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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 8 articoli

Musica

Figé de Mar “Come un navigante”: esordio a gonfie vele

Il primo album dei Figé de Mar “Come un navigante” raccoglie in cinque inediti un sound ricco di sonorità differenti, che trascina tra le correnti del country e quelle del rock anni ’70. Sembra di viaggiare un po’ indietro nel tempo ascoltando il timbro del cantante della band, Lorenzo Traggiai, autore di tutti i testi dell’album. Accompagnato dagli altri “ragazzi del mare”, armati di chitarre, basso, tastiera e batteria: Nikolò Sole, Matteo De Martino, Davide Lucchi e Matteo Basile, i Figé de Mar con questo primo album sono pronti ad aprire le porte del loro mondo musicale. Ascoltando i cinque brani colpisce la naturalezza dei testi pieni di quotidianità, risuonanti di parole forti, con ritornelli incisivi. Un mix di esperienze musicali fra il cantautorato italiano, quello di De Gregori e l’impostazione stilistica di Bennato, e il ritmo folk, che sembra essere il tratto distintivo della band ligure. Il sound, nonostante l’eterogeneità di generi, ha un grande punto di forza: c’è sempre un particolare che cattura l’orecchio, nelle canzoni che posseggono una fluidità musicale spiazzante. L’album “Come un navigante” è stato anticipato dal singolo Boulevard e da un’anteprima esclusiva su RockON. Ci si muove a metà tra terra e mare, in un dualismo che riflette la regione da cui provengono i Figé de Mar, la Liguria. Tra una ballada dai toni romantici come il singolo “La città” e un brano più grintoso come “Boulevard”, si inserisce sempre la visione di una terra, la loro terra, sinonimo delle loro radici. Se il navigante è sempre alla ricerca di una direzione da seguire, i Figé de Mar hanno trovato da subito la chiave per navigare a gonfie vele.

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Variazioni, la musica con i musicisti di Dargen D’Amico

Variazioni è il nuovo album di Dargen D’Amico, pubblicato lo scorso 31 Marzo per la Giada Mesi, la sua etichetta discografica, prodotto e registrato da Tommaso Colliva. Insieme al disco, D’Amico ha pubblicato anche il suo primo libro, un libro di racconti. Variazioni, l’album Prima di scrivere questa recensione ho pensato tanto, arrovellandomi il cervello ma, alla fine, dopo lunghi e profondi respiri ho iniziato. Perché? Perché trovare una chiave di lettura ai suoi testi e ai suoi lavori è arduo, davvero difficile. Il rapper milanese – sempre se sia ancora corretto definirlo un rapper – attraverso le sue canzoni ha sempre dato vita a dei veri e propri universi di parole, dove il fraintendimento è dietro l’angolo, estremamente facile. Dargen è sempre fuggito dall’univocità dei possibili significati destreggiandosi tra i flussi dei suoi pensieri, proiettandoli sul foglio e sulla strumentale. Questa volta, però, mettendo a nudo la propria mente e la propria coscienza, ha cercato nuovi piani di proiezione assoluti e infiniti. Il nuovo piano di proiezione, infatti, è l’universo nella sua immensità e nella freddezza dei suoi indefiniti contorni. Sono le suggestive melodie al pianoforte di Isabella Turso a legare inscindibilmente il mondo interiore allo spazio fisico, a elevare le parole al mondo sidereo superando, in tal modo, il limite del cielo, un tema molto ricorrente nella cultura hip-hop. L’artista milanese infrange ogni categoria o etichetta che lo vorrebbe ancora legato al mondo del rap. Che sia semplice rap o “cantautorap”, non importa. Adesso Dargen fa musica, con i musicisti tra l’altro. Le influenze elettroniche sono limitate al minimo, sono le sue parole sulle musiche di Isabella Turso, nient’altro. Da questo nuovo connubio nasce Variazioni, un album di tredici tracce tra le quali sei inediti (Ama Noi, Cambiare me, Il ritornello, Le squadre, Dello stesso colore e Il ritorno delle stelle) e sette “variazioni tematiche” di vecchi brani (La mia testa prima di me, Ma è un sogno, Le file per fare l’amore, Qualsiasi movimento faccia, L’altra, Un’altra cosa e L’aggettivo adatto). Variazioni nel suo essere, come precedentemente scritto, “musica con i musicisti” chiude un percorso musicale iniziato nel 2006 con “Musica senza musicisti”, il suo primo album. Il cerchio ora si chiude e le parole di Dargen prendono nuova vita grazie al pianoforte di Isabella, raggiungendo mete prima impensabili. Variazioni va ascoltato tante volte ma senza l’ostinata pretesa di voler capire o schematizzare. In fondo è musica e, in quanto musica, suscita sensazioni che non sempre è possibile descrivere o motivare. Ascoltatelo, magari distesi sul vostro letto, magari a occhi chiusi. Lasciatevi guidare dalla musica e dalle parole con leggerezza e serenità perché, in fondo,“il mondo è talmente brutto che non ne rideremo mai abbastanza”.

