Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 14 articoli

Musica

Willie Peyote ha un cuore, anche lui

Willie Peyote ci aveva lasciato poco più di un anno fa con quella piccola perla, irriverente e dissacrante, di Educazione Sabauda e ora è ritornato con un nuovo album Sindrome di Tôret ( Etichetta 451 Records, Distribuzione Artist First). Anticipato e pubblicizzato tramite due singoli ( I Cani e Ottima Scusa) e attraverso dei brevi video riguardanti il “making of” del lavoro, l’album nasce sulla scia lasciata dal precedente disco e si pone senza soluzione di continuità con esso, sia dal punto di vista tematico che musicale. Infatti, il titolo era già contenuto nella copertina di Educazione Sabauda, come svelato dallo stesso autore su Facebook. È un titolo eloquente, Sindrome di Tôret, nato da un gioco di parole tra la parola “Tourette”, sindrome neurologica a causa della quale chi ne è affetto non è in grado di controllare ciò che dice, e “Tôret” nome delle tipiche fontanelle di Torino a forma di toro. Un indizio, di facile intuizione, sulla natura oculatamente critica dei temi toccati ed emblema del legame viscerale tra Willie e la sua città, la conditio sine qua non la sua musica probabilmente neanche esisterebbe. Quella di Willie è una critica acuta e irriverente nata dall’insofferenza verso ogni forma di pensiero conforme a pregiudizi e stereotipi. Un’insofferenza verso l’esigenza cronica – tipica dei nostri giorni- di dover mettere bocca su tutto e di vomitare ininterrottamente giudizi e sentenze. Il buon Peyote lascia, però, anche spazio a un po’ di sana autocritica e introspezione. Scopriamolo insieme ! Willie Peyote, il nuovo album Si parte subito in quarta con la linea di basso arrabbiata e sincopata di Avanvera per poi passare al riff “blueseggiante” e dissacrante de I Cani. Un cazzotto in pieno viso all’ipocrisia e a molte spiacevoli contraddizioni del nostro paese: “L’analfabetismo è funzionale nel senso che serve a chi comanda.Qua hanno tutti una risposta,però qual è la domanda?”. La carica aggressiva viene smorzata dalle atmosfere “smooth” di un’ Ottima Scusa e elettroniche di Metti che domani. Meno aggressive ma non per questo con meno verve ironica e sarcastica. La caccia alla pedanteria, però, non conosce tregua nemmeno tra i due brani, intervallati da un featuring C’hai ragione tu con Dutch Nazari, l’amico di tante collaborazioni. La sesta traccia Chiavi nella borsa, altro featuring con Dutch, costituisce però un punto di rottura, da questo brano in poi tutto l’album acquisirà un tono maggiormente introspettivo. Disteso, a tratti rassegnato. Una scelta decisamente saggia. Sul tavolo degli imputati non ci sono più gli altri perché altrimenti avrebbe rischiato di incorrere nello stesso errore di chi precedentemente ha criticato. C’è lui e questa, in fondo, insensata aggressività della quale molte volte incappiamo inconsapevolmente. “ […]Lei mi guarda negli occhi come se stesse cercando qualcosa di corsa e sparge tutto sul tavolo come quando non trova le chiavi in borsa. E secondo me cerca qualcosa che neanche c’è”. Ci affanniamo molte volte inseguendo fantasmi, illusioni nocive per la nostra serenità accumulando rabbia e rancori immotivati. Willie ci invita a prendere un respiro […]

