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Eroica Fenice

La categoria Concerti contiene 30 articoli

Concerti

La prima volta di Eminem in Italia: il suo Revival tour approda a Milano

Lo  scorso 29 gennaio il famoso rapper americano Eminem ha annunciato l’arrivo del suo Revival Tour in Italia, il prossimo 7 luglio, mandando in estasi milioni di fan. Si tratta della sua prima data italiana in carriera. A parte la partecipazione come ospite al Festival di Sanremo del 2001 e all’edizione 2004 degli MTV European Music Awards di Roma, infatti, Marshall Mathers non ha mai tenuto un concerto nel nostro paese. Per il suo debutto live in Italia è stata scelta l’AREA EXPO – Experience Milano. Revival: l’ultima fatica del rapper di Detroit                    Dopo 250 milioni di dischi venduti, 15 Grammy Awards e tanti altri premi vinti – tra cui l’Oscar nel  2003 per la migliore canzone ,“Lose Yourself”, colonna sonora di “8 Mile”, film incentrato sulla sua vita e sulla sua carriera – , a 45 anni Eminem è ancora il rapper più conosciuto e apprezzato al mondo. A dimostrazione di ciò anche l’entusiasmo con cui è stata accolta l’uscita della sua ultima fatica discografica, Revival, nono album in carriera per lui, pubblicato il 15 dicembre 2017, a distanza di quattro anni dall’ultimo disco di inediti. Tuttavia l’album non ha raggiunto unanimità di pareri tra pubblico e critica. Revival – prodotto, manco a dirlo, da Dr. Dre e in parte da Rick Rubin – contiene 19 tracce in cui  l’hip pop duro e ribelle, a cui Eminem ci ha abituati, si mescola a generi opposti che vanno dal pop al rock, passando per il gospel. Slim Shady si è infatti avvalso della collaborazione di diversi artisti, tra cui alcuni dei più importanti nomi dell’attuale scena musicale internazionale, inserendo nel disco diversi duetti. Tra gli altri, spiccano i nomi di Beyoncé – con cui duetta nel brano “Walk on Water”, scelto come singolo di lancio del disco e presentato per la prima volta dal vivo ai recenti MTV EMAs – Ed Sheeran, P!nk e Alicia Keys. La scelta di avvicinarsi maggiormente al mondo del pop però convince poco. Dal punto di vista strettamente musicale, infatti, la presenza di vari artisti e l’incontro tra generi diversi,  in questo caso, è forse più un male che un bene. Revival può dirsi tutt’altro che  innovativo. Non presenta infatti grosse novità rispetto ai precedenti lavori, anzi il rapper di Detroit fa addirittura qualche passo indietro: le basi non sono particolarmente ricercate, al contrario suonano banali, datate e a tratti fastidiose, tanto da costringere l’ascoltatore a passare alla traccia successiva dopo pochi secondi di ascolto. L’intero disco risulta spompato come lo stesso Eminem. Anche testi e sample utilizzati sono piuttosto standardizzati: Marshall Mathers affronta diversi temi, tutti però più o meno già familiari – si va dalle problematiche personali (vedi “Castle”e “In your head)  alla feroce critica all’amministrazione Trump, passando per il racconto di un’overdose che poteva costargli  la vita – e sceglie di campionare  pezzi di artisti classici dell’ hip-hop quali EPMD Masta Ace, Schoolly D, Run–DMC, Beastie Boys,  e della scena pop-rock quali Cranberries, Barry White e Joan Jett. Insomma, del rapper irriverente, arrabbiato e sarcastico e, delle basi […]