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Prima dell’alba, il nuovo album di Mauro Marsu

Prima dell’alba è il nuovo album dello storyteller campano Mauro Marsu, pubblicato il 21 Marzo, disponibile su tutti gli store digitali e acquistabile in copia fisica su www.bucodelrap.it . Prima dell’alba: l’album Quasi tre anni dopo l’uscita de La Famiglia Rossi Marsu porta avanti il suo progetto di “cantautorap” strettamente connesso e influenzato dalla recitazione. Marsu questa volta si supera, consegnandoci un concept album, un’opera organica molto vasta di ben diciassette tracce. Leitmotiv del lavoro è la notte e, insieme ad essa, tutta quella vita che brucia e si consuma tra il tramonto e il sorgere del sole. Prima dell’alba raccoglie infatti le storie di sedici personaggi che, lontani dagli occhi indiscreti della folla mattutina e dai raggi inquisitori del sole, portano avanti le loro esistenze con fatica e sofferenza. Quella che ci descrive Mauro è un’umanità derelitta, degradata, che vive ai margini della società rifugiandosi in quelle contraddizioni e in quelle pieghe recondite create dall’indifferenza e dall’omertà borghese; tuttavia non per questo è un’umanità di scarsa importanza, anzi: nonostante tutto è più autentica proprio per questa sua capacità di barcamenarsi e tirare avanti tra realtà difficili e corrotte. É un’umanità che in ogni caso non si rassegna alla sconfitta ma reagisce attraverso un’ostinata volontà immaginativa, attraverso il desiderio e l’aspirazione di una vita migliore. Primo personaggio dell’opera è Angelo, un talentuoso chitarrista, “miseria e nobiltà del talento”, finito in bancarotta a causa dell’avidità del suo manager e dunque costretto a vivere per strada facendo cappello e rovistando tra i rifiuti. La sua non è però una storia autonoma e indipendente: come tutti i personaggi agirà e comparirà sia in modo diretto che in modo indiretto nelle altre storie. Assistiamo così a una narrazione polifonica di sedici esistenze che si intrecciano tra loro nella pericolosa oscurità della notte. Angelo non è l’unico ad aver visto i suoi sogni infrangersi: sogni infranti sono anche quelli di Cesare, suo unico amico, che sognava gli alti gradi dell’Arma di Stato ma che si è dovuto accontentare del noioso lavoro di vigilante; o ancora quelli di Maria Francesca, un’aspirante giornalista che si è ritrovata non a scrivere ma a consegnare fisicamente i giornali. C’è anche Renato, lo spazzino, il netturbino con il pallino del jazz che “suona” la sua scopa. Sogni amari quelli di Dea – all’anagrafe Liberato Amedeo – una prostituta transessuale che di giorno lotta contro i pregiudizi e l’ipocrisia delle persone e di notte cerca l’amore tra i barbari comportamenti dei suoi clienti. Sogni avventurosi e fantastici invece quelli del piccolo Simone, che attraverso la sua fervida immaginazione riesce a superare la paura del buio. Il silenzio della notte viene interrotto dal rombo dei motori di Tony e Roberta: il primo, che squarcia il velo dell’oscurità con i suoi fari per consegnare i suoi “prodotti” e la seconda, che con il suo taxi traghetta da un capo all’altro della città i suoi clienti. Sfrecciano e corrono senza paura anche Lauro e Francesco, attacchini di manifesti politici, due ventenni pieni di entusiasmo e di ideali […]

