla, una giovane studentessa universitaria fuori sede; di Mario, benzinaio quarantenne che non si è mai arreso alle ingiustizie; di Fausto e Giacomo, alle prese con le noie della scuola. Queste e tante altre storie che si intrecciano con le atmosfere sfumate e sognanti dell’infanzia e dell’estate. Io secondo Woody, le scelte musicali Io secondo Woody è un pregiatissimo album d’esordio, curato nei minimi particolari. Ponderate e ben selezionate, infatti, le scelte musicali impreziosite anche dalla collaborazione di molti musicisti come Luciano Cicero (basso), Tiziano Cicero (batteria e timbales), Salvatore Carlino (congas), Enrico Valanzuolo (tromba), Francesco Fabiani (chitarra). Degne di nota anche i featuring con altri giovani artisti quali Roberto Ormanni in Un bastone e Federica Vezzo nel brano Bicchieri di carta.

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Intervista a Kafka sulla spiaggia, semifinalista del Premio De Andrè

Lo scorso 20 Aprile il gruppo napoletano Kafka sulla spiaggia si è aggiudicato la vittoria della tappa campana del Premio De Andrè, tenutasi al Cafè Street 45 di Torre del Greco, organizzata dall’associazione B.E.T.A. ed A-Different in accordo con l’organizzazione nazionale del Premio De Andrè. La band partenopea accederà dunque direttamente alla semifinale nazionale della kermesse. In vista di questo importante appuntamento, Eroica Fenice li ha intervistati. Chi sono i Kafka sulla Spiaggia? I Kafka Sulla Spiaggia nascono nel 2011. Dopo numerosi cambi di formazione quella attuale si presenta così: Luca Maria Stefanelli (voce, chitarra, piano), Domenico Maria Del Vecchio / Nikkio (batteria, voci), Giorgio Magliocco / Gioia di Vivere (chitarra, voci), Pierluigi Patitucci (basso, voci). Nel 2012 il gruppo viene notato durante un live dal produttore, fonico e musicista Carlo Di Gennaro, che gli offre la possibilità di registrare il primo singolo, Adieu, al quale nel 2013 fa seguito la pubblicazione del primo Ep, Il marinaio spiegò le vele al vento ma il vento non capì, registrato e mixato da Carlo Di Gennaro presso lo studio Kammermuzak e curato nel mastering dal fonico e musicista Michele Signore. Nello stesso anno la band vince il Premio per la miglior presenza scenica al Gielle Contest, e Adieu entra a far parte di numerose compilation. I Kafka cominciano così a suonare in giro per l’Italia e a collezionare riconoscimenti, tra cui il Premio dell’Associazione Ultrasuoni, nell’ambito del Nano Contest. Il 2015 vede impegnata la band nella registrazione – “autonoma e con improbabili mezzi”, come gli artisti stessi la definiscono – del primo album dal titolo New Beat, uscito a marzo 2016 per l’etichetta partenopea Octopus Records del produttore, fonico e musicista Giuseppe Fontanella (24 Grana). L’intervista al gruppo napoletano Kafka sulla spiaggia: Siete reduci dalla vittoria della tappa campana dedicata al Premio De Andrè, che esperienza è stata  e cosa significa per voi dover rappresentare la Campania  alle semifinali? «Ovviamente è stata una bellissima esperienza e poterla condividere con tanti amici musicisti ha reso il tutto più bello. Siamo molto orgogliosi di rappresentare la Campania in questo concorso, soprattutto in un momento storico in cui la nostra musica viene considerata un po’ “outsider” solo in Campania». De Andrè rientra tra le vostre influenze musicali? «Rientra meno di Battisti sicuramente. (Verranno a chiederti del nostro amore)». Come nasce l’idea di scegliere il titolo di un romanzo di Haruki Murakami per il nome del gruppo? «L’idea è nata quando abbiamo iniziato a porci domande del tipo “quanto quello che immaginiamo è reale?“ e cose di questo tipo. Siamo ancora alla ricerca di una risposta». Che musica è quella dei Kafka sulla spiaggia? «È musica che fa sicuramente bene al nostro animo e nasce dalla voglia di essere vivi. Siamo contro ogni forma di morte e di malattia». Perché secondo voi  per  giovani musicisti e cantanti oggi è così difficile riuscire ad emergere  e quanto aiutano a farsi conoscere iniziative come il Premio De Andrè ? «Oggi è difficile essere al passo con la  richiesta, quindi suppongo […]

