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Eroica Fenice

La categoria Cronaca locale contiene 23 articoli

Cronaca locale

Aeroporto e reperti, l’archeologia sbarca a Capodichino

Diciamolo chiaro e tondo: non capita tutti i giorni di barcamenarsi tra bagagli, biglietti aerei, documenti vari e di ritrovarsi nel bel mezzo di una galleria archeologica a pochi passi dal gate d’imbarco. Ma a Napoli, si sa, tutto può succedere: anche di ritrovarsi in aeroporto e di ingannare l’attesa del volo ammirando una statua della Nike risalente al I secolo d.C. Per quanto assai suggestivo, l’insolito connubio tra antichità e contemporaneità non è un’illusione, ricreata per sollazzare i passeggeri annoiati. È il frutto di un recente accordo che ha visto la società Gesac – Aeroporto di Napoli e il Mann – Museo Archeologico Nazionale di Napoli diventare partner per ricreare all’interno dell’Aeroporto Internazionale di Capodichino, più che una mostra, un vero e proprio itinerario culturale che riesce a riassumere in maniera straordinaria un pezzo importante della storia antica di Napoli, della Campania e del Sud Italia. Aeroporto Archeologico: un progetto ambizioso, a metà strada tra passato e futuro Nato grazie all’intuizione del direttore del Mann Paolo Giulierini e di Armando Brunini, amministratore delegato di Gesac, il progetto intitolato “Aeroporto Archeologico” sarà avviato già a partire dal prossimo mercoledì 1 Marzo. Chi a partire da quella data si ritroverà a lasciare Napoli, al primo piano dell’aeroporto, nella Sala Airside (nei pressi dei tornelli per accedere all’area controlli, per essere precisi), potrà per prima cosa imbattersi appunto nella statua della Nike, una delle sculture più famose conservate in città e simbolo della ricerca archeologica e dell’interesse per l’antichità che da sempre si coltivano a Napoli. Quella dell’aeroporto sarà, tuttavia, una riproduzione di quella conservata al Mann, a sua volta una copia della Nike originale risalente al V secolo a.C. e rinvenuta nella città greca di Olimpia. Ma, oltre alle copie di numerosi altri reperti provenienti dal Museo, dagli scavi di Pompei, di Ercolano e di vari altri siti di notevole valore archeologico, non mancheranno a quanto pare oggetti di fattura originale, trasferiti per l’occasione in aeroporto con lo scopo di presentare le peculiarità storiche e culturali della città e della regione in cui si entra (o che si lascia) per la prima volta. Per raggiungere pienamente questo scopo, saranno istallati inoltre in tutto l’aeroporto monitor e totem che assicureranno a turisti e viaggiatori tutte le informazioni e i dettagli di questo nuovo, affascinante percorso tra passato e futuro, tra internazionalità e un’intrigante anima locale che, a quanto pare, non smette mai di incantare chi giunge alle falde del Vesuvio. Sicuramente, una delle regole fondamentali degli aeroporti è quello di fare attenzione ai propri bagagli. Se poi a questi si aggiunge un ulteriore bagaglio, quello della cultura, allora vale davvero la pena di presentarsi al gate con un po’ di anticipo in più.