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Archivo General De Indias, l’album d’esordio dell’Hub Quartet

Archivo General De Indias è l’album d’esordio dell’Hub Quartet, un quartetto formato dall’unione dei talentuosi musicisti Rocco Zaccagnino ( fisarmonica e accordina), Bruno Tescione (chitarra), Gianluigi Pennino ( contrabbasso) e Giuseppe D’Alessandro ( batteria e percussioni). Pubblicato con l’etichetta discografica Skidoo Records e distribuito da Audioglobe, il disco è disponibile in tutti i negozi e store digitali dal 31 Marzo e sarà ufficialmente presentato dal vivo Martedì 4 Aprile al Cellar Theory di Napoli. Archivo General De Indias, l’album Il disco, composto da 11 tracce, è un pregiatissimo prodotto di musica latino-americana volto a rievocare, ricostruire e rinnovare, con un approccio attento e non invadente, il mondo musicale sudamericano del XX secolo. Un universo che unisce sonorità e sentimenti di paesi come l’Argentina e il Brasile. Risultato dell’incontro tra le culture indigene e primitive a quelle europee. Carattere d’incontro e unione testimoniato già dal titolo del lavoro: Archivo General De Indias; il nome dell’ufficio amministrativo di Siviglia che era capo della colonizzazione del “Nuovo Mondo”. L’album inizia con due dei tanghi più famosi del celebre musicista argentino Astor Piazzola: Escuela e Close your eyes and listen. Brani dal carattere passionale e tormentato, essenza pura e genuina dell’animo argentino. Alla struggersi argentino si passa alle sonorità rarefatte e malinconiche della musica brasiliana con Rebuliço di Hermeto Pascoal e Lamento Sertanejo di Gilberto Gil. Quest’ultimo brano vede la collaborazione della bellissima voce di Marialuisa Amorelli. Atmosfere tristemente sognanti che rievocano la saudade, il tipico sentimento malinconico della cultura brasiliana. Segue un più tipico brano di stampo jazzistico con Our Spanish Love Song del contrabbassista americano Charlie Haden per passare di nuovo all’universo latino americano con El Cacerolazo di Javier Girotto e Chorinho pra ele di Hermeto Pascoal; due brani intensi ricchi di vivacità, gioia e vitalità. Un inedito che con le sue sonorità introduce un altro capolavoro del maestro Astor Piazzola, loro indiscutibile punto di riferimento artistico, Verano Porteno. Come già accaduto in precedenza, al tango argentino segue nuovamente un brano brasiliano, Carinhoso di Pixinguinha. Questa volta, però, la malinconia viene sostituita da un canto sereno e affettuoso eseguito da Marialuisa Amorelli. Nel finale c’è spazio anche per un altro inedito, Little Hands, composto da Bruno Tescione. Archivo General De Indias, considerazioni L’Hub Quartet non poteva produrre un lavoro migliore per il loro debutto. È un album che rilancia brani, famosi e non, della musica sudamericana dello scorso secolo. Un coraggioso tentativo di riportare in auge tale mondo, spesso ai margini della grande attenzione mediatica. Un album da ascoltare ad occhi chiusi in modo tale che le sue sonorità e le sue melodie possano scavare al vostro interno, liberando sensazioni e ricordi. In modo tale che possano creare connessioni e corrispondenze con i suoni di terre lontane ma, mai come adesso, così vicine.