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L’ipocrisia del razzismo: intervista a Tommy Kuti

Tommy Kuti è uno degli artisti rap più in voga del momento. Un simbolo per tutti quei figli di seconda generazione nati e cresciuti in un’Italia sempre più multi-etnica. Una forte risposta a chi, ancora oggi, semina odio e alimenta pregiudizi razziali speculando sulle paure e sull’ignoranza delle persone. Forte di un recente contratto con l’Universal Music, l’artista Afroitaliano è pronto a spiccare il volo e a realizzare il suo sogno d’infanzia: diventare un rapper di successo. Noi di Eroica abbiamo avuto il piacere di intervistarlo e di rivolgergli qualche domanda. Tommy Kuti, l’intervista Durante il tuo percorso artistico hai più volte cambiato “identità”: Mista Tolu, Tolu Kuti e poi Tommy Kuti. Potresti quindi raccontarci questi cambiamenti attraverso il tuo lungo viaggio nel rap? In realtà sono sempre stato Tommy Kuti: la gente a scuola e i miei amici mi hanno sempre chiamato Tommy. Il mio nome di battesimo è però Tolulope Olabode Kuti. Purtroppo era troppo difficile da pronunciare per i padani che mi circondavano, quindi sin da quando ero bambino mi hanno sempre chiamato tutti Tommy, una cosa importante. A me è sempre piaciuto come nome Tommy. Suona proprio come il nome di un rapper Afroitaliano, non trova? “ […] Sono troppo africano per essere solo italiano e troppo italiano per essere solo africano…”. Qual è stata la tua esperienza da Afroitaliano in Italia? Se devo essere sincero a parte gli stereotipi che hanno su di me gli sconosciuti e le saltuarie volte in cui ho dovuto discutere pesantemente con gente razzista, la mia esperienza di Afroitaliano è piuttosto positiva. Cioè, nonostante il razzismo e la discriminazione che ho percepito a scuola e negli ambienti lavorativi, sono riuscito a circondare me stesso di gente aperta mentalmente, ma soprattutto sto riuscendo a raggiungere i miei obiettivi. Fuck racism, I am Tommy. Nel tuo curriculum vanti una laurea in Scienze della Comunicazione a Cambridge. A fronte di ciò, quali differenze e/o similitudini hai riscontrato tra l’Inghilterra e l’Italia? Ma in realtà non è che io me ne vanti, cioè sono un rapper, dovrei essere almeno in galera o perlomeno dovrei essere già stato in un riformatorio, invece ho finito il liceo, non mi sono mai fatto bocciare e mi sono pure laureato. Per favore non lo dica agli altri rapper. Sinceramente. anche se ho vissuto per 3 anni a Cambridge mentre frequentavo la Anglia Ruskin University, non sento di poter esprimere un giudizio su un paese tanto vario come l’Inghilterra. Mentre ero lì a studiare frequentavo tutti gli altri studenti internazionali provenienti da ogni parte del globo, ed in classe, all’Università, gli inglesi erano una minoranza. Ah, forse sì, la più grande differenza tra l’Italia e l’Inghilterra è il fatto che nella città dell’Università più prestigiosa del mondo viva una grandissima quantità di stranieri, senza che debba arrivare Salvini a fare un comizio. Nei tuoi testi, inoltre, è sempre molto presente il tema della “provincia”. Cosa consigli a tutti quei ragazzi che magari si sentono soffocati e oppressi dalla provincia? Trovate […]