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Attualità

Centro storico, Napoli: un crowdfunding per Santa Luciella

Addentrarsi nel centro storico di Napoli significa innanzitutto prepararsi all’idea di essere impreparati. Se si pensa alla contraddizione come al filo conduttore dell’intreccio, la storia di Napoli non smette mai di stupire: imparare a leggere tra le righe è fondamentale, ma l’effetto sorpresa è pur sempre garantito. Parliamo, dopotutto, del centro antico più esteso d’Europa che, coi suoi 10 chilometri quadrati (pari a circa l’8,5% del totale della superficie urbana), riassume nel suo dedalo di piazze, vicoli e stradine  ben 27 secoli di storia. Patrimonio dell’Unesco dal 1995 e paiolo magico in cui sacro e profano spesso si mescolano in un unico amalgama, il centro storico di Napoli, oltre che di musei, scavi archeologici, obelischi, catacombe e monumenti, è anche sede di oltre 200 chiese storiche, alle quali si lega la produzione di artisti italiani del calibro di Simone Martini, Donatello, Luigi Vanvitelli e Caravaggio. In una di queste chiese ci si imbatte percorrendo la via alle spalle della Chiesa di San Gregorio Armeno: nei pressi della Chiesa dei Santi Filippo e Giacomo e incassata nell’ansa di una piccola curva. Si tratta della Chiesa di Santa Luciella a San Biagio dei Librai, che spicca per essere un piccolo gioiello d’arte barocca, ma purtroppo anche uno dei tanti siti di incommensurabile valore artistico che sembravano ormai destinati all’incuria  e al degrado, se non fosse stato per l’impegno di un gruppo di giovani napoletani che ha deciso di salvarla e di restituirla alla città. “Respiriamo Arte”: il progetto di riapertura della chiesa di Santa Luciella Passeggiando per l’omonima via, la prima cosa che si nota della Chiesa di Santa Luciella a San Biagio dei Librai è la facciata principale in parte scolorita dall’umidità. Il filo di ferro a doppia mandata serra il cancello antistante al portone già dai primi anni Ottanta, impedendone l’accesso al pubblico da oltre trent’anni, durante i quali la ruggine ha iniziato a corrodere le sbarre e la muffa a corrompere il legno, rendendolo sempre più fragile. Nonostante il vetro sia rotto in più punti, il finestrone a disegno gotico conserva il suo fascino e da ragione allo storico Roberto Pane che ha datato all’XI secolo l’edificio, poi ristrutturato nel 1724 e rimaneggiato in pieno stile barocco. E il campaniletto al di sopra dell’uscita secondaria, nonostante l’intonaco scrostato e l’edera che lo ricopre in parte, basta da solo a rievocare il suono delle due campane che per secoli hanno chiamato a raccolta i fedeli. La bellezza artistica del luogo e la sua suggestiva posizione proprio nel cuore del centro storico di Napoli sono state un invito troppo allettante per l’Associazione culturale “Respiriamo Arte” che da tre anni si occupa della rivalutazione artistico-culturale della città e della riqualificazione del suo territorio.  Fondata infatti nell’Ottobre del 2013 da un gruppo di giovani laureati e specializzati in campo letterario, artistico ed umanistico, l’associazione è riuscita a distinguersi nel tempo per l’entusiasmo e per l’impegno coi quali ha promosso una serie di iniziative mirate a sottrarre i luoghi d’arte partenopei al degrado. Il […]

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Cronaca locale

Codice da Vinci a Napoli, salvato dall’Università Federico II

La notizia ha dell’incredibile. Qualcuno potrebbe pensare alla trama di un nuovo libro di Dan Brown e invece questo è uno dei casi in cui la realtà riesce addirittura a soppiantare l’immaginazione. A Napoli, la città per eccellenza dove più che altrove storia e leggenda spesso si intrecciano, nella biblioteca privata di un’elegante abitazione napoletana era conservato un Codice di Leonardo da Vinci, apografo e già pronto alla traversata oltreoceano. Infatti la famiglia Brodetti, residente a Napoli e depositaria da secoli del prezioso codice, aveva già deciso di cederlo alle numerose case d’asta interessate all’affare, tanto che la Sothesby’s di Londra lo aveva adocchiato, offrendo in cambio del manoscritto la cifra astronomica di 30.000 sterline, pari a circa 35.000 euro. Ma si sa, il fatto che un tesoro nostrano possa finire all’estero è sempre un boccone amaro da mandar giù. E così, dopo averlo intercettato grazie anche alla sensibilità dei Brodetti che auspicavano ad una sua permanenza in città, l’Università degli Studi di Napoli Federico II ha alla fine acquisito il famigerato Codice da Vinci. Una decisione sofferta ma ammirevole, che conferma di nuovo il modus operandi che da secoli adotta l’Ateneo partenopeo: quello di essere, prima ancora che polo educativo e didattico, custode e difensore del patrimonio artistico e culturale della città. Il Codice da Vinci presentato nell’aula Pessina dell’Università di Napoli “Il manoscritto era nella collezione privata della famiglia Brodetti che lo aveva custodito da secoli, conoscendone il valore per l’antichità del testo ma non del tutto consapevole della tradizione leonardiana, che è stata messa in luce da Angela Cerasuolo, studiosa del Museo di Capodimonte e poi approfondita anche da Carlo Pedretti, storico dell’arte tra i maggiori esperti del da Vinci”: secondo l’agenzia ANSA, queste le parole di Roberto delle Donne, docente di Storia Medievale presso la Federico II, nonché presidente delle biblioteche federiciane. Parole alle quali si sono immediatamente aggiunte quelle di Alfredo Buccaro, esperto leonardiano che, non senza una punta d’orgoglio, ha dichiarato che “non solo questo codice aggiunge un elemento nuovo nella storia della trasmissione del trattato leonardesco, ma confermerebbe le tanto ricercate tracce vinciane nell’ambito del capoluogo campano”. Sia il professor Delle Donne che il dottor Buccaro hanno partecipato, assieme al rettore d’Ateneo Gaetano Manfredi, al prorettore Arturo de Vivo, all’esperto di Leonardo Carlo Vecce e all’italianista Matteo Palumbo, alla presentazione al pubblico del Codice avvenuta venerdì 11 novembre nell’aula Pessina dell’edificio centrale dell’Ateneo napoletano. Una cerimonia emozionante, in cui si è ribadita l’importanza di preservare le biblioteche cittadine dall’incuria e dal degrado e che è riuscita almeno in parte a compensare il senso di sconfitta relativo alla chiusura dei Gerolamini, dalla quale nel tempo sono spariti migliaia di libri, testi e volumi rarissimi. Il Codice da Vinci: un tesoro di inestimabile valore Non è stato semplice per l’Ateneo federiciano investire la somma di 15.000 euro per acquisire il Codice da Vinci. Tuttavia, ne è valsa la pena, considerato che questo manoscritto apografo è risultato agli studi essere il “Trattato della pittura” di Leonardo da Vinci, risalente al XVI secolo. Il […]