... continua la lettura
Libri

Tè Verde, J.S. Le Fanu: viaggio in una mente instabile

Tè Verde è indubbiamente riconosciuto come uno dei migliori racconti del mistero scritti dall’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873). Pubblicato per la prima volta nel 1869, e riedito oggi dalla Marsilio Editori,  il romanzo si muove tra il giallo psicologico e i racconti di fantasmi e spiriti tanto in voga nell’Ottocento. Non si tratta, come farebbe pensare il titolo, di un saggio sulle virtù della bevanda orientale, ma di un racconto a cavallo tra ambientazioni gotiche e riflessioni psichiatriche. Voce narrante del romanzo è Martin Hesselius, “dottore psichico” con una passione per il sovrannaturale. Precursore di Van Helsing, altro famoso medico della letteratura gotica ottocentesca, Hesselius è una sorta di psicanalista prima che la psicanalisi venisse inventata, ma anche anticipatore dei tanti investigatori e Ghost-finder della letteratura anglosasone di primo ‘900, da Sherlock Holmes in poi. Te’ verde si configura quindi come il resoconto degli studi compiuti da questo singolare medico sullo “strano caso” del reverendo Jennings. Sin dalle prime pagine si percepisce la sfuggevolezza di questo parroco all’apparenza così cortese con tutti i suoi fedeli ma che nasconde un oscuro segreto. L’incontro tra i due avviene in casa dell’amica comune Lady Mary Heyduke e sin da subito l’autore, attraverso le riflessioni di Jennings, mette in evidenza il comportamento singolare del reverendo, con il suo “modo inconfondibile di guardare in tralice, come se stesse seguendo con la coda dell’occhio qualcosa lungo la bordatura del tappeto”. Nel corso del romanzo i due stringeranno un’amicizia basata sul reciproco rispetto e, da parte del reverendo, sulla speranza che Hesselius fosse in grado di guarire la sua psiche malata.  Veniamo così a conoscenza che il parroco  è costantemente turbato dalla demoniaca presenza di una scimmia parlante, che lo spinge a “compiere azioni malvagie”, incitandolo persino al suicidio. Ecco dunque che la missione di Marin Hesselius diviene quella di salvare la vita del tormentato amico. Tè Verde e il pensiero involontario.  Ciò che salta subito all’occhio di questo romanzo è la sua modernità: Le Fanu si fa precursore di tendenze letterarie e di pensiero che, assolutamente all’avanguardia per i suoi tempi, diverranno punto di partenza per riflessioni ben più mature. La ricerca psichica e il lavorio di una mente in confusione sono il fulcro di Tè Verde, in cui largo spazio è lasciato alla descrizione dello stato psicologico in cui versa il reverendo Jennings. L’elemento onirico-fantastico è preponderante, nonostante Le Fanu cerchi di attribuire una spiegazione scietifico-medica allo stato metale del suo paziente, ricollegando lo stato di confusione e malessere proprio all’abuso di Tè fatto dal reverendo. Simbolo della precarietà psicologica dell’uomo è la diabolica scimmietta, che appare, quindi, il frutto di un’attività allucinatoria e paranoica di una mente malata. Presentata come un “demone”,la scimmia è la rappresentazione visibile di un malessere interiore di un uomo profondamente debole, il tentativo di razionalizzare paure inconsce esternandole e facendole diventare altro da sé. La scimmietta è l’incarnazione degli impulsi autodistruttivi di Jennings ma anche, in qualche modo, l’espressione dei suoi desideri rimossi. Probabilmente, tale malessere è connesso all’inconciliabilità tra il ruolo […]

