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Eroica Fenice

Codice da Vinci intercettato a Napoli: comprato e salvato dall’Università Federico II

Codice da Vinci a Napoli, salvato dall’Università Federico II

La notizia ha dell’incredibile. Qualcuno potrebbe pensare alla trama di un nuovo libro di Dan Brown e invece questo è uno dei casi in cui la realtà riesce addirittura a soppiantare l’immaginazione.

A Napoli, la città per eccellenza dove più che altrove storia e leggenda spesso si intrecciano, nella biblioteca privata di un’elegante abitazione napoletana era conservato un Codice di Leonardo da Vinci, apografo e già pronto alla traversata oltreoceano.

Infatti la famiglia Brodetti, residente a Napoli e depositaria da secoli del prezioso codice, aveva già deciso di cederlo alle numerose case d’asta interessate all’affare, tanto che la Sothesby’s di Londra lo aveva adocchiato, offrendo in cambio del manoscritto la cifra astronomica di 30.000 sterline, pari a circa 35.000 euro.

Ma si sa, il fatto che un tesoro nostrano possa finire all’estero è sempre un boccone amaro da mandar giù.

E così, dopo averlo intercettato grazie anche alla sensibilità dei Brodetti che auspicavano ad una sua permanenza in città, l’Università degli Studi di Napoli Federico II ha alla fine acquisito il famigerato Codice da Vinci.

Una decisione sofferta ma ammirevole, che conferma di nuovo il modus operandi che da secoli adotta l’Ateneo partenopeo: quello di essere, prima ancora che polo educativo e didattico, custode e difensore del patrimonio artistico e culturale della città.

Il Codice da Vinci presentato nell’aula Pessina dell’Università di Napoli

“Il manoscritto era nella collezione privata della famiglia Brodetti che lo aveva custodito da secoli, conoscendone il valore per l’antichità del testo ma non del tutto consapevole della tradizione leonardiana, che è stata messa in luce da Angela Cerasuolo, studiosa del Museo di Capodimonte e poi approfondita anche da Carlo Pedretti, storico dell’arte tra i maggiori esperti del da Vinci”: secondo l’agenzia ANSA, queste le parole di Roberto delle Donne, docente di Storia Medievale presso la Federico II, nonché presidente delle biblioteche federiciane. Parole alle quali si sono immediatamente aggiunte quelle di Alfredo Buccaro, esperto leonardiano che, non senza una punta d’orgoglio, ha dichiarato che non solo questo codice aggiunge un elemento nuovo nella storia della trasmissione del trattato leonardesco, ma confermerebbe le tanto ricercate tracce vinciane nell’ambito del capoluogo campano”.

Sia il professor Delle Donne che il dottor Buccaro hanno partecipato, assieme al rettore d’Ateneo Gaetano Manfredi, al prorettore Arturo de Vivo, all’esperto di Leonardo Carlo Vecce e all’italianista Matteo Palumbo, alla presentazione al pubblico del Codice avvenuta venerdì 11 novembre nell’aula Pessina dell’edificio centrale dell’Ateneo napoletano. Una cerimonia emozionante, in cui si è ribadita l’importanza di preservare le biblioteche cittadine dall’incuria e dal degrado e che è riuscita almeno in parte a compensare il senso di sconfitta relativo alla chiusura dei Gerolamini, dalla quale nel tempo sono spariti migliaia di libri, testi e volumi rarissimi.

Il Codice da Vinci: un tesoro di inestimabile valore

Non è stato semplice per l’Ateneo federiciano investire la somma di 15.000 euro per acquisire il Codice da Vinci.

Tuttavia, ne è valsa la pena, considerato che questo manoscritto apografo è risultato agli studi essere il “Trattato della pitturadi Leonardo da Vinci, risalente al XVI secolo. Il volume, parte integrante della collezione privata  dei Brodetti, consiste in una ricostruzione accurata dei trattati vinciani sul disegno pittorico e architettonico ad opera di Francesco Melzi, allievo prediletto del da Vinci che decise di omaggiare il Maestro riportando i suoi famosi studi della figura umana, delle leggi prospettiche e delle tecniche di pittura e di architettura.

Un vero e proprio manuale, sintesi del genio leonardiano e particolarmente esteso nella parte iconografica,  che fu pubblicato per la prima volta in Francia (dove il Melzi seguì Leonardo) nel 1651, poi successivamente proprio a Napoli nel 1733.

Il fatto che il codice sia rimasto nel capoluogo partenopeo è un’ulteriore conferma dell’attenzione e dell’interesse condiviso da cittadini e studiosi di mantenere vivo e valorizzare sempre più il patrimonio culturale della città.

Dopo la presentazione, il Codice da Vinci è stato trasferito nelle casseforti della BRAU, la Biblioteca dell’Area Umanistica della Federico II che, ubicata presso il Complesso di Sant’Antoniello a Port’Alba, che raccoglie una vastissima selezione di monografie e periodici, alcuni dei quali pezzi unici al mondo.

Tuttavia, come molti altri capolavori custoditi nelle biblioteche napoletane, anche il Codice vinciano subirà a breve un processo di digitalizzazione, in modo da poter essere reso facilmente consultabile da chiunque voglia farlo sulla piattaforma “eCo”, una sorta di archivio digitale delle collezioni d’Ateneo.

Insomma, un gran bell’esempio di quel cuore impavido e pulsante dell’arte, che scalpita per varcare confini e mura private e che riesce a diventare, ancora una volta, bene comune a disposizione di tutti.

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