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Flamenco Napuleño: il nuovo album del Flamenco Napuleño Guitar Duo

Flamenco Napuleño è il primo disco del Flamenco Napuleño Guitar Duo, prodotto e arrangiato da Gabriel D’Ario, vede la partecipazione di alcuni tra i migliori musicisti partenopei: Alfredo Pumilia (violino); Pasquale Benincasa (percussioni); Gaetano Perrone (flauto traverso); Roberto De Rosa (basso); Giuseppe Spinelli (chitarra elettrica). Note soavi quelle che si trovano all’interno delle tracce presenti nel nuovissimo e freschissimo album. Un inno alla terra napoletana revisionata in chiave spagnoleggiante, dove le note della tradizione partenopea sposano le raffinate e appassionate musiche della tradizionale musica della terra del Cante Jondro, il Flamenco. Due artisti uniti dalla passione per la musica, Gabriel D’Ario, nato a Napoli nel 1986, si è diplomato in chitarra classica al Conservatorio di San Pietro Majella di Napoli, e specializzato in chitarra flamenca alla scuola Carmen de las cuevas di Granada (Spagna) e Dario di Pietro, nato a Napoli nel 1987, ha conseguito studi privati di chitarra moderna, prevalentemente Jazz, con i maestri Luca Gianquitto e Giacinto Piracci. Due anime unite dalla stessa musica e dall’amore per essa, pur avendo background di crescita differenti i due giovani artisti si sono messi in gioco con i loro strumenti raccontando il legame di sangue della musica napoletana con quella flamenca. Raccontando come le due messe insieme creano un perfetto connubio di suoni e note, un insieme che doveva solo essere suonato. Flamenco Napuleño, la conferma di un’unione ben riuscita Sono 10 le tracce presenti nel nuovo album che racchiudono due popoli lontani ma troppo vicini, le stesse note che si ascoltano risuonare, possenti per le strade di Napoli portano con loro l’eco delle musiche che invece risuonano per le vie spagnole, nelle giornate primaverili ed estive. C’è molto di Napoli, a partire dai titoli delle tracks a finire dalle note musicali prodotte. Un suono giovane ma allo stesso tradizionale quello prodotto dagli strumenti nelle mani dei sapienti musicisti. Accompagnati dai maestri che, insieme a loro, hanno collaborato al progetto di Flamenco Napuleño: un progetto, come afferma lo stesso Dario, coronamento di una serie di passioni ma anche di sacrifici. Un punto non di arrivo ma di partenza per il musicista partenopeo: “l’album per me rappresenta proprio questo: il coronamento di un’amicizia che ormai s’è fatta donna, è maggiorenne, adulta e vaccinata”. Un risultato sicuramente di successo quello che risuona tra le note di questo album. Una musica che si fa ascoltare ed ascoltare ancora, suoni che prendendoti, ti portano lontano tra la nostra terra e poi un po’ più in là tra le tradizionali carreteras, fatte di innumerevoli colori, gli stessi che questa musica e che Dario e Gabriel hanno scolpito all’interno de Flamenco Napuleño.

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Homologia: al Piccolo Bellini un eterno silenzio scandito dall’abitudine