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Musica

Unconscious Oracle, ritornano gli Snow in Damascus

Lo scorso 19 gennaio è uscito Unconscious Oracle, il secondo album degli Snow in Damascus, band di Città di Castello a metà tra post–rock, wave, folk ed elettronica (mix ribattezzato come “folktronica”). Il nuovo disco arriva a quattro anni di distanza dal disco d’esordio “Dylar” e, rispetto a quest’ultimo, presenta  un sound più maturo e raffinato. Dieci i brani contenuti in esso, registrati con Michele Pazzaglia, già musicista per Paolo Benvegnù, e Michele Mandrelli, presso gli studi Jam Recordings e CurtainLab di Città di Castello. L’album è stato masterizzato da Giovanni Versari presso La Maestà Mastering di Faenza. Unconscious Oracle: il ritorno degli Snow in Damascus tra folktronica e atmosfere oniriche “Unconscious Oracle” viene presentato dal gruppo perugino come un disco: “sul bisogno e sulla scelta di ritirarsi nella discrezione e, attraverso tale sottrarsi, su quegli attimi di cecità che, consapevoli o meno, tutti esperiamo”. “I suoi dieci brani – proseguono i cinque ragazzi umbri– finiscono per porci di fronte a un rischio decisivo: scoprire che “intercapedine” e “crepa”, tanto nei possibili sconvolgimenti tellurici delle nostre vite quanto nella loro ingannevole placida quotidianità, non possono essere che sinonimi”. I musicisti perugini parlano di “due spazi”,  “a separarli – dicono – per alcuni di noi una piccola intercapedine, per altri una sottile crepa. L’intercapedine rimarrà della sua larghezza, mentre la crepa potrebbe espandersi, con effetto disastroso, o liberatorio. Due spazi. Il primo è la scelta di sottrarsi, l’arte della discrezione: il venir meno pur essendo presenti. Il secondo è invece un’estrema e involontaria forma di quella stessa discrezione: un’improvvisa e fugace cecità, e la ricompensa – o risarcimento – che ne deriva, ovvero un piccolo, laico e intimo potere divinatorio, un’inattesa capacità d’istantanea visione e sussurrato racconto”. “Ed è proprio nell’intercapedine o nella crepa che li separa – spiegano infine – che si colloca “Unconscious Oracle”: è in quel vuoto divisorio che i brani del secondo album degli Snow In Damascus! sono spuntati e fioriti”. I brani che compongono Unconscious Oracle abbracciano diversi ambiti e per questo il lavoro si presta a varie  definizioni quali electrofolk, folktronica, alternativa, shoegaze. Un disco ambizioso con arrangiamenti post-rock impiantati su di uno sfondo elettronico, a tratti ambient. Un album dal sound soave ed omogeneo e dalle atmosfere oniriche che restituiscono eleganza e raffinatezza al lavoro. Inoltre, la scelta della lingua inglese potenzia il respiro internazionale che la seconda fatica discografica del quintetto perugino già assume grazie alla predilezione di sonorità a metà strada tra elettronica, folk, wave e post-rock. Unconscious Oracle si apre con le atmosfere sognanti dell’omonima traccia, ma è il pezzo immediatamente successivo, “Vultures”, ad essere stato scelto come singolo di lancio dell’album. Già da tempo è stato pubblicato anche il video. La sensazione di essere trasportati in una dimensione onirica si ha anche ascoltando le tracce successive alla title track, il sound del disco, come detto, risulta infatti piuttosto compatto. Beat computerizzati, vocals ripetitivi e synth incalzanti prevalgono, spesso a discapito della dinamicità, tuttavia nel complesso possiamo parlare di un disco […]