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Immigrato tenta il suicidio: non vuole lasciare l’Italia

Comune di Pozzuoli, area flegrea. Un immigrato trentenne, nato in Italia da genitori eritrei, alla prospettiva di dover lasciare il paese che lo ha accolto per ritornare in Eritrea, raggiunge l’ultimo piano di una palazzina in via Campana e minaccia di lanciarsi nel vuoto, in lacrime e in evidente stato di agitazione. Sporgendosi da un muretto, l’uomo urla di non voler lasciare l’Italia, il suo paese, e che la vita sia stata ingiusta con lui, attirando l’attenzione dei passanti, che hanno immediatamente allertato le forze dell’ordine. Decisivo l’intervento degli agenti di polizia del Commissariato di Pozzuoli che, compresa la gravità della situazione, hanno cercato un dialogo col giovane eritreo, che nel frattempo si spingeva sempre di più oltre il muretto della palazzina, e sono riusciti a convincerlo a scendere e seguirli. Ne hanno appreso così la storia. La storia del giovane immigrato eritreo Il giovane che ha tentato il suicidio è un immigrato di seconda generazione. Nato e cresciuto in Italia da genitori eritrei e rimasto orfano molto presto, il giovane non era mai riuscito, per svariati motivi, ad ottenere la cittadinanza italiana una volta raggiunta la maggiore età. Rimasto solo e senza alcun familiare o amico in Italia né in Eritrea, una patria che non ha mai conosciuto e di cui non parla la lingua, il giovane, senza più alcun punto di riferimento e facile preda della criminalità, si era reso protagonista di piccoli reati che, in seguito alla scoperta del suo stato di clandestinità, ne hanno causato l’espulsione dal paese, con un decreto emesso dalla Questura di Caltanissetta. Ascoltato dagli agenti, il giovane si è recato all’Ufficio Immigrazione della Questura di Napoli, dove ha dichiarato di non voler rientrare in Eritrea e ha richiesto asilo politico. Un’altra triste pagina che vede protagonista il dramma dell’immigrazione e dell’integrazione, argomento mai come in questo momento attuale. Una storia che, grazie al pronto intervento degli agenti, non si è conclusa secondo le intenzioni del giovane.

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Orrore a Pozzuoli: donna incinta arsa viva dal compagno