L’8 Marzo sono sbarcati sul palcoscenico del Piccolo Bellini gli attori Riccardo Reina e Rocco Manfredi, protagonisti dello spettacolo Homologia di Rocco Manfredi, Riccardo Reina, Alessandra Ventrella per la regia di Alessandra Ventrella, produzione Dispensa Barzotti. Lo spettacolo sarà in scena fino al 12 Marzo 2017. Un uomo anziano, solo, seduto in poltrona, chiuso in uno spazio scandito dall’abitudine e dal silenzio aspetta la sua fine, quando dall’ombra un altro se stesso appare sulla scena, risvegliando un corpo intorpidito dal sonno. Gesti meccanici, automatismi senili in un tempo piccolo ma eterno sono interrotti dalla luce che irrompe sul palco, da una radio che suona e da un pacco regalo per un ultimo compleanno. Un’atrofia muscolare e dei sensi che viene sollecitata dall’immaginazione o dalla follia, un teatro di figura quello di Dispensa Barzotti, che alla parola preferisce il silenzio. Le emozioni, le immagini e il dolore si sostituiscono a pieno titolo alle parole per rendere partecipe un pubblico inaspettatamente coinvolto da una riflessione sulla fugacità della vita e sull’importanza dei rapporti umani. Il protagonista potrebbe essere uno dei tanti nonni nel mondo, lasciati soli in una stanza dai figli con la consolazione ipocrita che il nonno stia bene e quindi si possa star tranquilli senza pensarlo più – come fosse un problema. Homologia: la solitudine del Contemporaneo Capelli bianchi, occhi annacquati dalla vita, mani come radici che trovano sollievo in una busta di caramelle, ultima dolcezza di un vuoto esistenziale. Lo stato di dormiveglia nel quale l’anziano versa presto sarà pace eterna. Un ultimo viaggio, un ultimo giro di bevute offerto dall’altro se stesso, un’ultima candelina da spegnere su una torta regalo. Un teatro della solitudine dove per protagonista c’è “il sonno della ragione” che genera mostri. Mostri forse seduti anche nella poltroncina del teatro. Uomini e donne che hanno lavato la propria coscienza lasciando il padre, il nonno, a giocare con la mente ed i suoi tarli. La fine sorprende l’uomo in poltrona, la fine non è mai così dolce, i tempi mai così precisi, gli uomini davanti alla morte mai così simili, il teatro mai così casa.

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Moonage Mantra, il nuovo disco dei Dorian Gray

I Dorian Gray sono una band nata a Cagliari nel 1989 che vanta anni di premi e successi, nonché il primato europeo di esibirsi in Cina nell’anno 1992. Moonage Mantra: il nuovo disco della band Dopo sei album e concerti in Europa e nel mondo il 10 febbraio i Dorian Gray daranno alla luce un nuovo album dal titolo Moonage Mantra, diviso in due parti: la prima, di quattro canzoni (Dimenticare Burroughs, Forma e apparenza, Quasar, Resta a vederlo morire), è cantata in italiano; la seconda, che comprende i restanti cinque brani (Kali yuga, Voodoo connection, Crowed brain, Atacama baby, Dreams never sleep), è cantata in lingua inglese. È doveroso menzionare la collaborazione di artisti importanti nazionali quali Luca Masseroni (Tre allegri ragazzi morti) ai tamburi nella canzone che apre Monnage Mantra; Sebastiano De Gennaro (Calibro 35 e Le luci della centrale elettrica) al vibrafono in Forma e apparenza; Blaine Raininger (Tuxedomoon), voce e suono in Quasar. Dorian Gray e Golem in love Inoltre per quanto riguarda la seconda parte del cd, la band ha scelto di utilizzare un altro nome: Golem in love. Lo stesso Davide Catinari, che ha dato vita alla band nei lontani anni ’90, delucida sulla scelta di usare un doppio pseudonimo, riferito ognuno ad una parte del disco: «L’intero disco è segnato da un profondo bipolarismo. Dorian Gray è la condizione irrisolta del disagio interiore del qui e ora, è lo sguardo disincantato sugli effetti di un’immortalità fine a se stessa. Golem in love rappresenta invece la distruzione della consapevolezza attraverso l’innocenza, il bambino che vuole mettere il mare in un secchiello. Sono visioni parallele di un percorso circolare che tende all’infinito. Moonage Mantra è schizofrenia come ricchezza, diversità come valore, distanza come bellezza. È un polveroso Moleskine  dove si annotano i passaggi che portano all’eliminazione della parte trasparente della coscienza”». E proprio la crisi d’identità, l’ambiguità delle passioni amorose, il bisogno di allontanarsi dalla vita, sono alla base della prima parte di Moonage Mantra. Percorrono le canzoni della seconda parte, invece, l’immaginazione di un mondo diverso; la necessità di prendersi, ogni tanto, una pausa da tutto, anche da se stessi; la solitudine che si prova anche se si è circondati dal caos. Buon ascolto!