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Musica

Plastic Knives, il nuovo album dei Reeducate

Sonorità decise, chitarre distorte, atmosfere labirintiche, voce calda, contrasti netti. Sono questi gli ingredienti del nuovo album dei Reeducate, intitolato Plastic Knives. La band lombarda è lontana dal mainstream: lo si vede dal genere e dalle scelte stilistiche. I Reeducate, infatti, si configurano come una band shoegaze, un sottogenere appartenente all’alternative rock, nato nel Regno Unito a fine anni ’80. A rendere però innovativi i Reeducate non è solo il genere di nicchia, ma anche la mescolanza di influenze musicali: la presenza di tutte le sfumature del punk, l’effettistica della chitarra in pieno stile rock, la batteria decisa che riporta alla mente i gruppi degli anni ’70 in Gran Bretagna e quel tocco elettronico che ricorda gli ideali musicali dei Radiohead. Plastic Knives: i coltelli imperfetti dei Reeducate Siamo di fronte ad un grande iceberg di cui il nome dell’album è solo la punta, ciò che è visibile ai più. Infatti, la traduzione del titolo è “coltelli di plastica”: si tratta di coltelli imperfetti, non in grado di tagliare fino in fondo. Una metafora utilizzata per sottolineare l’incompiutezza, le frasi spezzate, i segreti rivelati a metà, una comunicazione inefficiente, proprio come sono inefficienti i coltelli di plastica, che si spezzano senza aver svolto il proprio lavoro. L’incomunicabilità, che diviene fulcro dell’intero album, la si ritrova in ogni brano, a cominciare dal primo singolo uscito in primavera: Secret Room, la più cantabile delle 8 tracce. L’architettura di Plastic Knives è complessa: un lavoro strutturato per creare straniamento, a partire dall’uso eccessivo dell’effettistica, per concludere con la costruzione dei vari pezzi, talvolta troppo complessa, altre volte piacevolmente cangiante. Ogni dettaglio sonoro non è lasciato al caso, numerosi i rimandi al genere di riferimento, lo shoegaze; il sound ha un ottimo balance tra il comparto ritmico e quello armonico, con numerose influenze di genere, tra cui spicca – senza dubbio – il passato punk. I Reeducate suonano dal 2015, hanno alle spalle diversi lavori e collaborazioni. Composta da Giuliano Buttafuoco, Francesco Bressan, Lorenzo di Gemma, Andrea Palmas e Matteo Reati, la band lombarda ha un sound malinconico quanto basta, aggressivo e deciso. Prodotto da DreaminGorilla Records, Tanato Records, Edison Box Records, È Un Brutto Posto Dove Vivere e Entes Anomicos, disponibile sia in formato digitale, sia in vinile, l’album dei Reeducate è sicuramente una parentesi musicale diversa. La copertina dell’album cattura l’attenzione: su di uno sfondo rosso, sono incastrati un occhio spalancato ed una lingua, forse icona simbolo della difficoltà di comunicazione, celebrata già ampiamente nell’album.

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Musica

“40”, il primo disco di inediti di Andrea Paone

E’ disponibile dallo scorso 3 novembre 40, il primo disco di inediti del cantautore e scrittore lombardo Andrea Paone, realizzato in collaborazione con Ettore Diliberto che lo ha affiancato negli arrangiamenti e ha diretto la produzione artistica. L’album contiene dodici tracce dalle varie sfumature che invitano a vivere la propria vita con un atteggiamento positivo, senza lasciarsi sopraffare dalle circostanze. Un disco che inneggia all’ottimismo come stile di vita,  un viaggio nei sentimenti attraverso diversi stili musicali. 40 – numero che molto probabilmente indica l’età di Paone, non specificata nella sua biografia – è  l’album della consapevolezza, quella di chi scopre che per trovare Il vero senso della vita bisogna seguire le proprie passioni e non dimenticarsi mai di Sorridere, per citare i titoli di due  brani contenuti in esso.  Andrea Paone: l’ottimismo è il “sale” della vita L’uscita della prima fatica discografica di Paone è stata anticipata dalla pubblicazione del singolo Sale, un brano che incoraggia ad affrontare le paure e a sfidare i propri limiti. Dal 20 ottobre è invece in rotazione radiofonica Me lo ha chiesto io, secondo estratto dall’album del cantautore lombardo. Ad accompagnare l’uscita del brano anche un videoclip, diretto da Daniele Spada, uscito in anteprima su L’Espresso. “Cosa accade quando ti accorgi che ciò che fai non te lo ha chiesto l’IO?  Serve fare spazio. Come? Decidendo di dire SI a se stessi”. E così ci si accorge di chi realmente si è e di cosa davvero si desidera”. Così Paone spiega la nascita del suo secondo singolo. Un invito a fermarsi un attimo per guardarsi dentro, ritrovare il proprio io e riscoprire i propri desideri, allontanandosi da ciò che non ci appartiene, dalle maschere e dai ruoli che l’odierna società spesso ci impone di accettare. Paone racconta in verità la sua storia personale, quella di un adolescente che sogna di fare della sua passione per la musica un mestiere, ma che poi, una volta cresciuto, si scontra con la realtà ed è costretto a riporre per un po’ quel sogno nel cassetto. Giovanissimo trova impiego nel settore industriale per poi rendersi conto dopo anni che qualcosa gli manca, che quella non è la sua vera strada. Riscopre così il suo primo amore e dà vita al suo primo progetto discografico. E’ quanto racconta anche il videoclip che accompagna il brano Me lo ha chiesto Io: Paone si guarda allo specchio e non si riconosce, scorrono immagini di lui che impersonifica diverse professioni, ma alla fine ritrova se stesso solo nella musica. Ad un certo punto della sua vita, come racconta la sua biografia,  il cantautore lombardo ha deciso di lasciare il suo lavoro per andare alla ricerca di se stesso e del suo io. Inizia così una fase di transizione:  si mette a dipingere, prova a coltivare un orto che lo riconnette alle sue radici, scrive un libro denso delle sue verità e, infine, si ritrova di fronte al suo pianoforte e riscopre l’amore per la musica. L’io che si risveglia e finalmente […]

