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Eroica Fenice

La categoria Libri contiene 22 articoli

Libri

La tenebrosa realtà di Wilkie Collins: Uomo e donna

Voci misteriose, scricchiolii molesti, passi martellanti, sempre più vicini. Pane quotidiano di Wilkie Collins, uno dei massimi narratori di storie di fantasmi. Pane, «una cosa piccola ma buona» alla maniera di Raymond Carver, condiviso come un’eucarestia con il compagno e rivale di sempre, Charles Dickens, la voce degli indigenti. Lui che ha fatto emozionare con la scena del «Please sir, I want some more» di Oliver Twist, un bambino che di pane ne avrà in abbondanza solo alla fine di un tunnel apparentemente senza via d’uscita. Due scrittori inglesi a contatto, perché Oliver, o Pip, o perfino Scrooge hanno tanto da condividere con i fantasmi. Romanzo poco noto del nostro Collins è Uomo e donna, pubblicato dalla Fazi Editore per la collana Le strade. Scelta oculata quella della Fazi Editore. Un romanzo apparentemente inusuale per l’autore che può considerarsi padre fondatore del poliziesco, tessitore di misteri resi intricati dalla sua abilità di cucire nella trama falsi indizi. Wilkie Collins in Uomo e donna consegna la parte di sé più vicina al compagno inseparabile Dickens: l’attenzione al sociale. Il mistero non è cancellato però dalla sua abilità narrativa, la stessa che lo aveva portato alla stesura del primo fair-play La pietra di Luna, un romanzo che è un intreccio di enigmi che il lettore a mano a mano è portato a risolvere, non senza le grandi difficoltà dovute ai trabocchetti dell’autore. Wilkie Collins in Uomo e donna dà voce a chi è costretto al silenzio Fin dalle prime impressioni, la figura femminile di Mrs Vanborough è piena di vita, ma di una vita stroncata sul nascere da un marito severo che «non guardava mai, nemmeno di sfuggita, verso la moglie». La ricerca dell’espressione nella dicotomia marito-moglie sarà una tematica in gran voga agli albori dell’isteria dilagante. L’isteria: quel grande contenitore, una categoria ripostiglio alla quale appellarsi in qualsiasi caso di psicosi femminile. L’impossibilità della comunicazione è infatti protagonista delle pagine de La mite di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, nelle quali a mano a mano il silenzio si fa arma di distruzione, lasciando spazio a un’afasica edificazione del Giudizio Universale. Questa prima figura femminile del romanzo di Wilkie Collins ci ricorda proprio quelle parole stroncate a mano a mano da una violenza inaudita, prima di tutto psicologica. Questa è una delle ragioni addotte dall’autore per motivare la sua decisione di raccontare questa storia. «Si prospetta finalmente la possibilità di stabilire legalmente il diritto di una donna sposata a disporre del proprio patrimonio e ad essere padrona dei propri guadagni». In questo clima di speranza, però, «il teppista con la pelle pulita e la giacca buona è facilmente rintracciabile in ogni grado della società inglese, nel ceto medio e nell’alto». Wilkie Collins osserva un reale tenebroso, linfa della sua ispirazione di scrittore criptico ed enigmatico, grande autore tanto di incalzanti azioni quanto di ardenti emozioni. Così, alla tenera scena delle piccole Anne e Blanche si accosta il sorriso beffardo di un legale in carriera, Mr Delamayn, che con il suo sguardo sembra affermare «Ho […]

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Interviste

Passaporto di Mario Riso: “un lungo viaggio a ritmo di musica”