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An image of eternity: l’incantesimo di Raffaele Grimaldi

In un’era di sempre più strabiliante progresso tecnologico, chiediamoci perché nessuno abbia ancora inventato un’unità di tempo, un sottomultiplo dell’istante, che possa rendere determinabile lo stato in cui una mente (o peggio, un cuore) versi al propagarsi di una sensazione. Straordinarie suggestioni derivano dal più antico canale di emozioni esistente: la musica. Questa volta, l’epicentro delle sensazioni è Palazzo Venezia, meraviglia di Napoli nonché palcoscenico prescelto da Raffaele Grimaldi per girare il video di An image of eternity, da lui scritto ed eseguito al pianoforte, traccia, oltre tutto, che dà il titolo al suo nuovo album.  Tra le diapositive di una storia e la linea d’orizzonte: Raffaele Grimaldi Nato a Siano, in provincia di Salerno, nel novembre del 1980, Raffaele Grimaldi ha collezionato un alto numero di premi e riconoscimenti. Le sue composizioni vengono eseguite in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone, in Russia fino in Australia. Il compositore, pianista e direttore d’orchestra è attualmente docente presso il Conservatorio di musica “G. Martucci” di Salerno (in cui egli stesso ha conseguito il diploma in pianoforte e composizione). Come recita la sua biografia, nel 2009 ha conseguito il diploma di alto perfezionamento in composizione presso l’Accademia Nazionale Santa Cecilia di Roma ed è stato selezionato dall’IRCAM di Parigi per il Cursus 1 in composizione e musica elettronica, ottenendo inoltre la residenza artistica presso la Citè Internationale des Arts. Primo album da solista, “An image of eternity” viene registrato presso gli Studios de Meudon in Francia, esce lo scorso 19 dicembre per l’etichetta indipendente Blue Spiral Records con la promessa di fermare il tempo. La storia dell’album fiorisce quando il compositore aveva soltanto 19 anni, «da allora ho lasciato che piccoli pezzi si sedimentassero sottotraccia, come rocce levigate dai fili d’acqua del tempo», racconta Grimaldi. Tutte le 15 tracce contenute nel disco sono fortemente autobiografiche, sintesi sul pentagramma di un colloquio fatto con se stesso. Il compositore, infatti, non vuole raccontare «storie altre, fatte di fantasie immaginifiche», come egli stesso ha dichiarato parlando del nuovo singolo, anch’esso nell’album, “Dans l’horizon”. Quell’orizzonte di cui parla, intoccabile, che si finge fantasia, che non si fa raggiungere, è anche l’immagine di desideri e ambizioni vestita dall’oltre, di quello che non ci appartiene, ma a cui sentiamo di appartenere. Difficile, d’altro canto, è per chi ascolta non calarsi nella propria storia, dare un volto alla linea d’orizzonte: è proprio l’intimità che ha creato quella musica, la stessa che migra verso altre mani, che attraverso i sensi degli altri si trasforma. Infinite possibilità di percezione: da Grimaldi all’ascoltatore Non esiste, certamente, una scala attraverso cui valutare con oggettivo e scientifico distacco l’essenza di un brano: la musica coinvolge, è l’intangibile da cui l’uomo prende cemento per costruire. Questo, Raffaele Grimaldi lo sa bene. Egli pensa la musica come un qualcosa di eterno, «come alla pura essenza delle cose che si rivela attraverso il ritmo dell’incessante scorrere dei giorni», dice il pianista. Una musica che nasce vestita di premesse come queste, per chi l’ascolta, diventa melodia che ha il […]

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