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Musica

Oltre di Tartaglia Aneuro: il secondo album dopo Per Errore

I Tartaglia Aneuro sono una band formatasi nel 2012 in terra flegrea, composta da Andrea Tartaglia (voce e leader del gruppo), Salvio La Rocca (percussioni), Paolo Cotrone (chitarra), Mattia Cusano (basso) e Federico Palomba (batteria). Come rivelatoci in un’intervista precedente, “Tartaglia” è il cognome del leader mentre “Aneuro” «è il nome del progetto, ma i due non sono separati, diciamo che c’è Tartaglia in aneuro e aneuro in Tartaglia! “Aneuro” in un gioco di parole puteolano (detto con vari accenti strani) può significare varie cose, tipo: “sto da un’ora” (stong A’N’EUR), “fuori la neuro” (for A’NEURO), “senza un euro” (senzA N’EURO) o “nudo” (ANNEùR), che descrive un po’ quello che siamo». Insomma, un gruppo indipendente napoletano che rende i propri pensieri un insieme di musica e parole dal significato immediato ed efficace. Oltre di Tartaglia Aneuro è una collaborazione tra artisti indipendenti L’anteprima live del nuovo cd “Oltre” (uscito l’11 dicembre) è stata presentata il 21 dello stesso mese al Lanificio 25 di Napoli. L’album è stato prodotto da iCompany con il sostegno del progetto “S’illumina”, il bando promosso da SIAE e Mibact per la nuove offerte musicali. Questo lavoro è il frutto di una proficua collaborazione con artisti come Daniele Sepe, O’ Zulù dei 99 Posse e Ciccio Merolla. 11 brani, raccolti in un disco dal titolo emblematico: “Oltre” vuole infatti spingere l’ascoltatore a non soffermarsi alla superficie ma scavare più profondamente per raggiungere la verità. È quindi un appello, volto a diffidare dei media, dei “vampiri” che ci sono attorno e ci succhiano continuamente il sangue, ad affrontare la monotonia che si instaura nel quotidiano, la paura del futuro e l’insicurezza che spinge a battere solo percorsi già conosciuti. Il mezzo con cui i Tartaglia Aneuro comunicano è inusuale, una mescolanza di genere tra il rock, il soul, il jazz e l’indie, con sonorità etniche, ritmi incalzanti, ironia e parole affilate. Oltre è un inno a riconoscere le proprie potenzialità, anche se non ci si crede o non le si riescono a vedere; O’Lion è la descrizione inizialmente di un mondo paragonabile a una giungla, in cui si muove una figura forte e fiera come il leone che segue il proprio istinto e non fa mai nulla senza la giusta motivazione, arrivando alla metafora dell’uomo moderno ormai stanco, depresso e indolente; Leggi armate (feat. Ozulù) è una visione attuale, un ritratto della società violenta e corrotta guidata da leader inadeguati per cui bisogna aprire gli occhi; con Zucasang (feat. Daniele Sepe) il gruppo vuole mettere in guardia da quel tipo di persone sempre in grado, con malizia e cattiveria, di prendere tutto il sangue del proprio corpo, ma soprattutto dalla possibilità di diventarlo a propria volta; Fratm si sofferma nuovamente sulla difficoltà della vita che – nonostante tutto – deve essere affrontata, basandosi sui propri sensi e la propria forza; quasi interamente strumentale è Crateri, il cui testo appare come una poesia musicata che incoraggia nuovamente a spingere e a superare la superficialità, leitmotiv dell’intero album; La Fenice, come […]