È uscito lo scorso 20 ottobre Passaporto, il primo album da solista del batterista Mario Riso, distribuito dall’etichetta Self. A cinquant’anni Riso si rimette in gioco con una raccolta di diciotto tracce scritte nel corso di periodi diversi della sua lunga carriera da batterista, prestando per la prima volta anche la propria voce in un brano, Un temporale, realizzato con Danti dei Two Fingerz e scelto come singolo di lancio del lavoro. Il Passaporto di Mario Riso: un disco dalle anime differenti Anticipato dal brano Un temporale, in rotazione radiofonica dal 13 ottobre, Passaporto è un disco in cui Riso racconta, attraverso diversi stili, la sua storia musicale, fatta di oltre 30 anni di esperienza. Dopo aver suonato in numerosi album di grandi artisti, il batterista, compositore, produttore, nonchè autore e presentatore televisivo monzese ha voluto intraprendere quello che lui stesso ha definito “un viaggio a ritmo di musica”. “Un viaggio lungo – ha aggiunto – che porterà lontano, e come in ogni viaggio che si rispetti è necessario il passaporto!”. Il risultato è un album dalle sonorità più disparate, in cui convergono generi anche molto distanti tra loro: Mario Riso si muove con disinvoltura tra ritmi rock (a lui congeniali) – prevalenti nella maggior parte dei brani -, latini (come la travolgente Ay que le pasa al mayoral), pop e hip pop, mostrando tutta la sua poliedricità. 18 tracce dalle anime differenti che testimoniano una vita dedita completamente alla musica. Inoltre, come detto in precedenza, per la prima volta Riso canta anche, nel singolo “Un temporale”, un brano che si pone come una metafora della vita: non sempre il cielo è sereno, spesso bisogna attraversare burrasche, ma “un temporale dura soltanto un momento” e “un altro sole tornerà”, perché il sole torna sempre a splendere. “Il primo album solista della mia vita, la prima volta che canto e utilizzo la mia voce su una registrazione ufficiale – ha spiegato Riso – C’è sempre una prima volta per quasi tutto… ma questa per me rappresenta una grandissima emozione artistica. Grazie Danti per averla impreziosita col tuo contributo!”. Ad arricchire il progetto solista del musicista lombardo hanno contribuito numerosi altri artisti oltre al già citato Danti dei Two Fingerz; tra di essi Rise, Cristina Scabbia dei Lacuna Coil, Caparezza, Tullio De Piscopo, Giuliano Sangiorgi, movida e Rezophonic (progetto musicale benefico da lui fondato nel 2006). Mario Riso: una vita per la musica Tra i più famosi batteristi rock in Italia, Mario Riso, classe 1967,  ha mosso i suoi primi passi nel mondo della musica quando aveva poco più di 16 anni, mostrando da subito il suo talento da batterista. In 30 anni e passa di carriera ha suonato in più di 150 dischi italiani e si è esibito in oltre 2000 eventi tra concerti live e performance televisive. Oltre ad essere musicista e produttore, Riso ha un ruolo attivo anche nel mondo della televisione, è infatti autore e presentatore tv, nonché fondatore dei canali satellitare Rock Tv (Sky 718) ed Hip […]

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L’oreficeria, il nuovo album del cantautore Davide Viviani

