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Eroica Fenice

Francesco Paolo Oreste evi

Francesco Paolo Oreste e le storie sbagliate

Francesco Paolo Oreste poliziotto di Torre del Greco ha trovato nel romanzo la sua più alta forma espressiva. Il bisogno e la voglia di raccontare lo spingono a non abbandonare questo modo di fare legalità. Attraverso i suoi racconti è possibile, infatti, vedere squarci di realtà a noi molto vicina e possibilità di cambiamento e rinnovamento.

Francesco Paolo Oreste, classe ’73, si fa promotore della cultura della legalità e dell’ambiente attraverso le associazioni Eureka e In-oltre di cui è fondatore. I suoi incontri con i ragazzi sono vòlti, dunque, alla valorizzazione e alla salvaguardia del territorio che si radica nel senso di appartenenza ad una città e alla volontà di restare. Curatore del Premio letterario Sandor Marai, Francesco Paolo Oreste è autore di “Il giardino delle statue silenti” (Pensa Multimedia 2015), “Dieci Storie Sbagliate. Più una” (Il Quaderno Edizioni 2014), dal quale è stato tratto anche uno spettacolo teatrale, e di “Mi sono visto di spalle che partivo” (Pensa Multimedia 2010). L’incontro con Francesco Paolo Oreste è avvenuto in occasione della manifestazione RIGIOCHIAMO. Il Festival dei Sorrisi Ritrovati a cura del caffè letterario Nuove Voci.

Cosa spinge un poliziotto a scrivere romanzi?

Il mio lavoro mi porta oltre quelle porte che nascondono le miserie umane e ne difendono la dignità. Oltre quel confine è tutto troppo vero, troppo dolente, troppo ingiusto, è tutto troppo. Oltre quel confine è impossibile guardare o sentire senza che quelle storie e quelle emozioni comincino a girarti dentro alla ricerca di un senso o di una via di uscita. Scrivere è il modo in cui l’uomo e il poliziotto cercano di capire, metabolizzare e dare un senso (quando si può) a tutte queste storie.

Sei fondatore delle associazioni Eureka e In-oltre, promotrici della cultura della legalità e della difesa dell’ambiente. Qual è stata la risposta del territorio nel quale operano?

I nostri territori sono stanchi di disillusione, sono stanchi per l’aver troppo sperato e sognato. Eppure, ogni volta che la sollecitazione tocca le giuste corde, la fenice della speranza rinasce più testarda che mai per gridare che c’è ancora fuoco sotto la cenere. Ma bisogna essere sinceri nelle intenzioni e nelle azioni, se si ama davvero la nostra terra bisogna evitarle nuovi dispiaceri e tradimenti, ha un’anima lacerata e consunta, non lo sopporterebbe.

Da un lato i tuoi incontri con i ragazzi dall’altro gli scontri quotidiani con una realtà criminale radicata sul territorio. Da dove bisognerebbe partire per una società più vivibile e meno “furba”?

La risposta è sempre la stessa: scuola e cultura. Questo lo sanno tutti ma nessuno sembra crederci davvero, nessuno sembra davvero volerne fare priorità assoluta. Scuola e cultura significa investimenti nella valorizzazione e nella specializzazione degli operatori, significa riconoscere il valore sociale delle attività artistiche e culturali, significa fornire strumenti economici e logistici a chi profonde impegno e competenza alla ricerca dei canali giusti per ascoltare e per farsi ascoltare. Significa credere davvero che scuola e cultura siano uno strumento di cambiamento.

Nel testo “Storie a metà. Veramente assurde praticamente mezze vere” parli di un ragazzo che “non sogna niente”. Cosa significa non riuscire e “sognare” a Napoli?

A Napoli, in verità, potrebbe sognare anche ad occhi aperti! E’ una città che possiede un patrimonio storico-artistico-paesaggistico che ha pochi paragoni al mondo. Eppure è una città piena di dolore, una città in cui chiudere gli occhi può significare vivere un incubo. Napoli è un ossimoro disteso tra cielo e mare in attesa che qualcosa, magari il sole, sciolga qualcuna delle sue contraddizioni. Il ragazzo delle Storie a metà vive la realtà dei palazzoni delle case popolari, quella fatta di tanto cemento e poca cura per la dignità di chi ci vive, quella fatta, troppo spesso, di latitanza e disinteresse delle istituzioni (al netto delle campagne elettorali), una realtà in cui sognare è un rischio, una missione solitaria. Non sognare a Napoli significa avere troppa pazienza o non averne più abbastanza.

Nel romanzo “Il cortile delle statue silenti” la storia si gioca sul sottile confine “giusto” e “sbagliato”. Credi che esistano situazioni in cui il superamento del limite possa essere “giustificato” (come ad esempio nel caso di Rebecca)?

Il limite del giusto spesso non coincide con quello della legge, e spesso tra giusto e sbagliato si crea una zona in cui è difficile trovare qualcosa di completamente giusto o sbagliato. Quello che è certo è che il dolore genera dolore in una spirale spesso infinita e che riuscire a distinguere tra ciò che è giusto e ciò che invece è ingiusto non sempre si riesce a spezzare questa catena.

Che cosa ti hanno lasciato i tuoi personaggi?

I personaggi non mi lasciano mai, nemmeno quando provo a rinchiuderli tra le pagine che dovrebbero raccontare le loro storie e le loro emozioni. Diciamo che talvolta riesco a salutarli per un po’, magari mentre racconto la storia di qualche altro personaggio!

 

-Francesco Paolo Oreste e le storie sbagliate-