“Dare fuoco alle polveri” è un’espressione entrata ormai a far parte da tempo del gergo comune. Si dice trovi origine in Cina e che fosse usata dal giullare di corte dell’imperatore, prima di dare fuoco alla polvere da sparo e dare così inizio agli spettacoli pirotecnici. Il fuoco è divampato anche a Pozzuoli  ieri mattina Solo che non ci sono state nè feste, nè fuochi d’artificio. Anche lo spettacolo non è nuovo: sa di vecchio, di stantio, di già visto. Tuttavia, il copione spiegazzato, già trito e ritrito, non ha impedito al sipario di calare sul palcoscenico dell’ennesimo, folle atto di una tragedia forse banale, sicuramente già annunciata; e nè applausi, nè encore hanno sottratto il silenzio al pubblico indignato, più rassegnato che veramente stupito.È rimasto solo un retrogusto amaro in bocca e un forte, asfissiante odore di bruciato nell’aria. Il primo attore della macabra piece teatrale, Paolo Pietropaolo, 40 anni, incensurato, si trovava in Via Vecchia delle Vigne, zona Solfatara del comune flegreo, quando un diverbio con la sua compagna, Carla Caiazzo di 38 anni, è presto degenerato in una violenta lite. I toni sempre più accesi della discussione hanno subito richiamato l’attenzione dei passanti, che però non hanno fatto in tempo ad impedire il folle gesto dell’uomo. Pare infatti che quest’ultimo, al culmine del loro litigio, abbia cosparso la donna -dalla quale aspettava una bambina- di un liquido altamente infiammabile, prima di appiccare il fuoco e darsi alla fuga. È stato un vicino di casa, allertato dalle urla, a prestare a Carla i primi soccorsi e a spegnere le fiamme. La donna, all’ottavo mese di gravidanza, è stata subito trasportata all’ospedale Cardarelli di Napoli, dove i medici hanno operato un cesareo d’urgenza, traendo in salvo la bambina. “Abbiamo intubato la donna prima di trasferirla in sala parto, dove è stata sottoposta al cesareo“, ha dichiarato la responsabile del pronto soccorso Fiorella Paladino, per poi aggiungere:” è stata una corsa contro il tempo“, senza tradire una certa commozione nel tono di voce. Nonostante infatti sia nata prematura e di soli 2 chili e 200 grammi, la piccola Giulia Pia sta bene e respira autonomamente. Non si può dire la stessa cosa della madre  che, con ustioni di terzo grado su oltre il 40% del corpo, rimane in prognosi riservata, anzi, riservatissima: difatti, ciò che maggiormente preoccupa i medici del reparto grandi ustionati è la possibilità sempre più concreta, in queste ore di angoscia, del danneggiamento irreversibile di gran parte dei suoi organi vitali, nonché di testa, volto e larghe sezioni di torace. Non è ancora chiara quale sia stata la scintilla ad innescare un simile atto di follia. Dopo la fuga di Pietropaolo, arrestato dai carabinieri con l’accusa di tentato omicidio dopo aver provocato un incidente nei pressi di Formia, l’incarico di fare luce sulle dinamiche dell’aggressione è stato affidato al pm Raffaello Falcone. Intanto, mentre Carla lotta per vivere nel suo letto d’ospedale, dalle ceneri dell’ennesimo -fortunatamente mancato- femminicidio, emergono i primi, inquietanti particolari. Pare infatti che l’autore […]