Il 17 novembre è uscito L’oreficeria, il nuovo album del cantautore bresciano Davide Viviani che arriva a sei anni di distanza dal disco d’esordio Un giorno il mio ombrello sarà il tuo, pubblicato nel dicembre 2011 con la produzione artistica di Gabriele Ponticiello. La produzione di questo secondo lavoro è invece affidata ad Alessandro “Asso” Stefana (PJ Harvey, Vinicio Capossela) con la partecipazione di Marco Parente. Lo spirito del cantautore Davide Viviani, classe 1981, incarna appieno lo spirito autentico del cantautorato italiano, per il modo di comporre e interpretare i brani. Fedele alla tradizione, Viviani porta avanti lo stile di grandi nomi della musica d’autore italiana come De Andrè e De Gregori, di cui si avverte la forte influenza in questo secondo album. L’oreficeria è un disco breve – dura circa trenta minuti – ma di qualità, che viene definito folk, ma forse è riduttivo. La voce calda e gentile di Viviani racconta storie semplici ma dense, accompagnata da melodie languide e precise. Un album che prende le distanze dagli artifici elettronici che oggi rendono le canzoni un po’ tutte uguali e rimanda ad un’epoca in cui prevaleva la forza delle parole e dei suoni raffinati e non preconfezionati. Un lavoro autorevole con brani spontanei, molti dei quali nati all’improvviso e scritti d’un fiato, come spiegato dallo stesso autore. L’oreficeria, un album raccontastorie Il disco contiene otto brani, scritti e musicati da Viviani, tranne quello in inglese posto a chiusura del lavoro, Leashed, il cui testo è una poesia di una sua amica, Valentina Gosetti. Il singolo scelto per lanciare l’album è il pezzo d’apertura E a tutto quel mondo lì, “una canzone – spiega il cantautore bresciano − che nasce dall’idea di avvicinarmi il più possibile alla forma canzone, verso una struttura più conosciuta. Quello che viene detto, in fondo, è una dedica” . Oltre al testo in inglese, nell’album è presente un pezzo in dialetto bresciano: Salomon David. “Qualche tempo fa – racconta Viviani parlando del brano − mi sono imposto di fare un’esperienza da artista di strada, in giro. Un giorno ad Avignone ho incontrato e conosciuto questo musicista gitano. Ho deciso di scrivere il testo in dialetto, come strumento per raccontare meglio la veracità del personaggio e avvicinarmi il più possibile al fortissimo spirito insito nel mondo tradizionale e popolare gitano”. Dal musicista gitano alla festa di paese descritta in Lu porcu meu: “racconto di un’esperienza vissuta nel corso di una festa di paese a Palmariggi, Otranto. Ho reso caricaturali i personaggi incontrati mescolando realtà e immaginazione. Per intenderci: lì un drago, almeno nei giorni in cui ero presente, non è arrivato”. Litania della Città alta, invece, è una malinconica nenia che Viviani dedica a Bergamo Alta, un brano nato, come da lui stesso spiegato, durante una gita nella città: “un rigurgito di dolore indigesto, nato in salita, velocemente, durante una gita a Bergamo Alta”. Note meste e dolci accompagnano anche La creatura banale, canzone arrivata “senza pensarci, scritta d’un fiato come se fosse dettata da qualcuno […]

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Musica

Cotton Candy Club il nuovo album degli Sugarpie and the Candymen

Cotton Candy Club (IRMA records) è il quinto album degli Sugarpie and the Candymen. Il quintetto romagnolo “modern swing” è attivo nella scena musicale dal 2008. Venti i pezzi presentati: diciotto inediti di cui alcuni in lingua inglese, altri in lingua italiana e poi una scelta di cover, rivisitazioni di pezzi che hanno fatto la storia del Rock. In chiusura due bonus track, versioni italiane delle prime due tracce cantate in inglese (“Naviga l’onda” e “A modo mio”). Sugarpie and the Candymen: il quintetto “modern swing” da festival internazionale Conosciuti nella scena jazz grazie anche alle partecipazioni di festival internazionali, gli Sugarpie and the Candymen sono perfettamente integrati nel presente e riescono abilmente a portare con sé tracce del passato. La voce di Lara Ferrari è incantevole; la delicatezza e lo “swing” naturale che ne viene fuori a ogni nota cantata, si sposano perfettamente con la parte musicale, tecnicamente impeccabile. Nonostante il livello complessivo sia evidentemente alto, l’album dà l’idea di essere leggermente monotono, sia nella sua forma musicale che in quella testuale. Non si può negare, in nessun caso, l’allegra compagnia che Cotton Candy Club può fare quando lo si ascolta. All’interno di Cotton Candy Club, come già anticipato, varie sono le cover C’è qui il tentativo di renderle proprie che, anche se non lo si può definire del tutto nullo, “personalizzare” troppo i brani mette troppo in bilico la stabilità dell’opera nel suo complesso. Le rivisitazioni sono di canzoni iconiche del Rock che si sono susseguite sulla scena musicale per decadi. “Lithium”, brano celebre dei Nirvana, tra le loro mani assume un arrangiamento interessante ma snatura troppo il movente principale della band icona del grunge di inizio anni ‘90: il disagio interiore e la ribellione alla base di un rifiuto del momento storico in cui questo genere, nonché movimento culturale, nasce. Era il 1967 quando la band americana The Doors irrompeva alla radio con “Break on Through”; in Cotton Candy Club, gli Sugarpie and the Candymen riescono bene a conservare i richiami del genere bossa nova introdotti dal tastierista dei Doors Ray Manzarek (tratto che poi divenne distintivo nelle loro composizioni). “You Give Love a Bad Name” non riesce al massimo: un pezzo così potente, uno degli inni del Glam Rock degli anni ‘80 appare troppo snaturato, perdendo il suo originale fascino senza acquisirne di nuovo. “The Final Countdown” si trova in chiusura dell’album. Il pezzo è anticipato da una voce che simula il conto alla rovescia tipico di un’operazione di lancio. Anche qui si perdono le coordinate che hanno reso la canzone degli Europe celebre però qui, gli Sugarpie and the Candymen riescono, rispetto alla precedenti, a rendere di più: un tocco di sensualità e la semplicità dell’accompagnamento musicale danno a questa traccia una connotazione inaspettatamente delicata e accattivante. Nella sua totalità, Cotton Candy Club è un album piacevole ma non troppo emozionante o innovativo: l’ascolto scorre tra una “filastrocca” e l’altra decantate da una cantante meravigliosamente dotata e da musicisti fantastici nel loro genere.  