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Recensioni

L’amico perduto, uno sguardo sincero sull’Indonesia | Iperborea

Un romanzo di formazione, con un pizzico di autobiografismo, un vero capolavoro della letteratura olandese, pubblicato per la prima volta nel 1948, L’amico perduto della scrittrice Hella Haasse è stato finalmente edito in Italia da Iperborea, per la traduzione di Fulvio Ferrari. Due ragazzi, uno figlio di un proprietario di piantagioni olandese, l’altro figlio di uno dei servi indigeni, crescono insieme nella tropicale Giava, attualmente una delle isole più popolose al mondo e dove si trova Giacarta, capitale dell’Indonesia.  Siamo durante il colonialismo olandese, un periodo storico che durò ben tre secoli fino a quando l’Indonesia riuscì ad ottenere l’indipendenza, solo dopo la Seconda guerra mondiale. In realtà tutto ciò viene ne L’amico perduto visto di traverso, riflesso attraverso l’amicizia dei due, in forma di memoriale: il ricordo rivive, potente, con una nostalgia e un’incomprensione verso un destino che era, nel momento in cui Haasse scrisse il romanzo, completamente attuale. “Urug era il mio amico. Quando ripenso alla mia infanzia e agli anni della giovinezza, inevitabilmente sorge dentro di me l’immagine di Urug”. I giochi nella natura incontaminata, il rudjak comprato in attesa del treno che li portasse a scuola, le confidenze in sondanese, la spensieratezza delle mille avventure immaginate insieme. Fino a che inevitabilmente, l’innocenza dei due amici viene interrotta da un episodio funesto, la morte per annegamento del padre di Urug; da quel momento, con l’incombenza dell’età adulta e la forza del colonialismo alle spalle, il destino dei due amici è destinato a separarsi. Pagina dopo pagina, il lettore si accorge che ricordare il passato per il protagonista, di cui non viene mai detto il nome, è anche un modo per comprendere il presente, per cercare di dare risposte ai suoi quesiti irrisolti: cosa ha portato la loro amicizia a spegnersi, cosa li ha portati appunto a perdersi? Ma soprattutto, come ci si può sentire stranieri nella terra dove si è nati? L’amico perduto (edito da Iperborea), un dialogo tra due mondi diversi Ciò che Hella Haasse è riuscita a raccontare nel suo romanzo più importante è, ancora oggi, la sintesi di molti aspetti che condizionano la società odierna; una modernità che trova una perfetta dimora nelle pubblicazioni di Iperborea: non solo attenzione alla trama, ma quanto in essa influisca il periodo storico che ne fa da cornice e il luogo dove viene svelata, in questo caso l’Indonesia, la cui bellezza esisteva anche molto prima dell’arrivo del colonialismo. La discriminazione, il disprezzo per la diversità, il pregiudizio, la stupida ed immotivata superiorità, sono aspetti che così come la stessa Haasse visse probabilmente ed inconsapevolmente in prima persona (figlia di un olandese, trascorse la sua infanzia nelle Indie dove studiò, finchè a vent’anni decise di trasferirsi ad Amsterdam), vivono nella quotidianità dei due piccoli amici. Alla ricerca di un posto nel mondo, Urug riesce a suo modo a trovare un’identità, cosa sulla quale il protagonista si interroga fino alla fine, e che sembra essere l’espediente delle sue evocazioni; tra i ricordi – così vividi e particolareggiati, che servono alla Haasse […]