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Dutch Nazari, un’intervista tra progetti vecchi e futuri

In prossimità del concerto di domenica sera al Rapsodia di Caserta, che vedrà esibirsi Dutch Nazari in occasione dell’ “Amore Povero Tour”, abbiamo avuto il piacere di intervistare l’artista veneto in una interessantissima chiacchierata telefonica sui suoi progetti vecchi e futuri. (in foto,a sinistra Sick Et Simpliciter a destra Dutch Nazari) Dutch Nazari, l’intervista Come nasce Dutch Nazari ? Come hai iniziato ? Mi sono appassionato al rap una decina di anni fa, intorno al 2004/2005, soprattutto con l’ascolto di Mr. Simpatia di Fabri Fibra e Mi Fist dei Club Dogo. Questo mi ha portato prima a scoprire l’universo del rap italiano underground e poi a guardarmi intorno nella mia città, per vedere se c’erano altri ragazzi che amavano questo genere. In questo modo, sempre in quegli anni, è nata la mia crew Massima Tackenza. Nell’ultimo periodo, comunque, ho un po’ riscoperto i miei ascolti precedenti al rap, ovvero quelli relativi alla canzone d’autore italiana. Le mie due grosse influenze a livello artistico musicale sono queste e mi sono ritrovato a mescolarle nella musica che scrivo. Secondo me questa cosa si può sentire molto in Amore Povero, che è il mio ultimo disco. A proposito di Amore Povero, oltre a quest’album hai pubblicato Diecimila Lire e Fino a Qui. Cosa accomuna e cosa differenzia questi tre album? In realtà il primo lavoro solista che ho pubblicato è “Non lo avevo calcolato”. Era il 2011: a quei tempi non avevo un’etichetta e non avevo ancora un ufficio stampa quindi quel disco si è un po’ perso nel tempo, però io lo rivendico come tutti gli altri. La differenza sensibile a partire da Diecimila Lire in poi è che, con esso, è iniziata la mia collaborazione con il producer Sick Et Simpliciter che da lì in poi ha prodotto quasi tutte le strumentali dei miei dischi. Dopo la sua uscita ci siamo semplicemente messi a creare canzoni. Nell’arco di un anno, tra l’inizio del 2015 e l’inizio del 2016, ci siamo ritrovati ad avere un discreto numero di canzoni. Ci sembrava che alcune stessero meglio insieme e che altre, sebbene ci piacessero comunque, fossero un po’ più in un viaggio solitario. Anche perché non tutte erano state prodotte da Sick Et Simpliciter. Allora abbiamo accomunato le seconde in un EP, Fino a Qui; e poi tutte le altre, molto più amalgamate musicalmente, le abbiamo messe nel disco Amore Povero. Rimaniamo in tema Amore Povero. È come se l’intero album sia caratterizzato da questo senso di nostalgia “sfumato”. Confermi questa mia impressione ? Te la posso assolutamente confermare anche perché non sei affatto l’unico che me lo dice -ride- però non è una nostalgia che io dichiaro prima di iniziare a scrivere. È una cosa che ho notato a posteriori. Posso confermartela ma non sono così bravo a giustificartela razionalmente. Ritorniamo al tuo background musicale. Hai detto che, oltre al rap, è stata la canzone d’autore italiana a influenzarti maggiormente. Da quali cantautori hai tratto maggior ispirazione? Sono cresciuto con la musica che […]

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La Differenza: intervista a Chiara Ragnini