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MOCO, il debutto discografico dei Monkey OneCanObey

MOCO è il debutto discografico del duo umbro dei Monkey OneCanObey, formato dai diciannovenni Filippo Lombardelli e Saverio Baiocco, targato Jap Records. Questi due giovanissimi artisti hanno dato vita a un qualcosa di davvero unico e originale che colpisce anche per la semplicità delle loro scelte: semplici ma estremamente efficaci e d’impatto. La loro musica si sviluppa, infatti, attraverso la beatbox di Filippo sulla quale si inscrivono gli energici riff della chitarra di Saverio. MOCO, l’album C’è un po’ il loro mondo in questo album. Il mondo di due giovani adolescenti affamati di musica e conoscenza che hanno assimilato, e messo su carta e in musica, tutte le loro influenze culturali, musicali e non. Si entra fin dal principio nell’immaginario creativo di questi due baldi giovani, a partire dal loro nome e dalla copertina dell’album. “Monkey OneCanObey” ricorda molto infatti il nome di un celebre personaggio di Star Wars: Obi-Wan Kenobi. “Coincidenze ? Io non credo” direbbe qualcuno. Le “chicche” nerd non finiscono però qui. Il Gigantesco Gorilla che emerge feroce dal terreno sembra ricordare l’enorme mostro verde apparso sulla copertina del primo numero dei Fantastici 4. La loro capacità onnivora di assimilazione si esplicita incredibilmente anche in ambito musicale dove riescono a far coesistere il beatbox e il sound rock/blues della chitarra elettrica di Saverio, elementi di generi molto distanti. Un connubio realizzato grazie anche alla loro istintiva complicità, frutto di un’amicizia di lunga data. Prendono così vita otto tracce, tra le quali sei inediti, una cover di Grinning in your face di Son House e un piccolo tributo finale ai Depeche Mode con Personal Jesus. Si inizia subito con la base ritmica “vocale” creata da Filippo che introduce il distorto arpeggio di chitarra di Saverio in Evolution Playstation, per proseguire con il massiccio sound blues di Philled Lungs. L’impronta blues resta preminente anche in Route66 e I Know, questa volta però con momenti più distesi e melodici, sintomo di un approccio un po’ più introspettivo. Proprio come quello di Traintears, brano caratterizzato da un arpeggio rassicurante e soprattutto non distorto. Non banali neanche i testi attraverso i quali Filippo e Saverio manifestano la loro voglia di evadere e sfuggire dalle gabbie mentali e dall’ipocrisia che troppo spesso ci imprigionano. Esternazioni di insofferenza e ribellione ma anche tentativi di riconciliazione con le proprie paure. Le lyrics ci lasciano qualche perplessità ma anche tanta curiosità. Perplessità per la lingua usata: un inglese non privo di qualche sbavatura; curiosità perché attendiamo con ansia dei brani in italiano che potrebbe far diventare i Monkey OneCanObey una vera e propria rivelazione del nostro panorama musicale.