... continua la lettura
Musica

Alessandro Ragazzo, fuori l’album New York

Alessandro Ragazzo nasce a Venezia nel 1994 ed è un cantautore di pop alternative, al suo terzo album da solista. New York è il titolo del suo ultimo disco che racchiude quattro brani, in cui il pop cantautoriale si fonde insieme al rock old school ed armonie alternative. Il nuovo EP è stato registrato nei Flux Studios, a New York, con una strumentazione sia vintage che elettronica, che ha reso il prodotto discografico più interessante ed innovativo. Prima di New York, Alessandro ne ha fatta di strada: membro dell’Industria Onirica, con cui ha inciso un album prodotto da Lele Battista; musicista ne La Febbre del Venerdì 13, Dan’s Apartment, The Rodriguez e Are You Real?, esordisce con il primo ep, Venice, grazie al quale ha la possibilità di suonare in numerosi live, in una situazione musicale unplugged: chitarra e loop station. Ad oggi il sound di Alessandro Ragazzo è rivoluzionato rispetto a quello del suo passato, non solo per la presenza di più strumenti, ma anche per una ricerca di suono che si muove su generi differenti, forse frutto di una crescita maturata nel corso dei live e di nuovi ascolti, divenuti d’influenza per la sua musica. NEW YORK Di nome e di fatto, non soltanto perché è stato registrato nella Grande Mela e perché New York è il titolo dell’album, ma perché ascoltando New York sembra di vivere l’atmosfera musicale che si respira in quella città. Un’atmosfera che si ascolta in tutti i brani, un sound che è propriamente americano, malinconico quanto basta, più retrò in alcuni brani, più digitale in altri: due facce di una stessa medaglia. Il primo singolo è Freckels, musica dai toni minori, nostalgica, cantata con gran sobrietà: ci si aspetta una forza espressiva forte, un’esplosione di grinta, che viene appena tratteggiata nel bridge finale. Una rock ballad, piacevole all’ascolto. Grande lavoro di ricerca dei suoni per The king came, secondo estratto dall’album. Una voce quasi sussurrata, accompagnata da una percussione, da un riff di chitarra evocativo ed alcuni effetti elettronici. Un brano che al primo ascolto sembra un eterno loop, ma che conquista dopo averlo masticato un po’. Cellar door, brano più ritmato, più fresco, che permette alla voce di Alessandro Ragazzo di esprimersi al meglio e dimostrare un timbro di voce interessante, che a tratti ricorda Paolo Nutini. Alone, espressivo e toccante, un brano dal sound americano, con percussioni presenti, che creano quel movimento incessante in grado di catturare l’attenzione. Non manca l’effetto elettronico, chitarra onnipresente ed una serie di cori precursori di un assolo liberatorio in coda.

... continua la lettura
Musica

“Concrete And Gold” il nuovo album dei Foo Fighters

L’attesa è terminata: i Foo Fighters sono tornati con il loro nono album in studio “Concrete And Gold”. Prodotta da Greg Kurstin (lo stesso che ha lavorato all’esordio solista di Liam Gallagher, per intenderci), l’ultima fatica della band di Seattle si compone di undici tracce; l’ultima in elenco, “Concrete And Gold”, dà il nome all’album. «I have an engine made of gold Something so beautiful The world will never know Our roots are stronger than you know Up through the concrete we will grow Our roots are stronger than you know Up through the concrete we will grow» (Concrete And Gold) Dopo tre anni di intensi tour, apparizioni televisive e progetti (e anche una gamba rotta), la band è tornata in studio e, ad anticipare l’uscita, ci sono due brani, ormai da settimane top trend su internet: “Run” e “The Sky Is A Neighborhood“. I numeri parlano chiaro: insieme, i due lavori hanno già conquistato 25 milioni di visualizzazioni e oltre, rendendo alte le aspettative del pubblico adorante e della critica feroce. Nonostante il penultimo album sia risultato un po’ fiacco, questo si è presentato abbastanza bene, facendo sperare che “Concrete And Gold” avrebbe potuto in qualche modo quanto meno equiparare i primi lavori della ultra ventennale band. “Concrete And Gold”, annunciato su tutti i canali dei Foo Fighters nel mese di giugno, è uscito il 15 settembre Le undici canzoni sono sistemate in un crescendo, quasi come a voler costruire un racconto: curiose sono le collaborazioni che, se non fossero note, passerebbero un po’ in sordina: il coro di “Make It Right”? Justin Timberlake che si è proposto a Dave Grohl per un featuring. La batteria di “Sunday Rain” è quella di Sir Paul McCartney, che di certo qui non ha bisogno di presentazioni, e poi Alison Mosshart (The Kills), Shawn Stockman (Boyz II Men) e il sax di Dave Koz. Tornando ai primi due singoli lanciati, la trovata è stata strategicamente geniale. In “Run” si osserva una grinta speciale, una leggera rottura con il passato; un alternarsi di melodico e heavy, che rimbomba nelle casse della macchina quando la radio lo trasmette. Poi c’è “The Sky is A Neighborhood”, anche questa grintosa, ma soprattutto evocativa. Un testo non proprio innovativo, ma del quale non si può trascurare una certa bellezza. Leggermente ripetitivo ma davanti a un Dave Grohl e compagni dagli occhi stellari che battono i piedi su un tetto non si può dire nulla di negativo. “Concrete And Gold”: cemento e oro Le restanti canzoni, a parte la parentesi di “Sunday Rain” dove Taylor Hawkins è la voce solista (non succedeva in studio dal 2005 con “Cold Day In The Sun”) cullata dalla chitarra di Grohl e, come già anticipato prima, dalle bacchette tamburellanti di Paul McCartney, scorrono tranquille, senza scatenare emozioni eccessive; un disco consigliabile per un viaggio in auto con un caro amico ma, di certo, non da eleggere come miglior album dell’anno. Tirando le somme, dell’animo grunge di Mr. Grohl sono rimasti solo i capelli […]