Ieri 28 aprile è uscito il secondo disco di Chiara Ragnini dal titolo “La Differenza”. La differenza tra il passato e il presente musicale, la differenza di stile, la differenza come fattore di crescita. Un nuovo mondo racchiuso in dieci canzoni inedite, che mescolano il pop all’elettronica, che raccontano le relazioni di oggi, l’amore, le emozioni legate ad esso. Un bel progetto discografico, non banale e con un sound che “fa la differenza”. Noi di Eroica Fenice l’abbiamo intervistata. Un nuovo sound, tra pop ed electro. Chi sono gli artisti a cui ti sei ispirata? Ho rispolverato, anzitutto, la mia chitarra elettrica e tutti quegli ascolti che fanno rima con groove che erano rimasti nel cassetto per troppo tempo dopo i vent’anni. Sono cresciuta con Eminem e i Subsonica, con l’hip hop statunitense, con i Massive Attack e i Portishead e sarebbe stato un vero peccato lasciare da parte l’entusiasmo di certe sonoritá, di ritmi quasi atavici che tanto mi avevano coinvolta precedentemente. Ultimamente ho scoperto anche una giovane artista belga, Selah Sue, il cui album ho letteralmente divorato: la sua produzione é stata di grande ispirazione per questo disco, cosí come tanto buon pop angolofono, da Ellie Goulding fino a Janelle Monae. Ascoltando l’album sono rimasta affascinata da Il Vortice Bianco. Come nasce questa canzone? Ti ringrazio molto, é una delle mie preferite! Nasce, come molte canzoni del disco, dal bisogno di raccontare una relazione da un punto di vista non necessariamente edulcorato: i rapporti di coppia sono affascinanti anche quando risultano impantanati negli stessi, banali errori, come l’ostinazione a non volersi confrontare o venire incontro l’uno con l’altro. Il Vortice Bianco per me é questo: é simbolo di un limbo dal quale a volte é difficile uscire, uno stallo in cui non si riesce né ad avanzare né ad indietreggiare. Sono senzazioni che ho vissuto e nelle quali sono state coinvolte molte mie amiche. L’importante é, prima o poi, uscirne, naturalmente. Chi è oggi Chiara Ragnini? Oggi Chiara Ragnini é una donna realizzata di 34 anni, una musicista che ha trovato finalmente la sua dimensione artistica ideale, lontano da compromessi e vincoli limitanti per la propria libertá creativa ed intellettuale. Ho raggiunto una certa serenitá e questo mi ha permesso di dare vita ad un disco, La Differenza, che mi rispecchia appieno, con grande onestá e coraggio di mostrarmi davvero per quella che sono: una persona estremamente determinata, grintosa, “con le palle”. Spero che si sentirá nelle dieci canzoni che compongono l’album. Cosa é cambiato dal Giardino di Rose? Sono cambiata io: sono cresciuta, ho suonato tantissimo, ho conosciuto molti artisti, musicisti, professionisti che mi hanno aiutata a capire bene quale direzione prendere. In questi anni ho scritto tante canzoni utilizzando approcci diversi: ora ho trovato il mio stile e il mio approccio alla scrittura ideale. Credo che per costruire cose buone ci voglia tempo e mi sono presa tutto quello di cui avevo bisogno. Prima mi era mancato un po’ di coraggio, sono sincera: coraggio che invece […]