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Cronaca locale

Nuovo ISEE: caos nelle università

Centinaia di studenti all’assemblea di Ateneo convocata da associazioni e collettivi studenteschi. Napoli – Segreterie universitarie strapiene, lunghe file di studenti che sbuffano e imprecano. Sui social network impazzano domande, polemiche, inviti ad agire, informazioni più o meno chiare. “Io non rinuncio!” denunciano le associazioni universitarie, e i rettori posticipano il termine ultimo per la presentazione del nuovo ISEE e il pagamento delle tasse per l’anno accademico 2014/2015. Ma cosa sta succedendo? Perché le università sono piombate nel caos? Quali sono i motivi delle proteste studentesche? Nuovo ISEE, proviamo a fare chiarezza L’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) è un indicatore che misura la ricchezza di una famiglia al fine di accedere a servizi, agevolazioni e altre prestazioni sociali erogati dall’INPS o da altri enti come le Università. Per l’accesso ai servizi di DSU, tra cui le borse di studio, assieme all’ISEE viene valutato il parametro ISPE, relativo alla situazione patrimoniale. Il calcolo dell’ISEE è stato riformato tramite il dpcm 159/2013, in vigore da gennaio 2015, che prevede: nel calcolo della situazione reddituale, l’introduzione di tutti i redditi esenti IRPEF (di conseguenza anche le borse di studio) e, per quanto riguarda la situazione patrimoniale, la valutazione degli immobili non più ai fini ICI ma ai fini IMU (con conseguente aumento di valore del 66% rispetto al precedente). Ma cos’è e come si determina adesso questo tanto chiacchierato ISEEU? L’ISEEU è un ricalcolo dell’ISEE che tiene conto di alcuni criteri previsti per l’Università. Criteri che sono stati modificati dal decreto sia con l’eliminazione della norma che valutava al 50% il reddito per gli studenti con fratelli e/o sorelle, sia con la riconsiderazione dello studente “autonomo”, il quale, per essere considerato tale, deve aver abitato da almeno due anni in un immobile non di proprietà della famiglia e deve avere un reddito lordo da lavoro non inferiore a 6500 euro. “I dati che abbiamo rivelano una drammatica incidenza del nuovo calcolo sugli studenti che hanno accesso alle prestazioni di DSU” – spiega Lorenzo Bianco di Link durante l’Assemblea di Ateneo convocata dalle associazioni e dai collettivi studenteschi alla Federico II – “Ma la questione riguarda tutti gli studenti, visto che il nuovo ISEE, facendoci risultare più ricchi, determina l’aumento della tassazione, generalmente fasciata in base al reddito”. Siamo tutti più ricchi? “In una regione come questa – prosegue Raffaele Giovine, rappresentante nel Consiglio degli Studenti di Ateneo – priva di una reale garanzia di welfare studentesco, con un drastico calo delle immatricolazioni e il trasferimento di massa di tantissimi giovani verso le regioni in cui il livello di diritto allo studio è più avanzato, il nuovo metodo di calcolo dell’ISEE ha escluso moltissimi studenti dalle graduatorie della borsa di studio, limitando di fatto l’accesso o il proseguimento del proprio percorso di formazione. In Campania – conclude – il diritto allo studio è solo un feticcio: basti pensare che quasi tutto il finanziamento nelle casse delle ADISU per le borse di studio – pari al 90% del totale – deriva dalla tassa regionale […]

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Omicidio a Napoli: sangue al Centro Storico

Omicidio a Napoli, l’ennesimo, ai danni di un giovane di ventiquattro anni, Gennaro Fittipaldi, pregiudicato. Un solo sparo in via dei Chiavettieri, adiacente la sede di Porta di Massa dell’Università Federico II di Napoli, viene udito dagli studenti che, come di consueto, erano radunati nel chiostro federiciano fra una lezione e l’altra. Le dinamiche e le ragioni del regolamento di conti non sono chiarissime, ma si sa che due persone su un ciclomotore hanno freddato con un colpo di pistola il giovane napoletano che usciva dal cancello della sua abitazione. Il colpo ha trapassato il casco che indossava, in una rapida e fredda premeditazione. Le forze dell’ordine sono intervenute isolando la zona, gremita di curiosi e giornalisti. Ambulanze, polizia scientifica e carabinieri cercano di mantenere calma una situazione in cui l’orrore è palpabile, ma ormai troppo familiare. I negozianti e i gestori del garage dell’Ateneo si sono barricati nei propri esercizi, temporaneamente chiusi. Fra il mormorio della gente che si accalca per capire qualche dettaglio sull’accaduto, si straziano le inconfondibili urla delle donne radunate attorno al cancello del delitto, amiche e parenti della vittima. Scende il silenzio nell’ossequioso rispetto che incute la morte e Omicidio a Napoli sembra una sigla ridondante. Ci dice un giovane studente di economia: Ero qui dalle 10 circa, ero sceso per fare delle fotocopie e l’incidente era già avvenuto. Mi sono avvicinato e con me numerosi studenti che hanno sentito un unico colpo. La polizia è scesa dalle auto già con le pistole sfoderate, temendo che accadesse un’altra tragedia, e si sono affrettati sul luogo dell’omicidio perché dovevano gestire la situazione. ‘Noi non siamo nessuno, non vogliamo foto, niente giornalisti’ urla in dialetto una donna in lacrime, e non può che avere ragione: l’ennesimo Omicidio a Napoli, nella lotta alla sopravvivenza qui siamo tutti nessuno, dei nessuno esposti alla barbarie dell’illegalità che coltiviamo in seno al diamante insanguinato sul capo di Partenope. Omicidio a Napoli: sangue al Centro Storico

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Uccide moglie e figlio, poi si suicida