... continua la lettura
Recensioni

Il cantautore Luca Bash si racconta “Oltre le quinte”

«Di notte silenziosamente la mia penna va controcorrente». Recita così Controtempo, uno dei quindici brani del nuovo album del cantautore Luca Bash, Oltre le quinte. Silenziosamente il flusso musicale gli scorreva nelle vene, quando non era in grado di esprimerlo. Lo aveva avvertito già prima, più precisamente all’inizio degli anni ’90, alla scuola di musica dove aveva fatto un patto con il suo violino, per poi spingersi alla poligamia sposando la chitarra che ancora lo accompagna. Per consolidare questo legame si iscrive all’UM, l’Università della Musica di Roma. Da lì la ricerca fluisce spasmodica, verso il suo singolo Dear John  (il primo a essere reso pubblico) e la band BASH. L’attenzione che il cantautore ripone nei suoi amici nasce da qui. Dalla sensazione di star creando qualcosa insieme, di poter gioire e fallire insieme. Ma i giovani sognatori presto sono adulti: le difficoltà della vita, le necessità lavorative, e tutto ciò che ha il sapore di futuro dividono Luca Bash dal resto della band, ogni componente costretto a viaggiare. Ma il nostro cantautore ricorda quel periodo come una cesura ancora più netta. Nel 2013 Luca Bash subisce un duro colpo, un incidente che lo costringe a cinque giorni di coma e a molti mesi di debilitazione. La possibilità che la ripresa gli ha dato è ciò che più conta però: potrà riabbracciare presto la sua chitarra, e ricominciare a sognare. Non che avesse mai smesso! Quello che ha provato sulla sua pelle, l’impatto con la motocicletta, il dolore della perdita, il pensiero di non poter più tornare a suonare. Tutte queste le molle che lo fanno arrivare più in alto, che non tradiscono la limpidità della sua voce, ma la lasciano fluire. E oggi come da allora, continua a votare la sua vita alla musica, e a dedicare la sua musica alla vita. Oltre le quinte è un progetto discografico multiforme, prodotto in due lingue (inglese e italiano) e dal doppio titolo. Oltre le quinte in italiano, mentre Keys of mine in inglese. L’artista ha spiegato così la sua scelta: «“Keys of mine” è un gioco di parole: i mie amici in inglese si dice “Friends of mine”, ma loro sono le chiavi di questo disco, dedicato a loro. Da qui il titolo. In italiano invece questo gioco di parole non era possibile, e il titolo sta semplicemente ad indicare che “oltre le quinte” del teatro di tutti i giorni che mi vede attore e spettatore esiste tutto ciò che si può trovare ascoltando questo LP». Ma multiforme è anche il suo interesse musicale, che sguazza nell’indie spaziando da una base funk del singolo Giorni così, alla ballata rock di Candide bugie, fino alla nostalgica Il tuo domani che lo vede in duetto con una decisa voce femminile. Decisa è anche la sua voce, che anche quando esprime rabbia come in Per non dire no, resta salda nella sua limpidità. Il suo essere cantautore imprime sui testi una densità di parole e significato che rispecchiano efficacemente il suo intento, quello […]