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Recensioni

Recensione di Oh, Vita! Jova, siamo noi a doverti celebrare

Il 1° dicembre è uscito Oh, Vita!, il nuovo album di Jovanotti prodotto da Rick Rubin. Nella musica jovanottiana è possibile rinvenire diverse anime che spesso si fondono per dare vita ad un qualcosa che si distingue per l’energia e la vitalità. In questa prospettiva, l’ultimo album di Lorenzo Cherubini è un esempio perfetto di come l’anima cantautoriale possa coesistere con quella hip hop in un lavoro che si distingue, più che per la presenza, per l’assenza di suoni. Il lavoro alla produzione di Rick Rubin, uno che ha prodotto i Red Hot Chili Peppers, Shakira e i System of a Down, solo per fare qualche nome, è stato proprio all’insegna della sottrazione di qualsiasi cosa fosse superfluo. Il risultato è un Jovanotti che non ha pura di mostrarsi nudo con tutti i suoi limiti in un disco dove metà delle tracce sono eseguite con voce e chitarra. Jovanotti non è solo un cantante ma un creatore di contenuti audiovisivi e il suo sito Jova.tv o la sua pagina Facebook ne sono la dimostrazione. In Oh, Vita!, singolo che con Paura di niente ha iniziato a far conoscere il disco agli ascoltatori, Jovanotti canta: «Ormai sono uno standard | Un grande classico». E Lorenzo, dati i tanti anni di carriera alle spalle, è davvero un grande classico ma la sua vitalità lo rende contemporaneo, uno che si tuffa nell’esistenza per viverla e farla vivere attraverso le canzoni. L’amore spropositato per la musica traspare dalle dirette dal Jova Pop Shop, negozio aperto in questi giorni a Milano per lanciare il disco, in cui si avvicendano artisti di ogni genere che suonano e si divertono intrattenendo. Il pubblico può seguire dal vivo, da casa, in treno, nei parchi perché la tecnologia permette di arrivare ovunque e senza mediazioni. Se ancora non avete ascoltato l’album e vi state chiedendo se Jovanotti è sempre ”eccessivamente” positivo la risposta è sì, ma anche no. Sì perché alcune tracce sono piene di energia e perché celebrano la vita, la libertà, l’amore e le origini come dimostra Ragazzi per strada: «Ragazzini per strada |A giocarsi la vita|Che quando sembra finita |Magari è appena iniziata». No perché ci sono pezzi altrettanto belli che raccontano storie vere e difficili, a tratti tristi e dolorose, come Quello che intendevi e Affermativo.  Insomma, è un Jovanotti positivo come sempre ma realistico, che racconta anche le difficoltà che sono parte della vita perché non per tutti è sempre uno spasso. Se vi state anche chiedendo se Jovanotti è sempre “eccessivamente” romantico la risposta, in questo caso, è un secco sì. «Dicono finiscila con questa storia |Di essere romantico fino alla noia |Certo hanno ragione è gente intelligente |Ma di aver ragione non mi frega niente | Voglio avere torto mentre tu mi baci |Respirare l’aria delle tue narici», queste le parole che in Chiaro di luna spiegano quanto a Jovanotti interessi il nostro “eccessivamente”. Quest’ultima canzone è stata ritenuta come la naturale erede di “A te” eppure, a giudizio di chi scrive, […]