Uccide sua moglie e suo figlio di appena otto anni con la pistola d’ordinanza: si consuma così l’ennesima tragedia familiare tra le strade del centro storico di Napoli, precisamente in vico Bagnara, strada a due passi da piazza Dante. Un carabiniere quarantacinquenne, prima di togliersi la vita, uccide sua moglie e suo figlio di appena otto anni con la pistola d’ordinanza. Francesco, il padre omicida-suicida, era un maresciallo in servizio al Comando Legione, di stanza alla caserma San Potito. In base alle prime indagini da parte della scentifica sui corpi, il dramma sarebbe avvenuto nella notte del 5 maggio, forse tra le 2 e le prime ore dell’alba, nell’abitazione della famiglia al quarto piano del Cavone. Secondo questi riscontri la prima ad essere stata sparata è stata proprio la moglie Consuelo Molese, poi la triste sorte è toccata al figlioletto e, successivamente, il carabiniere ha puntato l’arma contro se stesso e infine ha esploso il suo ultimo colpo verso la tempia. Il corpo di quest’ultimo è stato trovato nel letto del figlio. A scoprire lo straziante scenario è stata la sorella di Consuelo che preoccupata per la mancata risposta alle ripetute chiamate, ha deciso di controllare direttamente, avendo le chiavi dell’appartamento. Tutti, come se fosse un clichè in queste circostanze, sottolineano quanto il signor Francesco fosse una persona normale e tranquilla. Aveva conseguito con successo due lauree, una in giurisprudenza e  l’altra in scienze dell’amministrazione. Una persona equilibrata, molto onesta ma soprattutto dedita alla famiglia, sottolineano le persone che vengono intervistate dopo l’accaduto. Divenuto militare si era trasferito con famiglia al seguito a Firenze dove ha operato fino a due anni fa, poi è rientrato nella sua Napoli. Ma nel 2011 il giovane militare cade in depressione, non esiste un reale motivo da quanto emerge nei vari racconti, ma chiede aiuto ad amici e medici che prontamente riescono ad aiutarlo. Tutto sembra essersi risolto, ma negli ultimi tempi Francesco viveva una vita familiare abbastanza delicata, assisteva  un parente malato al quale dedicava molte ore del suo tempo libero. Potrebbe essere questo il motivo per cui nasce il raptus, ma resta ancora un caso con molti aspetti oscuri sul quale la Procura della Repubblica sta  indagando. Intanto è prevista  la nomina del medico legale che eseguirà  l’esame autoptico sui corpi delle tre vittime dell’omicidio-suicidio. Dati gli ultimi avvenimenti, il caso del pilota pluriomicida-suicida, non possiamo non chiederci quando sia sottovalutata la depressione in personaggi con un certo grado di responsabilità. Magari il carabiniere avrebbe commesso lo stesso il brutale omicidio, ma vien da chiedersi  se quest’ultimo  non avesse avuto la sua Beretta a portata di mano  magari per il piccolo e la sua mamma poteva esserci almeno un tentativo di fuga. Stessa sorte per i passeggeri dell’aereo caduto negli ultimi tempi. Prestare più attenzione a problematiche psicologiche potrebbe essere una piccola soluzione per evitare certi eventi strazianti. -Uccide moglie e figlio, poi si suicida-

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Metro 1: ragazza perde la vita sui binari

Napoli, stazione Università della metro 1. Sono da poco trascorse le ore 12.00 quando dal sottoscala della metro si sentono urla, pianti ed un forte boato. A scatenare tutto è un avvenimento agghiacciante.  Dalle prime ricostruzioni, una giovane donna si è gettata sotto ad un treno in corsa. La vicenda non è ancora del tutto chiara. La notizia certa è che la giovane donna, all’arrivo della metro, era di spalle e poco prima che il convoglio si fermasse, si è gettata sui binari. Vani sono stati i tentativi del capotreno di fermare il pesante mezzo che era, per altro, carico di passeggeri. Le fonti, molto varie tra loro, hanno raccontato ai giornalisti presenti che potrebbe essersi trattato anche di un incidente; qualcuno ha infatti ipotizzato che la ragazza sia potuta scivolare stando di spalle al treno. Sembrerebbe che ad aspettare la metro con la giovane ragazza, ci fosse anche una sua amica che, sotto shock, è stata poi trasportata di corsa in ospedale. L’intera tratta della metro è stata sospesa per più di 4 ore. Tra le reazioni dei passanti, impossibilitati a procedere verso la metro, alcune erano decisamente fuori luogo: alcuni anziani hanno “accusato”, ironicamente, la ragazza d’essersi gettata sotto il convoglio negando loro la possibilità di poter usufruire del servizio; altri sbigottiti si chiedevano cosa potesse aver spinto una ragazza a compiere un gesto così tanto forte. Qualcuno ha detto che tutto questo sta accadendo solo perchè il mondo ha perso la fede. Non sono mancati anche i tifosi del Dnipro che, già ubriachi prima della partita, hanno iniziato a fare foto e a infastidire i giornalisti che cercavano di svolgere il proprio lavoro. Tifosi che sono stati prontamente allontanti dalla polizia che era già sul posto. Cosa spinge una ragazza a compiere un gesto così folle? Possibile che non esistesse un’altra via di fuga?  Sono tanti, troppi gli episodi di suicidio che riguardano giovani ragazzi schiacciati dalla piaga dalla depressione. Comprenderli risulta essere una scelta non facile. Togliersi la vita è una gesto estremo che spinge a chiedersi come mai tutto questo “coraggio” non venga usato e canalizzato per provare a cambiare le cose cercando aiuto anche in altre persone.  -Ragazza muore sui binari della stazione metro-