... continua la lettura
Musica

“Non ascoltare in caso d’incendio”: la trilogia di Davide Buzzi

“Non ascoltare in caso d’incendio” è l’ultimo album di Davide Buzzi, in uscita il 1° ottobre. È il suo quarto disco, primo della serie che si intitolerà “La trilogia”, con uscita prevista tra il 2017 ed il 2019. I testi sono opera di Buzzi stesso, tranne in “Canzone d’addio”, inedito del milanese Massimo Priviero e “A muso duro” di Pierangelo Bertoli. Gli arrangiamenti sono del chitarrista Alex Cambise, anche produttore dell’album, al quale hanno collaborato anche Massimo Priviero Dario Gay e Jason Kemp. Davide Buzzi: non solo rock Il rock è il genere principale dell’album con il suo suono aggressivo e “cattivo”: è il caso di “Te ne vai”, traccia di apertura del cd che parla di responsabilità nell’affrontare la vita. Ma molti dei brani hanno un ritmo più lento, dovuto anche ai testi più riflessivi, meno arrabbiati, basati su storie di vita. Per rendersene conto basta ascoltare “Alice e le ali”, storia di una donna e dei suoi sogni infranti da una vita dura oppure “Salvatore Fiumara”, storia di un trombettiere del 121° fanteria, al fronte nella I Guerra Mondiale. Suo malgrado il trombettiere diventa simbolo dei tanti giovani coinvolti in una guerra inutile, delle loro vite, emozioni e soprattutto tragedie. Notevole anche la ballata “In dra vita d’un omm”, ballata con un ritmo suggestivo dato dal testo in dialetto di Aquila, piccolo villaggio ticinese: una riflessione sulla piccolezza dell’uomo rispetto all’universo. Struggente nonostante l’utilizzo del dialetto stretto la renda di difficile comprensione. “Non ascoltare in caso d’incendio” risente anche di influenze country, in “On the road”, versione italiana (ad opera di Davide Buzzi) di un brano inedito dell’australiano Jason Kemp su di un viaggio on the road di padre e figlio. Un’esperienza fondamentale per l’autore, tale da ricordarla vividamente a distanza di anni. Con “Aspetterò” si ritorna infine al rock aggressivo, sfondo ideale per un testo basato sulle esperienze di una vita, su attese, fiducia, amicizia e rese di conti con il passato. In ordine sparso queste sono solo alcune delle canzoni dell’ultimo album di Davide Buzzi: ognuna delle mancanti meriterebbe un capitolo a sé. “Non ascoltare in caso d’incendio” è il lavoro di un artista maturo (venticinque anni di carriera): il prodotto finale è un album di 11 tracce da quattro minuti circa (cui va aggiunta la versione radio di “Te ne vai”) coinvolgenti e profonde. Un buon inizio per un progetto impegnativo come quello di una trilogia. Francesco Di Nucci