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Interviste

Divertissement Avec Du Punk Rock

Divertissement Avec Du Punk Rock è il nuovo album di Monsieur Blumenberg, nome d’arte di Federico Montefiori, pubblicato lo scorso 22 Settembre per l’etichetta discografica Irma La Douce. Forse ai nostri lettori più giovani il suo nome non susciterà nessun ricordo ma i più “esperti” potranno sicuramente ricordare Federico come membro dello storico duo di musica lounge dei fratelli Montefiori: i Montefiori Cocktail. Inoltre, molti di voi, pur non conoscendolo, avranno potuto sicuramente apprezzare le sue tante sigle musicali realizzate negli anni per programmi come Mai Dire Goal, Le Iene e Zelig Divertissement Avec Du Punk Rock, l’album Sedici anni dopo il suo primo lavoro solista …Musique et Coleurs…, Federico si lancia in questa nuova brillante avventura dando vita a un personalissima interpretazione di alcuni dei più famosi brani punk della storia. Un progetto che nasce con l’obbiettivo di rendere un divertente e spensierato omaggio alla musica e alla cultura punk che, come ci racconta lui stesso, quest’anno festeggia il suo quarantesimo anniversario: «Io per gioco, riarrangio mentalmente qualsiasi musica che mi passi per le orecchie, questa idea lounge-punk in realtà l’avevo già elaborata qualche anno fa poi quando lo scorso inverno ho scoperto che quest’anno sarebbe stato il quarantennale del punk, mi ci sono dedicato totalmente. Innanzitutto ho scelto i miei brani preferiti e poi ho verificato se si sarebbero potuti adattare a nuove versioni senza perdere la loro forza.» Un vero e proprio divertissement, un “lusus” musicale, senza alcuna presunzione di aprire una nuova epoca aurea per il genere, se non quella di intrattenere e far ballare l’ascoltatore. Monsieur Blumenberg, infatti, si mostra molto scettico su un possibile revival punk: «No, un fenomeno di ribellione socio-musicale come il punk non potrà più rivivere perché non ci potranno più essere le stesse condizioni di 40 anni fa» Divertissement Avec Du Punk Rock, i brani Tredici i brani dei quali undici rivisitazioni di celebri brani come: God Save The Queen e Anarchy in The U.K. dei Sex Pistols; California über alles dei Dead Kennedys; Blitzkrieg Pop dei The Ramones; Should I Stay Or Should I Go, London Calling e Rock The Casbah dei The Clash; Dancing With Myself di Billy Idol; Psycho Killer dei Talking Heads; Jukebox Babe di Alan Vega e Lust For Life di Iggy Pop. Spazio anche per due inediti: Divertissement Avec Du Punk Rock, la strumentale d’apertura, e Sex, Bugs and Rock And Roll. Non ascolterete le violente schitarrate di Joe Strummer o la voce insolente e rabbiosa di Johnny Rotten, bensì da una sapiente miscela di sassofoni, bonghi e synth. Un eccellente cocktail musicale da assaporare, magari, proprio davanti a un buon drink!

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Ritornano i Maleducazione alcolica: “Vele nere” è il nuovo album