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Libri

La tenebrosa realtà di Wilkie Collins: Uomo e donna

Voci misteriose, scricchiolii molesti, passi martellanti, sempre più vicini. Pane quotidiano di Wilkie Collins, uno dei massimi narratori di storie di fantasmi. Pane, «una cosa piccola ma buona» alla maniera di Raymond Carver, condiviso come un’eucarestia con il compagno e rivale di sempre, Charles Dickens, la voce degli indigenti. Lui che ha fatto emozionare con la scena del «Please sir, I want some more» di Oliver Twist, un bambino che di pane ne avrà in abbondanza solo alla fine di un tunnel apparentemente senza via d’uscita. Due scrittori inglesi a contatto, perché Oliver, o Pip, o perfino Scrooge hanno tanto da condividere con i fantasmi. Romanzo poco noto del nostro Collins è Uomo e donna, pubblicato dalla Fazi Editore per la collana Le strade. Scelta oculata quella della Fazi Editore. Un romanzo apparentemente inusuale per l’autore che può considerarsi padre fondatore del poliziesco, tessitore di misteri resi intricati dalla sua abilità di cucire nella trama falsi indizi. Wilkie Collins in Uomo e donna consegna la parte di sé più vicina al compagno inseparabile Dickens: l’attenzione al sociale. Il mistero non è cancellato però dalla sua abilità narrativa, la stessa che lo aveva portato alla stesura del primo fair-play La pietra di Luna, un romanzo che è un intreccio di enigmi che il lettore a mano a mano è portato a risolvere, non senza le grandi difficoltà dovute ai trabocchetti dell’autore. Wilkie Collins in Uomo e donna dà voce a chi è costretto al silenzio Fin dalle prime impressioni, la figura femminile di Mrs Vanborough è piena di vita, ma di una vita stroncata sul nascere da un marito severo che «non guardava mai, nemmeno di sfuggita, verso la moglie». La ricerca dell’espressione nella dicotomia marito-moglie sarà una tematica in gran voga agli albori dell’isteria dilagante. L’isteria: quel grande contenitore, una categoria ripostiglio alla quale appellarsi in qualsiasi caso di psicosi femminile. L’impossibilità della comunicazione è infatti protagonista delle pagine de La mite di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, nelle quali a mano a mano il silenzio si fa arma di distruzione, lasciando spazio a un’afasica edificazione del Giudizio Universale. Questa prima figura femminile del romanzo di Wilkie Collins ci ricorda proprio quelle parole stroncate a mano a mano da una violenza inaudita, prima di tutto psicologica. Questa è una delle ragioni addotte dall’autore per motivare la sua decisione di raccontare questa storia. «Si prospetta finalmente la possibilità di stabilire legalmente il diritto di una donna sposata a disporre del proprio patrimonio e ad essere padrona dei propri guadagni». In questo clima di speranza, però, «il teppista con la pelle pulita e la giacca buona è facilmente rintracciabile in ogni grado della società inglese, nel ceto medio e nell’alto». Wilkie Collins osserva un reale tenebroso, linfa della sua ispirazione di scrittore criptico ed enigmatico, grande autore tanto di incalzanti azioni quanto di ardenti emozioni. Così, alla tenera scena delle piccole Anne e Blanche si accosta il sorriso beffardo di un legale in carriera, Mr Delamayn, che con il suo sguardo sembra affermare «Ho […]

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Interviste

Passaporto di Mario Riso: “un lungo viaggio a ritmo di musica”

È uscito lo scorso 20 ottobre Passaporto, il primo album da solista del batterista Mario Riso, distribuito dall’etichetta Self. A cinquant’anni Riso si rimette in gioco con una raccolta di diciotto tracce scritte nel corso di periodi diversi della sua lunga carriera da batterista, prestando per la prima volta anche la propria voce in un brano, Un temporale, realizzato con Danti dei Two Fingerz e scelto come singolo di lancio del lavoro. Il Passaporto di Mario Riso: un disco dalle anime differenti Anticipato dal brano Un temporale, in rotazione radiofonica dal 13 ottobre, Passaporto è un disco in cui Riso racconta, attraverso diversi stili, la sua storia musicale, fatta di oltre 30 anni di esperienza. Dopo aver suonato in numerosi album di grandi artisti, il batterista, compositore, produttore, nonchè autore e presentatore televisivo monzese ha voluto intraprendere quello che lui stesso ha definito “un viaggio a ritmo di musica”. “Un viaggio lungo – ha aggiunto – che porterà lontano, e come in ogni viaggio che si rispetti è necessario il passaporto!”. Il risultato è un album dalle sonorità più disparate, in cui convergono generi anche molto distanti tra loro: Mario Riso si muove con disinvoltura tra ritmi rock (a lui congeniali) – prevalenti nella maggior parte dei brani -, latini (come la travolgente Ay que le pasa al mayoral), pop e hip pop, mostrando tutta la sua poliedricità. 18 tracce dalle anime differenti che testimoniano una vita dedita completamente alla musica. Inoltre, come detto in precedenza, per la prima volta Riso canta anche, nel singolo “Un temporale”, un brano che si pone come una metafora della vita: non sempre il cielo è sereno, spesso bisogna attraversare burrasche, ma “un temporale dura soltanto un momento” e “un altro sole tornerà”, perché il sole torna sempre a splendere. “Il primo album solista della mia vita, la prima volta che canto e utilizzo la mia voce su una registrazione ufficiale – ha spiegato Riso – C’è sempre una prima volta per quasi tutto… ma questa per me rappresenta una grandissima emozione artistica. Grazie Danti per averla impreziosita col tuo contributo!”. Ad arricchire il progetto solista del musicista lombardo hanno contribuito numerosi altri artisti oltre al già citato Danti dei Two Fingerz; tra di essi Rise, Cristina Scabbia dei Lacuna Coil, Caparezza, Tullio De Piscopo, Giuliano Sangiorgi, movida e Rezophonic (progetto musicale benefico da lui fondato nel 2006). Mario Riso: una vita per la musica Tra i più famosi batteristi rock in Italia, Mario Riso, classe 1967,  ha mosso i suoi primi passi nel mondo della musica quando aveva poco più di 16 anni, mostrando da subito il suo talento da batterista. In 30 anni e passa di carriera ha suonato in più di 150 dischi italiani e si è esibito in oltre 2000 eventi tra concerti live e performance televisive. Oltre ad essere musicista e produttore, Riso ha un ruolo attivo anche nel mondo della televisione, è infatti autore e presentatore tv, nonché fondatore dei canali satellitare Rock Tv (Sky 718) ed Hip […]