... continua la lettura
Musica

Figé de Mar “Come un navigante”: esordio a gonfie vele

Il primo album dei Figé de Mar “Come un navigante” raccoglie in cinque inediti un sound ricco di sonorità differenti, che trascina tra le correnti del country e quelle del rock anni ’70. Sembra di viaggiare un po’ indietro nel tempo ascoltando il timbro del cantante della band, Lorenzo Traggiai, autore di tutti i testi dell’album. Accompagnato dagli altri “ragazzi del mare”, armati di chitarre, basso, tastiera e batteria: Nikolò Sole, Matteo De Martino, Davide Lucchi e Matteo Basile, i Figé de Mar con questo primo album sono pronti ad aprire le porte del loro mondo musicale. Ascoltando i cinque brani colpisce la naturalezza dei testi pieni di quotidianità, risuonanti di parole forti, con ritornelli incisivi. Un mix di esperienze musicali fra il cantautorato italiano, quello di De Gregori e l’impostazione stilistica di Bennato, e il ritmo folk, che sembra essere il tratto distintivo della band ligure. Il sound, nonostante l’eterogeneità di generi, ha un grande punto di forza: c’è sempre un particolare che cattura l’orecchio, nelle canzoni che posseggono una fluidità musicale spiazzante. L’album “Come un navigante” è stato anticipato dal singolo Boulevard e da un’anteprima esclusiva su RockON. Ci si muove a metà tra terra e mare, in un dualismo che riflette la regione da cui provengono i Figé de Mar, la Liguria. Tra una ballada dai toni romantici come il singolo “La città” e un brano più grintoso come “Boulevard”, si inserisce sempre la visione di una terra, la loro terra, sinonimo delle loro radici. Se il navigante è sempre alla ricerca di una direzione da seguire, i Figé de Mar hanno trovato da subito la chiave per navigare a gonfie vele.

... continua la lettura
Musica

Variazioni, la musica con i musicisti di Dargen D’Amico

Variazioni è il nuovo album di Dargen D’Amico, pubblicato lo scorso 31 Marzo per la Giada Mesi, la sua etichetta discografica, prodotto e registrato da Tommaso Colliva. Insieme al disco, D’Amico ha pubblicato anche il suo primo libro, un libro di racconti. Variazioni, l’album Prima di scrivere questa recensione ho pensato tanto, arrovellandomi il cervello ma, alla fine, dopo lunghi e profondi respiri ho iniziato. Perché? Perché trovare una chiave di lettura ai suoi testi e ai suoi lavori è arduo, davvero difficile. Il rapper milanese – sempre se sia ancora corretto definirlo un rapper – attraverso le sue canzoni ha sempre dato vita a dei veri e propri universi di parole, dove il fraintendimento è dietro l’angolo, estremamente facile. Dargen è sempre fuggito dall’univocità dei possibili significati destreggiandosi tra i flussi dei suoi pensieri, proiettandoli sul foglio e sulla strumentale. Questa volta, però, mettendo a nudo la propria mente e la propria coscienza, ha cercato nuovi piani di proiezione assoluti e infiniti. Il nuovo piano di proiezione, infatti, è l’universo nella sua immensità e nella freddezza dei suoi indefiniti contorni. Sono le suggestive melodie al pianoforte di Isabella Turso a legare inscindibilmente il mondo interiore allo spazio fisico, a elevare le parole al mondo sidereo superando, in tal modo, il limite del cielo, un tema molto ricorrente nella cultura hip-hop. L’artista milanese infrange ogni categoria o etichetta che lo vorrebbe ancora legato al mondo del rap. Che sia semplice rap o “cantautorap”, non importa. Adesso Dargen fa musica, con i musicisti tra l’altro. Le influenze elettroniche sono limitate al minimo, sono le sue parole sulle musiche di Isabella Turso, nient’altro. Da questo nuovo connubio nasce Variazioni, un album di tredici tracce tra le quali sei inediti (Ama Noi, Cambiare me, Il ritornello, Le squadre, Dello stesso colore e Il ritorno delle stelle) e sette “variazioni tematiche” di vecchi brani (La mia testa prima di me, Ma è un sogno, Le file per fare l’amore, Qualsiasi movimento faccia, L’altra, Un’altra cosa e L’aggettivo adatto). Variazioni nel suo essere, come precedentemente scritto, “musica con i musicisti” chiude un percorso musicale iniziato nel 2006 con “Musica senza musicisti”, il suo primo album. Il cerchio ora si chiude e le parole di Dargen prendono nuova vita grazie al pianoforte di Isabella, raggiungendo mete prima impensabili. Variazioni va ascoltato tante volte ma senza l’ostinata pretesa di voler capire o schematizzare. In fondo è musica e, in quanto musica, suscita sensazioni che non sempre è possibile descrivere o motivare. Ascoltatelo, magari distesi sul vostro letto, magari a occhi chiusi. Lasciatevi guidare dalla musica e dalle parole con leggerezza e serenità perché, in fondo,“il mondo è talmente brutto che non ne rideremo mai abbastanza”.