Vele Nere è l’album che segna il ritorno sulla scena discografica di Maleducazione Alcolica, a tre anni di distanza dal precedente Resto Fuori. Si tratta del terzo lavoro della band viterbese che arriva dopo significativi cambiamenti nella formazione nata nel 2010 su iniziativa del cantante Marco Piccioni. Vele Nere: la straripante energia de la Maleducazione alcolica Il disco – pubblicato lo scorso 9 ottobre sempre su etichetta Maninalto! Records, anticipato dal singolo Ora– contiene 11 brani inediti, 4 guest e il remake di un vecchio pezzo. In perfetto stile ska/punk, il nuovo lavoro di Maleducazione alcolica racconta “di impavidi pirati e gentlemen dal bicchiere facile, d’avventure passate e di rotte ignote nelle acque agitate di questo grande villaggio globale”. Ad aprire il disco la breve intro “sinfonica” Open Fire, a cui fanno però seguito una serie di brani dalle sonorità rock/ska/punk – tipiche del gruppo viterbese – , con qualche retrogusto jazz-blues: un mix esplosivo e avvincente derivante dall’incontro tra le distorsioni e le ritmiche delle chitarre con l’arrangiamento dei fiati. Chitarre, ritmi incalzanti e fiati, su sfondi caraibici (vedi pezzi come Lolita e Ora), sono infatti gli ingredienti principali  di questo nuovo energetico lavoro di Maleducazione alcolica. Presenti anche due brani interamente in lingua inglese: White Shoes, molto Green Day style,  e Join the party, dove il suono aggressivo delle chitarre elettriche e quello squillante delle trombe si mescola alle eleganti e seducenti note del sax; sonorità che è possibile apprezzare maggiormente nella title track Vele nere, pezzo interamente strumentale, come pure la breve intro Last Dawn, che precede il brano Affondo, posto a chiusura del lavoro. Un disco maturo nei suoni, molto ricercati, e nei testi, come di consueto taglienti, a tratti amari, a tratti esilaranti. Ai ritmi vigorosi corrispondono, infatti, testi altrettanto forti, come quelli di Affondo e Terra Madre cantata con i Talco: “Terra madre terra gemella terra di sogni ingiustizie e pietà / Terra sposa, terra sorella, mendico a te la mia amata realtà/ Terra madre terra gemella terra di sogni ingiustizie e pietà/ Terra sposa, terra sorella, mendico a te la mia amata realtà/ Forse non ne sentirà parlare nessuno, sulle radio non c’è stato mai posto per noi/ Tutti i giorni tutti i santi giorni per strada, tutti i combattenti che difendono la loro/ Amata odiata amata terra di nessuno, amata odiata terra di qualcuno/ E finchè non avremo più le forze, combatteremo questo cancro che incombe/Non vogliamo più morire per gli ideali, non vogliamo più marcire sotto poteri…” Un album dinamico, che dà la scossa, mette allegria e fa venire tanta voglia di ballare, risulta infatti quasi impossibile stare fermi mentre lo si ascolta, ma invita anche alla riflessione. Consigliato agli amanti del genere e non, perché sfido chiunque a non farsi catturare da certi ritmi travolgenti. Maleducazione Alcolica: breve biografia Nata nell’estate del 2010 da un’idea del cantante Marco Piccioni, la band viterbese vede oggi la seguente formazione: Marco Piccioni: Voce, Sax Riccardo “Il maestro” Schiavoni: Voce e Chitarra Emidio “Midio” Mazzilli: Basso […]

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L’ombra della vita, il nuovo album di The Sniper

L’ombra  della vita è il nuovo lavoro del rapper cilentano The Sniper aka TicSnip, nomi d’arte di Aldo Matrone, pubblicato il 23 di questo mese per l’etichetta A-Dam Records e disponibile sui maggiori store digitali.  The Sniper e l’ombra della vita, un’epopea rap L’album, come dichiara il suo stesso autore, “è solo il primo capitolo di un’epopea rap che si svilupperà nell’arco dei prossimi album”. Un originale tentativo di implementare e superare i limiti dell’idea di concept album per creare, in questo modo, non un solo disco ma una vera e propria saga di album legati a un unico tema. The Sniper e l’ombra della vita, l’album Un’ ombra si staglia minacciosa sull’orizzonte del nostro protagonista. È Il conto salato dei tanti scheletri nell’armadio e di cicatrici mai completamente rimarginate, è l’ombra della vita. Un passato che si riaffaccia pericolosamente ma che The Sniper affronta a testa alta e senza timore. Le intenzioni sono ben chiare già dall’inizio con la traccia Lotterò ( Prod. Astratto), un inno a non mollare mai ma che troverà difficile realizzazione nelle tracce successive. Nel primo skit inizierà ad avvertire i primi sintomi di malessere ma lo psichiatra sorvolerà con sufficienza prescrivendo un dannoso aumento di farmaci. La rabbia e la frustrazione aumenteranno con Karma ( Prod. Astratto) e No Word (Prod. D. Ratz) che precedono il secondo skit, quello dove il suo alter ego deviato uscirà finalmente allo scoperto. Aldo cerca di resistere in questa logorante battaglia ma senza risultati. Dopo Schiaffon ( Prod. Astratto– Scratch Dj Creolo) e il terzo skit, il demone interiore avanzerà sempre più prepotentemente cercando di trascinare con sé Aldo nell’oblio. Questo si rispecchierà anche nei brani seguenti, caratterizzati da una carica sempre più aggressiva. Schiavitù Mentale ( Prod. Astratto feat Poeti Maledetti), Vilipendio ( Prod. Astratto– Scratch Dj Stivo), Suonn ( Prod. D. Ratz) e Meta (Prod. Astratto feat. Momih) costituiscono infatti il culmine della spinta impetuosa dell’album. Sarà nel quarto skit che Aldo arriverà alla resa dei conti- solo apparente- con il suo demone. Una resa dei conti che sembrerà terminare con un lieto fine per il protagonista con la traccia Fenice- un ovvio simbolo di rinascita- ma che in realtà rimarrà sospesa con l’inquietante e ambiguo outro finale.  The Sniper e l’ombra della vita, considerazioni L’ombra della vita è un godibilissimo racconto, a suon di rap tipicamente old school, di un ragazzo alle prese con i fantasmi del proprio passato che lotta, con le unghie e con i denti, per raggiungere un nuovo inizio. The Sniper ci fornisce un’importante lezione dando vita a quello che si spera essere il primo capitolo di una lunga e fortunata epopea rap.

