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Eroica Fenice

Si vuole scappare, Eugenio Sournia racconta i Siberia

Si vuole scappare, Eugenio Sournia racconta i Siberia

Si vuole scappare è il secondo album dei Siberia pubblicato il 23 Febbraio da Maciste Dischi. Dopo il buon successo riscosso nel 2016 con In sogno è la mia patria, la band livornese ritorna con il suo sound new wave raccontandoci, attraverso le loro canzoni, il senso di una realtà, quella attuale, precaria e instabile che si affaccia al futuro titubante, ancorata alle ormai fievoli certezze del passato.
Per l’occasione abbiamo intervistato Eugenio Sournia, voce del gruppo, che, insieme a tante altre cose, ci ha raccontato della storia e del messaggio della loro musica.

“Io penso che il dolore sia quel qualcosa che faccia scattare un po’ la molla a chiunque intraprenda un percorso creativo. Quando si crea qualcosa, c’è sempre un tentativo di combattere il nulla. Colui che scrive è sempre qualcuno che vuole aggiungere qualcosa, non vedo mai nelle mie canzoni, anche quelle più apparentemente negative, una volontà di ritrarre un fenomeno negativo. Le mie canzoni penso che abbiano sempre offerto un ‘seme’ per individuare una via di fuga”.

Ecco a voi.

Si vuole scappare, intervista a Eugenio Sournia

Come nascono i Siberia?

L’inizio è stato nel 2010 con il nucleo originario e la scelta del nome, ma direi che il progetto Siberia vero e proprio nasce nel 2014 con i tre quarti dei componenti attuali. Veniamo tutti da una città abbastanza piccola come Livorno di centocinquantamila abitanti, quindi alla fine chi suona finisce per conoscersi di persona. Semplicemente c’eravamo io e il mio batterista, amici fraterni, poi abbiamo coinvolto altre due persone che sembravano affini dal punto di vista musicale. La scelta del nome non ha a che vedere con i Diaframma ma a che fare con le atmosfere del libro Educazione Siberiana di Nicolai Lilin.

Come riportate nella vostra musica queste atmosfere del libro?

Mi correggo: è stato ispirato dalla lettura del romanzo di Nicolai Lilin. Al tempo stesso non vuole essere una trasposizione di quelle atmosfere o di quell’immaginario. Siberia evoca da una parte un immaginario freddo, riflessivo e introspettivo dall’altro, foneticamente, è una parola che tende a rimanere in mente. Tra l’altro ha il vantaggio di non evocare immediatamente una lingua di appartenenza perché, comunque, si dice più o meno allo stesso modo in francese, in italiano, in inglese… Ha un nome, come dire, che si spende bene in tutti contesti. Quando ci siamo accorti che esisteva un album dei Diaframma, uno dei più importanti della new wave italiana, da una parte siamo stati contenti che esistesse questo rimando, dall’altra meno. Diciamo che da allora siamo costantemente accusati di “derivatività”. Basta però ascoltare qualche canzone per capire che, sicuramente i Diaframma sono presenti fra i nostri ascolti, l’ambizione è fare qualcosa di diverso.

Nel 2015 avete partecipato a Sanremo Giovani, cosa puoi raccontarci di quest’esperienza? Avete mai pensato di riprovarci?

Sanremo è stata una cosa che è giunta un po’ come un fulmine a ciel sereno. Tra l’altro, all’epoca, l’etichetta Maciste Dischi, che è la nostra etichetta fin dall’esordio, non aveva ancora questa visibilità che ha adesso con Canova, Gazzelle, Galeffi… In qualche modo nessuno si aspettava che potessimo essere selezionati, ecco. Lo facemmo così, spinti da un “perché non provare?” e alla fine giungemmo non propriamente alla partecipazione a Sanremo Giovani ma alla selezione finale che comunque venne trasmessa in diretta su Rai1. Per noi era chiaramente molto di più di quello che avevamo sperato. La cosa che mi fa piacere ricordare di quest’esperienza è che comunque abbiamo partecipato con un brano che era già stato preregistrato per il disco, quindi indipendentemente da ogni logica di partecipazione a Sanremo. Siamo stati contenti che è arrivato alla fase finale così com’era e poi io penso che quest’esperienza ci è servita a capire che, anche nel mondo mainstream, ci può essere tanta qualità. Abbiamo visto artisti capaci tecnicamente e un’organizzazione di primo livello che spesse volte, negli ambienti indipendenti, si tende a sottovalutare. Penso però che nel breve periodo non ci sarà un’altra incursione in territori sanremesi (ride, ndr). Semplicemente perché abbiamo bisogno di fare la nostra strada.

Passando invece ai vostri album In sogno è la mia patria e Si vuole scappare. Ci sono delle differenze tra questi due lavori?

Le differenze io penso che siano semplicemente riassumibili nel fatto che siamo cresciuti di due anni. Anche se in realtà le canzoni del primo disco sono state scritte, in alcuni casi, anche molto tempo prima dell’uscita del disco stesso nel 2016, quindi scritte da un adolescente a volte. In questo caso, invece, le canzoni di “Si vuole scappare” sono state scritte da un giovane uomo di 24-25 anni. Da una parte c’è una maggior volontà di venir incontro al mondo: c’è la volontà di andare a incidere sulla realtà che ti circonda. Dall’altra una maggiore maturità, spero. Forse si è perso qualcosa a livello di immediatezza, nel senso che alcune canzoni sono sicuramente più pensate. Per quanto riguarda il suono in questo disco c’è stata la produzione di Federico Nardelli che è andato a mettere mano in maniera più incisiva rispetto al primo. Ovvero, le canzoni risentono di più di un elemento terzo come Federico Nardelli e questo ha fatto sì che il prodotto finale fosse più distante da quelle che erano state le nostre aspettative ma, per certi versi, è stato molto migliorato da un intervento esterno. Il primo disco invece era molto più simile a come già suonava nelle nostre menti, con tutto i pregi e i difetti che ne conseguono. “Si vuole scappare” ha avuto sicuramente una gestazione complessa: più volte ci siamo interrogati su che direzione prendere. Da un punto di vista della scrittura, però, paradossalmente le ho scritte con molta più facilità. La scrittura per me è come un muscolo, più la eserciti e più fluisce rapidamente. Penso anche che le canzoni siano più coerenti tra di loro a livello di pensiero e tematiche rispetto al primo disco. È stato abbastanza naturale anche se più pensato.

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