... continua la lettura
Musica

Prima dell’alba, il nuovo album di Mauro Marsu

Prima dell’alba è il nuovo album dello storyteller campano Mauro Marsu, pubblicato il 21 Marzo, disponibile su tutti gli store digitali e acquistabile in copia fisica su www.bucodelrap.it . Prima dell’alba: l’album Quasi tre anni dopo l’uscita de La Famiglia Rossi Marsu porta avanti il suo progetto di “cantautorap” strettamente connesso e influenzato dalla recitazione. Marsu questa volta si supera, consegnandoci un concept album, un’opera organica molto vasta di ben diciassette tracce. Leitmotiv del lavoro è la notte e, insieme ad essa, tutta quella vita che brucia e si consuma tra il tramonto e il sorgere del sole. Prima dell’alba raccoglie infatti le storie di sedici personaggi che, lontani dagli occhi indiscreti della folla mattutina e dai raggi inquisitori del sole, portano avanti le loro esistenze con fatica e sofferenza. Quella che ci descrive Mauro è un’umanità derelitta, degradata, che vive ai margini della società rifugiandosi in quelle contraddizioni e in quelle pieghe recondite create dall’indifferenza e dall’omertà borghese; tuttavia non per questo è un’umanità di scarsa importanza, anzi: nonostante tutto è più autentica proprio per questa sua capacità di barcamenarsi e tirare avanti tra realtà difficili e corrotte. É un’umanità che in ogni caso non si rassegna alla sconfitta ma reagisce attraverso un’ostinata volontà immaginativa, attraverso il desiderio e l’aspirazione di una vita migliore. Primo personaggio dell’opera è Angelo, un talentuoso chitarrista, “miseria e nobiltà del talento”, finito in bancarotta a causa dell’avidità del suo manager e dunque costretto a vivere per strada facendo cappello e rovistando tra i rifiuti. La sua non è però una storia autonoma e indipendente: come tutti i personaggi agirà e comparirà sia in modo diretto che in modo indiretto nelle altre storie. Assistiamo così a una narrazione polifonica di sedici esistenze che si intrecciano tra loro nella pericolosa oscurità della notte. Angelo non è l’unico ad aver visto i suoi sogni infrangersi: sogni infranti sono anche quelli di Cesare, suo unico amico, che sognava gli alti gradi dell’Arma di Stato ma che si è dovuto accontentare del noioso lavoro di vigilante; o ancora quelli di Maria Francesca, un’aspirante giornalista che si è ritrovata non a scrivere ma a consegnare fisicamente i giornali. C’è anche Renato, lo spazzino, il netturbino con il pallino del jazz che “suona” la sua scopa. Sogni amari quelli di Dea – all’anagrafe Liberato Amedeo – una prostituta transessuale che di giorno lotta contro i pregiudizi e l’ipocrisia delle persone e di notte cerca l’amore tra i barbari comportamenti dei suoi clienti. Sogni avventurosi e fantastici invece quelli del piccolo Simone, che attraverso la sua fervida immaginazione riesce a superare la paura del buio. Il silenzio della notte viene interrotto dal rombo dei motori di Tony e Roberta: il primo, che squarcia il velo dell’oscurità con i suoi fari per consegnare i suoi “prodotti” e la seconda, che con il suo taxi traghetta da un capo all’altro della città i suoi clienti. Sfrecciano e corrono senza paura anche Lauro e Francesco, attacchini di manifesti politici, due ventenni pieni di entusiasmo e di ideali […]

