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Eroica Fenice

Lettere a mia figlia di Giuseppe Nuzzo, Pulcinella Editore

Lettere a mia figlia di Giuseppe Nuzzo, Pulcinella Editore

Lo scrittore e regista Giuseppe Nuzzo lo scorso 9 Marzo ha presentato alla Feltrinelli di Pomigliano D’Arco il suo libro Lettere a mia figlia, edito da Pulcinella Editore.

Perdere la memoria

Siamo fatti di ricordi, desideri, emozioni e sogni. Siamo il frutto di ciò che abbiamo fatto e di ciò che siamo stati ma tutto questo ha durata limitata, è destinato a concludersi a causa della finitezza dell’esistenza, come ben tutti sappiamo. Si può però essere privati della “vita” ancora prima del suo epilogo, si può rimanere impassibili e inermi davanti allo sgretolarsi della propria identità mentale, mentre tutti i nostri organi continuano imperterriti la loro attività: si può contrarre l’Alzheimer.

Cambiare punto di vista con il racconto di Giuseppe Nuzzo

L’Alzheimer è una sindrome neurodegenerativa dagli effetti devastanti che causa, tra i tanti sintomi a essa connessi, la perdita di memoria. A questa malattia non è ancora stata trovata una cura risolutiva e, come ci racconta il giovane regista opprime seicentomila persone in Italia e venticinque milioni in tutti il mondo. Sempre come racconta Nuzzo “una persona senza memoria è una persona che non ha più nulla da raccontare” ma è proprio dal capovolgimento di questo assunto che nasce il suo lavoro. L’autore punta infatti a concentrare l’attenzione sul “malato” che cerca di spiegare, attraverso una lunga e interminabile lettera, la sua malattia alla figlia; per far sì che non sia l’“oggetto” della narrazione ma che sia lui il protagonista del racconto e che la storia sia narrata dal suo punto di vista. Un’operazione dunque volta a restituire dignità a tutte quelle persone che combattono questa infausta battaglia.

Lettere a mia figlia di Giuseppe Nuzzo, un progetto di duplice natura 

Edito da Pulcinella Editore e prodotto da Pulcinella Films con Paradise Pictures, Lettere a mia figlia comprende sia un libro che un dvd con un cortometraggio interpretato da Leo Gullotta che ha anche scritto la prefazione del libro.
Come ci racconta Giuseppe Nuzzo, è un progetto di duplice natura per cercare di arrivare a quante più persone possibili, per cercare di far conoscere questo tema troppo spesso sottovalutato. Il tutto nasce da una sua esperienza personale in seguito sviluppata con uno scrupoloso lavoro, suo e della sua troupe, di ricerca e di consultazione di numerosi medici ed esperti; cercando in questo modo di rimanere quanto più possibile credibili e vicini alla realtà.
Per l’occasione, a causa di motivi tecnici, non è stata possibile la proiezione del corto. Mancanza alla quale si è compensato con la lettura di alcune parti del libro da parte delle allieve dell’Università del Cinema di Acerra, di cui il regista è direttore.
Alla presentazione hanno inoltre partecipato anche alcuni esperti del settore, tra i quali la dottoressa Caterina Musella, presidente dell’AIMA (Associazione Italiana Malattia d’Alzheimer) che ha illustrato, senza mezzi termini, il preoccupante e inesorabile propagarsi di questa patologia che miete sempre più vittime e che si sta diffondendo anche tra persone relativamente giovani; e le terribili conseguenze subite non solo dai malati ma anche dalle loro famiglie.

Considerazioni

È stato indubbiamente un clima un po’ atipico per una presentazione di un libro, la tematica era troppo delicata per lasciarsi andare a frivolezze e allegrie. Il quadro descritto dai partecipanti è stato decisamente angosciante ma Nuzzo, nonostante tutto, è riuscito a mostrare uno spiraglio in questo scenario così disperato. Anzi, più che una speranza, una via da percorrere, una sorta di dovere ad essere umani.
Le persone affette da sindrome di Alzheimer sono destinate rimanere esclusi da quella che per noi è convenzionalmente considerata la “normalità” ma non per questo vanno abbandonate al loro destino. Detto così suona banale ma amare, o essere amati, non è solo un diritto ma un dovere che richiede tante responsabilità. Pochi giorni dopo le elezioni il pensiero corre subito a un certo scrutatore di nome Amerigo Ormea: “L’umano arriva fin dove arriva l’amore”.
Queste persone non hanno la possibilità di agire e vivere liberamente perché la malattia è troppo invasiva ma , cosa più importante di tutte, sono esseri umani con una dignità. Certo, non basta l’”amore” servono interventi concreti, strutture e progetti sanitari in grado di responsabilizzare, sensibilizzare, prevenire e assistere correttamente i malati e le famiglie in questo delicato percorso.

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