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Violenza a Caserta. Ventenne aggredito al semaforo

Caserta. Mercoledì 8 Aprile 2015, in mattinata. Viale Carlo III. Un atto di violenza in piena regola. Un uomo ha aggredito una coppia, all’interno della loro autovettura, mentre questi erano fermi al semaforo aspettando il verde per poter ripartire. L’uomo alla guida con accanto a sè la sua fidanzata, ha subito l’ira eccessiva dell’aggressore dopo che tra i due era sorto un diverbio, degenerato in una violenta lite. Sul posto, il tempestivo intervento della Polizia Stradale di Caserta ha fatto in modo che si evitasse il peggio, arrestando il giovane che poco prima si era avvicinato alla vettura dei due fidanzati, frantumando il parabrezza e ferendo il ventenne aversano, sotto gli occhi impauriti della ragazza. Le ferite riportate dalla vittima, dopo essere state analizzate al nosocomio di Aversa, sono state giudicate guaribili in 15 giorni; sotto shock la fidanzata ma, per fortuna, illesa. Un’aggressione, ahimè, come le altre. Una notizia tra tante notizie violente, a cui telegiornali e quotidiani ci hanno tristemente abituati. Ma alla violenza, indignazione, alla repulsione e alla condanna di tali atti, in questo caso si aggiunge una questione ben più delicata. L’aggressore si chiama Wade Ndiaga, originario del Senegal. Mercoledì, al semaforo, ha reagito in malo modo al rifiuto di pagamento da parte del ragazzo che in quel momento si trovava a transitare proprio in quella zona. La domanda nasce spontanea. Cosa sarebbe cambiato se al posto del senegalese ci fosse stato un italiano dal nome Mario Rossi? I pugni sarebbero stati forse meno violenti? Le ferite inferte meno sanguinanti? La paura della ragazza meno terribile? La gravità dell’atto in sé più lieve o meno pericolosa? Una sola risposta è quella esatta: NO. La violenza è violenza, non ha colore, né nazionalità, né religione, né politica. Eppure non tutti i cittadini hanno reagito allo stesso modo. Dopo che i primi quotidiani hanno lanciato la notizia, sui social network si è scritto un po’ di tutto. “Abbiamo paura” , “Tornatevene a casa” e anche parole ben più pesanti di queste a cui il nostro giornale non vuole dare voce e visibilità. Non c’è violenza alcuna che vada giustificata, ma non c’è situazione precaria e instabile che vada taciuta. C’è una violenza che nasconde lividi e sangue: si chiama indifferenza. Aprire le porte di un paese a persone che scappano dalla guerra e dalla fame, per poi lasciarle a marcire nel degrado non è la soluzione. Non può essere la soluzione. D’altro canto, i media che accendono i riflettori ogni qualvolta a sbagliare è chi parla una lingua clandestina, altro non fanno che alimentare un clima di terrore e odio malsani. Non si può istillare nel prossimo la paura e poi chiamarlo razzista quando questa viene manifestata. Ancora una volta, auspichiamo una società più intelligente, che prepari al dialogo e che punti all’ integrazione. Che condanni la violenza in quanto tale. Perché c’è solo un tipo di persona che si arma di violenza: il delinquente. E quest’ultimo è cittadino del mondo, originario dell’ignoranza, fedele alla barbarie, seguace della […]

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