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Musica

L’oreficeria, il nuovo album del cantautore Davide Viviani

Il 17 novembre è uscito L’oreficeria, il nuovo album del cantautore bresciano Davide Viviani che arriva a sei anni di distanza dal disco d’esordio Un giorno il mio ombrello sarà il tuo, pubblicato nel dicembre 2011 con la produzione artistica di Gabriele Ponticiello. La produzione di questo secondo lavoro è invece affidata ad Alessandro “Asso” Stefana (PJ Harvey, Vinicio Capossela) con la partecipazione di Marco Parente. Lo spirito del cantautore Davide Viviani, classe 1981, incarna appieno lo spirito autentico del cantautorato italiano, per il modo di comporre e interpretare i brani. Fedele alla tradizione, Viviani porta avanti lo stile di grandi nomi della musica d’autore italiana come De Andrè e De Gregori, di cui si avverte la forte influenza in questo secondo album. L’oreficeria è un disco breve – dura circa trenta minuti – ma di qualità, che viene definito folk, ma forse è riduttivo. La voce calda e gentile di Viviani racconta storie semplici ma dense, accompagnata da melodie languide e precise. Un album che prende le distanze dagli artifici elettronici che oggi rendono le canzoni un po’ tutte uguali e rimanda ad un’epoca in cui prevaleva la forza delle parole e dei suoni raffinati e non preconfezionati. Un lavoro autorevole con brani spontanei, molti dei quali nati all’improvviso e scritti d’un fiato, come spiegato dallo stesso autore. L’oreficeria, un album raccontastorie Il disco contiene otto brani, scritti e musicati da Viviani, tranne quello in inglese posto a chiusura del lavoro, Leashed, il cui testo è una poesia di una sua amica, Valentina Gosetti. Il singolo scelto per lanciare l’album è il pezzo d’apertura E a tutto quel mondo lì, “una canzone – spiega il cantautore bresciano − che nasce dall’idea di avvicinarmi il più possibile alla forma canzone, verso una struttura più conosciuta. Quello che viene detto, in fondo, è una dedica” . Oltre al testo in inglese, nell’album è presente un pezzo in dialetto bresciano: Salomon David. “Qualche tempo fa – racconta Viviani parlando del brano − mi sono imposto di fare un’esperienza da artista di strada, in giro. Un giorno ad Avignone ho incontrato e conosciuto questo musicista gitano. Ho deciso di scrivere il testo in dialetto, come strumento per raccontare meglio la veracità del personaggio e avvicinarmi il più possibile al fortissimo spirito insito nel mondo tradizionale e popolare gitano”. Dal musicista gitano alla festa di paese descritta in Lu porcu meu: “racconto di un’esperienza vissuta nel corso di una festa di paese a Palmariggi, Otranto. Ho reso caricaturali i personaggi incontrati mescolando realtà e immaginazione. Per intenderci: lì un drago, almeno nei giorni in cui ero presente, non è arrivato”. Litania della Città alta, invece, è una malinconica nenia che Viviani dedica a Bergamo Alta, un brano nato, come da lui stesso spiegato, durante una gita nella città: “un rigurgito di dolore indigesto, nato in salita, velocemente, durante una gita a Bergamo Alta”. Note meste e dolci accompagnano anche La creatura banale, canzone arrivata “senza pensarci, scritta d’un fiato come se fosse dettata da qualcuno […]

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