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Willie Peyote ha un cuore, anche lui

Willie Peyote ci aveva lasciato poco più di un anno fa con quella piccola perla, irriverente e dissacrante, di Educazione Sabauda e ora è ritornato con un nuovo album Sindrome di Tôret ( Etichetta 451 Records, Distribuzione Artist First). Anticipato e pubblicizzato tramite due singoli ( I Cani e Ottima Scusa) e attraverso dei brevi video riguardanti il “making of” del lavoro, l’album nasce sulla scia lasciata dal precedente disco e si pone senza soluzione di continuità con esso, sia dal punto di vista tematico che musicale. Infatti, il titolo era già contenuto nella copertina di Educazione Sabauda, come svelato dallo stesso autore su Facebook. È un titolo eloquente, Sindrome di Tôret, nato da un gioco di parole tra la parola “Tourette”, sindrome neurologica a causa della quale chi ne è affetto non è in grado di controllare ciò che dice, e “Tôret” nome delle tipiche fontanelle di Torino a forma di toro. Un indizio, di facile intuizione, sulla natura oculatamente critica dei temi toccati ed emblema del legame viscerale tra Willie e la sua città, la conditio sine qua non la sua musica probabilmente neanche esisterebbe. Quella di Willie è una critica acuta e irriverente nata dall’insofferenza verso ogni forma di pensiero conforme a pregiudizi e stereotipi. Un’insofferenza verso l’esigenza cronica – tipica dei nostri giorni- di dover mettere bocca su tutto e di vomitare ininterrottamente giudizi e sentenze. Il buon Peyote lascia, però, anche spazio a un po’ di sana autocritica e introspezione. Scopriamolo insieme ! Willie Peyote, il nuovo album Si parte subito in quarta con la linea di basso arrabbiata e sincopata di Avanvera per poi passare al riff “blueseggiante” e dissacrante de I Cani. Un cazzotto in pieno viso all’ipocrisia e a molte spiacevoli contraddizioni del nostro paese: “L’analfabetismo è funzionale nel senso che serve a chi comanda.Qua hanno tutti una risposta,però qual è la domanda?”. La carica aggressiva viene smorzata dalle atmosfere “smooth” di un’ Ottima Scusa e elettroniche di Metti che domani. Meno aggressive ma non per questo con meno verve ironica e sarcastica. La caccia alla pedanteria, però, non conosce tregua nemmeno tra i due brani, intervallati da un featuring C’hai ragione tu con Dutch Nazari, l’amico di tante collaborazioni. La sesta traccia Chiavi nella borsa, altro featuring con Dutch, costituisce però un punto di rottura, da questo brano in poi tutto l’album acquisirà un tono maggiormente introspettivo. Disteso, a tratti rassegnato. Una scelta decisamente saggia. Sul tavolo degli imputati non ci sono più gli altri perché altrimenti avrebbe rischiato di incorrere nello stesso errore di chi precedentemente ha criticato. C’è lui e questa, in fondo, insensata aggressività della quale molte volte incappiamo inconsapevolmente. “ […]Lei mi guarda negli occhi come se stesse cercando qualcosa di corsa e sparge tutto sul tavolo come quando non trova le chiavi in borsa. E secondo me cerca qualcosa che neanche c’è”. Ci affanniamo molte volte inseguendo fantasmi, illusioni nocive per la nostra serenità accumulando rabbia e rancori immotivati. Willie ci invita a prendere un respiro […]