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Interviste

Elephant Claps, intervista alla band milanese in prossimità del primo disco

Il 14 aprile vedrà la luce Elephant Claps, primo disco dell’omonima band milanese (qui la pagina fb per poterli seguire). Il gruppo, che comincia a farsi conoscere a Milano e nei dintorni nel 2015, è composto da sei componenti: Mila Trani (soprano), Serena Ferrara (mezza soprano), Naima Faraò (contralto), Gianmarco Trevisan (tenore), Matteo Rossetti (bass) e André Michel Arraiz Rivas (beat box). Elephant Claps: un disco di sole  voci Il disco consta di nove brani eseguiti esclusivamente attraverso le voci dei componenti della band, senza alcuna necessità di strumenti. «I nostri pezzi nascono spesso da un’idea ritmica, o da una frase senza senso, e prendono forma dopo lunghe improvvisazioni e infinite risate. In fase compositiva abbiamo imparato ad ascoltarci, a comunicare e a creare un nostro sound. Quando improvvisiamo incolliamo le nostre voci, sappiamo anticipare quello che farà l’altro e ci inseriamo laddove manca qualcosa, per creare equilibrio». Noi di Eroica Fenice abbiamo scambiato quattro chiacchiere con gli Elephant Claps Come nasce la vostra band e cosa vi accomuna, oltre all’ovvia passione per la musica? Dal nucleo di Mila e Serena la ricerca si è orientata verso cantanti con un’affinità nell’attitudine musicale. Ognuno di noi ha sviluppato individualmente la necessità di spaziare a più livelli con il proprio strumento e da parte di tutti c’è stata la volontà di creare musica solo con la voce. Abbiamo anche in comune una certa propensione all’ilarità.. Il nome del vostro gruppo ha un significato particolare? Ci piaceva l’idea di essere sei parti che compongono un’unità così abbiamo cercato tra gli animali e il grosso e docile elefante ci è sembrato perfetto: ama stare in gruppo e in differenti culture ha significati molto affascinanti tra cui saggezza, pazienza e fortuna. I claps si sono aggiunti per marcare il fatto che il groove per noi è fondamentale, il nostro pachiderma ha un gran senso del ritmo. Quali sono gli artisti a cui vi ispirate maggiormente? Zap mama, Bobby Mc Ferrin, Manhattan Transfer per parlare di artisti che hanno messo la voce al centro della loro ricerca. Poi le influenze spaziano tra band che ci fanno ballare e voci che ci affascinano…da Miriam Makeba ai Cypress Hill, da Jamiroquai a Nina Simone… Ad aprile uscirà il vostro primo album che reca il nome omonimo della vostra band. Perché questa scelta? È come il primo figlio che si chiama col nome dei genitori: è una tradizione, una sorta di rito. Se doveste descrivere il vostro disco con una sola parola, quale scegliereste? Energia, senza dubbio. Ogni artista afferma di avere una propria canzone nel cuore. Qual è la vostra? Essendo in sei è molto difficile trovare un solo brano che possa rappresentarci ma direi blackbird perché è la prima e unica cover che abbiamo cantato arrangiata per sole voci. Grazie per l’intervista.

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Concerti

Murubutu, l’intervista al professore rapper

In occasione dell’uscita del nuovo album L’uomo che viaggiava nel vento con il suo relativo tour che vedrà il rapper Murubutu approdare a Napoli il 20 Maggio allo Scugnizzo Liberato, noi di Eroica Fenice abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’artista di Reggio Emilia in una breve ma piacevolissima intervista telefonica. Murubutu, l’intervista Come nasce Murubutu? Come artista nasco nei primi anni ’90, nel periodo delle Posse. Era il periodo della Golden Age dell’ Hip Hop italiano. In quegli anni praticavo anche altre discipline tra cui il writing, la break-dance e lo skate. In questi anni, in cui hai sfornato diversi lavori, è cambiato il tuo approccio al rap? Sì, prima avevo un approccio decisamente più militante e poi con il passare del tempo è diventato un approccio più culturale e più didattico, fino a dargli una curvatura fortemente narrativa. Ha influito il fatto di essere un professore? Sicuramente. Il fatto di dover studiare tanto e di dover cercare sempre il modo migliore per esprimere dei contenuti ha influito anche sul mio rap. Il tuo genere lo hai definito Letteraturap (unione tra letteratura e rap). Ti piacerebbe che questo genere arrivasse al grande pubblico oppure preferiresti che rimanesse un genere di nicchia? Magari perché l’acquisto di un bacino d’utenza maggiore potrebbe innescare un processo corruttivo di questo genere. A me piacerebbe sicuramente aumentare il bacino d’utenza però senza cedere su alcuni punti fissi che sono il tipo di produzione, che non è mai sintetica, e poi soprattutto il tipo di testi che sono sempre testi di ricerca e di approfondimento. Quindi non passano attraverso la semplificazione. L’ideale è sempre raggiungere il maggior bacino d’utenza mantenendo il prodotto pressoché intatto. Ritorniamo al tuo approccio al rap. Hai detto che in questi anni è cambiato ma pensi possa cambiare ulteriormente in futuro? Certo, già adesso nell’ultimo album e nel prossimo album, sto lavorando su un tipo di produzione molto più melodica. Più contaminata anche dal folk e da strumenti che solitamente non si ritrovano nel rap. Quindi dal punto di vista della produzione, ci sarà sicuramente un’evoluzione mentre dal punto di vista della scrittura sto cercando di valutare anche altri tipi di approcci. Sempre, però, nel bacino dello story-telling. Concluderei con l’ultima domanda. In vista del tuo concerto a Napoli, cosa devono aspettarsi i fan? Cambierà qualcosa rispetto alla tua ultima apparizione al Blu Club di Fuorigrotta? Quando verrò il 20 Maggio allo Scugnizzo Liberato porterò il nuovo album. Ci saranno canzoni e proposte nuove, tutte cose più seguite perché l’ultimo album ha avuto una circolazione maggiore. Ci sarà quindi possibilità di cantare tutti insieme. Ci saremmo io, il mio socio U.G.O e Dj T-Robb ai piatti. Ringraziamo tantissimo Alessio Mariani, in arte Murubutu, per la disponibilità e l’umiltà senza le quali quest’intervista non sarebbe potuta avvenire.