... continua la lettura
Musica

Archivo General De Indias, l’album d’esordio dell’Hub Quartet

Archivo General De Indias è l’album d’esordio dell’Hub Quartet, un quartetto formato dall’unione dei talentuosi musicisti Rocco Zaccagnino ( fisarmonica e accordina), Bruno Tescione (chitarra), Gianluigi Pennino ( contrabbasso) e Giuseppe D’Alessandro ( batteria e percussioni). Pubblicato con l’etichetta discografica Skidoo Records e distribuito da Audioglobe, il disco è disponibile in tutti i negozi e store digitali dal 31 Marzo e sarà ufficialmente presentato dal vivo Martedì 4 Aprile al Cellar Theory di Napoli. Archivo General De Indias, l’album Il disco, composto da 11 tracce, è un pregiatissimo prodotto di musica latino-americana volto a rievocare, ricostruire e rinnovare, con un approccio attento e non invadente, il mondo musicale sudamericano del XX secolo. Un universo che unisce sonorità e sentimenti di paesi come l’Argentina e il Brasile. Risultato dell’incontro tra le culture indigene e primitive a quelle europee. Carattere d’incontro e unione testimoniato già dal titolo del lavoro: Archivo General De Indias; il nome dell’ufficio amministrativo di Siviglia che era capo della colonizzazione del “Nuovo Mondo”. L’album inizia con due dei tanghi più famosi del celebre musicista argentino Astor Piazzola: Escuela e Close your eyes and listen. Brani dal carattere passionale e tormentato, essenza pura e genuina dell’animo argentino. Alla struggersi argentino si passa alle sonorità rarefatte e malinconiche della musica brasiliana con Rebuliço di Hermeto Pascoal e Lamento Sertanejo di Gilberto Gil. Quest’ultimo brano vede la collaborazione della bellissima voce di Marialuisa Amorelli. Atmosfere tristemente sognanti che rievocano la saudade, il tipico sentimento malinconico della cultura brasiliana. Segue un più tipico brano di stampo jazzistico con Our Spanish Love Song del contrabbassista americano Charlie Haden per passare di nuovo all’universo latino americano con El Cacerolazo di Javier Girotto e Chorinho pra ele di Hermeto Pascoal; due brani intensi ricchi di vivacità, gioia e vitalità. Un inedito che con le sue sonorità introduce un altro capolavoro del maestro Astor Piazzola, loro indiscutibile punto di riferimento artistico, Verano Porteno. Come già accaduto in precedenza, al tango argentino segue nuovamente un brano brasiliano, Carinhoso di Pixinguinha. Questa volta, però, la malinconia viene sostituita da un canto sereno e affettuoso eseguito da Marialuisa Amorelli. Nel finale c’è spazio anche per un altro inedito, Little Hands, composto da Bruno Tescione. Archivo General De Indias, considerazioni L’Hub Quartet non poteva produrre un lavoro migliore per il loro debutto. È un album che rilancia brani, famosi e non, della musica sudamericana dello scorso secolo. Un coraggioso tentativo di riportare in auge tale mondo, spesso ai margini della grande attenzione mediatica. Un album da ascoltare ad occhi chiusi in modo tale che le sue sonorità e le sue melodie possano scavare al vostro interno, liberando sensazioni e ricordi. In modo tale che possano creare connessioni e corrispondenze con i suoni di terre lontane ma, mai come adesso, così vicine.

... continua la lettura