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Tè Verde, J.S. Le Fanu: viaggio in una mente instabile

Tè Verde è indubbiamente riconosciuto come uno dei migliori racconti del mistero scritti dall’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873). Pubblicato per la prima volta nel 1869, e riedito oggi dalla Marsilio Editori,  il romanzo si muove tra il giallo psicologico e i racconti di fantasmi e spiriti tanto in voga nell’Ottocento. Non si tratta, come farebbe pensare il titolo, di un saggio sulle virtù della bevanda orientale, ma di un racconto a cavallo tra ambientazioni gotiche e riflessioni psichiatriche. Voce narrante del romanzo è Martin Hesselius, “dottore psichico” con una passione per il sovrannaturale. Precursore di Van Helsing, altro famoso medico della letteratura gotica ottocentesca, Hesselius è una sorta di psicanalista prima che la psicanalisi venisse inventata, ma anche anticipatore dei tanti investigatori e Ghost-finder della letteratura anglosasone di primo ‘900, da Sherlock Holmes in poi. Te’ verde si configura quindi come il resoconto degli studi compiuti da questo singolare medico sullo “strano caso” del reverendo Jennings. Sin dalle prime pagine si percepisce la sfuggevolezza di questo parroco all’apparenza così cortese con tutti i suoi fedeli ma che nasconde un oscuro segreto. L’incontro tra i due avviene in casa dell’amica comune Lady Mary Heyduke e sin da subito l’autore, attraverso le riflessioni di Jennings, mette in evidenza il comportamento singolare del reverendo, con il suo “modo inconfondibile di guardare in tralice, come se stesse seguendo con la coda dell’occhio qualcosa lungo la bordatura del tappeto”. Nel corso del romanzo i due stringeranno un’amicizia basata sul reciproco rispetto e, da parte del reverendo, sulla speranza che Hesselius fosse in grado di guarire la sua psiche malata.  Veniamo così a conoscenza che il parroco  è costantemente turbato dalla demoniaca presenza di una scimmia parlante, che lo spinge a “compiere azioni malvagie”, incitandolo persino al suicidio. Ecco dunque che la missione di Marin Hesselius diviene quella di salvare la vita del tormentato amico. Tè Verde e il pensiero involontario.  Ciò che salta subito all’occhio di questo romanzo è la sua modernità: Le Fanu si fa precursore di tendenze letterarie e di pensiero che, assolutamente all’avanguardia per i suoi tempi, diverranno punto di partenza per riflessioni ben più mature. La ricerca psichica e il lavorio di una mente in confusione sono il fulcro di Tè Verde, in cui largo spazio è lasciato alla descrizione dello stato psicologico in cui versa il reverendo Jennings. L’elemento onirico-fantastico è preponderante, nonostante Le Fanu cerchi di attribuire una spiegazione scietifico-medica allo stato metale del suo paziente, ricollegando lo stato di confusione e malessere proprio all’abuso di Tè fatto dal reverendo. Simbolo della precarietà psicologica dell’uomo è la diabolica scimmietta, che appare, quindi, il frutto di un’attività allucinatoria e paranoica di una mente malata. Presentata come un “demone”,la scimmia è la rappresentazione visibile di un malessere interiore di un uomo profondamente debole, il tentativo di razionalizzare paure inconsce esternandole e facendole diventare altro da sé. La scimmietta è l’incarnazione degli impulsi autodistruttivi di Jennings ma anche, in qualche modo, l’espressione dei suoi desideri rimossi. Probabilmente, tale malessere è connesso all’inconciliabilità tra il ruolo […]

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