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Interviste

King of the minibar, intervista ad Andrea Bruschi, in arte Marti

Andrea Bruschi, in arte Marti, è un musicista e un attore italiano. Ha iniziato la sua carriera negli anni ’90 e da allora ha accumulato anni di esperienza e successi, tanto nel campo della musica, che in quello della recitazione. Il 3 febbraio è uscito King of the minibar, ultimo disco di una trilogia iniziata nel 2009. In vista dell’uscita di King of the minibar, abbiamo intervistato Andrea Bruschi Salve Andrea, la sua carriera artistica, come musicista, nasce negli anni ’90. Come lo ricorda quel periodo? Buongiorno a lei (sorride). Ricordo che era ancora il 90’ e quindi le cose erano diverse. Sono vintage ma cerco di frenare la mia nostalgia. Gli anni ’90 erano molto interessanti perché c’era ancora un fermento artistico da ventesimo secolo, cioè le persone uscivano di casa per conoscere le cose non essendoci internet, che come in un romanzo di P. K. Dick, ha sostituito la realtà con una parallela. Si andava nei negozi a comprare i dischi, che erano ancora un oggetto artistico da possedere gelosamente godendosi tutti i particolari dell’opera. Si andava ai concerti e si controllava la fede musicale delle persone per strada, cioè si riconoscevano i propri simili per come erano vestiti realmente nella vita e non nelle foto sui social che possono essere anche forvianti. Penso che l’esperienza di uscire di casa (non lo dico con ironia) sia sempre fondamentale e quindi per me gli anni 90’ sono gli ultimi scampoli di una vita diversa, sia quella interiore che esteriore. La mia formazione viene ancora da più lontano dagli anni 70/80’, che si stanno poi capendo meglio adesso perché ci vuole una certa distanza nelle cose. Detto questo io sono riuscito a realizzare i miei progetti artistici in modo più efficace nel nuovo millennio quindi sono grato agli anni ’90 e ’80 che mi hanno dato le fondamenta, ma anche al ventunesimo secolo in cui spero ci sia più ascolto, oltre alla velocità che lo sta caratterizzando. «Cassavetes diceva: trovate persone che volete emulare e supportatele. Non importa dove siano e che forma d’arte facciano, sia musica o qualsiasi cosa. Supportatele perché, avanti nel percorso, saranno loro il vostro supporto». E lei chi ha supportato? Le parole di Cassavetes sono sante… supportare significa per me seguire, nutrirsi dell’artista, anche vampirizzarlo ed amarlo. Insomma parlo di passione, che con il cinismo non ha nulla a che vedere. Io ho sempre seguito gli artisti che mi hanno parlato, che mi hanno preso, nella mia stanzetta a Genova San Fruttuoso, che è il mio quartiere natale, e mi hanno fatto volare nell’iperspazio e mi hanno salvato la vita. Io ho seguito artisti musicali e non solo. Li ho cercati, li ho studiati, li ho amati e li ho incontrati, quando possibile, per ringraziarli e sostenerli. Perciò il movimento/etichetta che abbiamo creato intorno al disco è dedicato a Cassavetes. Questo è il mio percorso. Avere uno dei miei artisti preferiti, Igort, che mi dona la sua arte per il disco fa parte di questa filosofia.  Il 3 febbraio è stato pubblicato Kinf of […]

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L’amore ai tempi della collera: l’album di Rocco Traisci

La macchina della musica indipendente è sempre in moto, per fortuna. Chiuso il 2016 con tanti album e novità, è tempo che il nuovo anno si caratterizzi con altrettanta vivacità innovativa e musicale. Tra gli album e i lavori più interessanti, segnaliamo sicuramente L’amore ai tempi della collera di Rocco Traisci. L’amore ai tempi della collera, l’album L’album, completamente autoprodotto, sarà pubblicato il 16 Gennaio. Per Rocco questo costituirà il primo lavoro da solista dopo i due album pubblicati con La Freak Opera. Registrato e mixato al Lavalab Recording Studio di Trecase, è stato composto grazie all’aiuto di Giovanni Vicinanza, compositore musicale dell’intera opera, e alla collaborazione di tantissimi altri musicisti che hanno supportato la penna e la voce di Rocco. Già dal titolo, è ben chiara la citazione e l’ispirazione al romanzo di García Márquez. Il tutto si apre con il brano Amore & Collera, un invito a sfuggire all’opprimente tedio della quotidianità, a “Non aver paura, che oggi passa e passerà”, supportato da un intenso assolo di chitarra elettrica. Segue poi Vivo a Parigi, un pezzo caratterizzato da un interessante accostamento tra organo e chitarra elettrica. È il tentativo di invitare una donna a viaggiare per il mondo: passando dagli States a Parigi, dalle Maldive alla Galapagos. Il terzo brano è una botta di energia di musica elettronica, dal carattere graffiante come già preannunciato dal titolo: La tigre. Le atmosfere elettroniche vengono abbandonate per lasciare spazio nuovamente alle chitarre ne I compleanni: una ballad dal sapore nostalgico e dalle tante speranze verso il futuro. La quinta traccia, Superfisico, si apre invece con un motivetto al piano in stile “saloon” da far west, con la partecipazione della voce di Pasquale Sorrentino. È la descrizione di un locale “a tinte noir” con tutto il variegato di umanità contenuto in esso: reietti e diseredati persi tra i fiumi dell’alcool e del gioco. Seguono le atmosfere “blueseggianti” de Gli infarti, Non mi hai portato al mare e Il carnefice. Chiudono l’album All’altro Mondo, rivisitazione in chiave blues di un vecchio brano dei Freak Opera, e Canzone in Posta Privata, uno struggente lento d’amore, un classico che si rinnova nel suo genere. L’amore ai tempi della collera, considerazioni Un lavoro ottimo, pregiato, curato in ogni minimo dettaglio sia dal punto musicale che da quello dei testi. Rocco Traisci è riuscito a raccontare, in sole 10 tracce, i sentimenti, le sensazioni e le emozioni della natura umana. Un lavoro trasversale che coinvolge più generi musicali creando un sound accattivante che potrebbe tranquillamente aprirsi a bacini di pubblico più grandi, più “pop”, senza però scadere nel banale e nella dozzinalità.

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