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Eroica Fenice

Dalisi, pensieri dai sogni. Intervista all'artista

Dalisi, pensieri dai sogni. Intervista all’artista

Riccardo Dalisi è un architetto nato a Potenza il primo maggio 1931. Ha insegnato metodologia della progettazione alla facoltà di architettura di Napoli e fu il direttore della Scuola di Specializzazione in Disegno Industriale dell’Università di Napoli Federico II; è stato membro fondatore del gruppo Global Tool e di una scuola sperimentale di artigianato Arti minime. Nel 1975 diede inizio alla sua attività di designer collaborando con aziende quali Baleri e Zanotta; i suoi laboratori si sono sempre contraddistinti perché spesso si lavorava per strada, assieme alle persone, con chi avrebbe poi usufruito delle architetture progettate.

Dalisi è abbastanza esplicito. La tecnica povera contesta la sottrazione progressiva ed ineluttabile della partecipazione attiva dell’uomo alla modellazione, alla costruzione dei propri progetti, del proprio spazio. La tecnica povera non si schiera sul fronte delle poetiche che sfruttano la povertà per ricostruire oggetti, manufatti, abitazioni  e neppure lungo gli argini dell'”edilizia della miseria”. È un linguaggio che non privilegia l’artigianato (o si dà come artigianato, ancora peggio) nè ha in odio la tecnologia in una rinnovata estasi pauperistica, francescana. La tecnica povera, nel rieducare gli strumenti sensori e percettivi, vuole rifondare la ricerca tecnica e scientifica: presuppone un rinnovamento del senso e del ruolo della scienza“. Dalla prefazione “L’ascolto del politico” a cura di Angelo Trimarco, cat. 82  Centro di, febbraio 1977.

Oggi questa maniera di progettare è chiamata condivisa e partecipata, allora era semplicemente il modo di Dalisi di mettersi in gioco senza nessuna presunzione, senza alcuna voglia di porsi come l’ostentazione del professionista da accademia, senza il bisogno di realizzare indagini, slide, strategie, ricerche-azioni o quant’altro. I numeri che contavano  erano i sorrisi delle persone.

Questa forma di pensiero è rimasta nell’Artista, che da architetto scelse la via più difficile per poter comunicare le proprie idee.

Riccardo Dalisi è ricordato soprattutto per il suo Compasso d’Oro del 1981, riconoscimento mondiale per il design che ricevette grazie a “Pulci” la caffettiera napoletana disegnata per Alessi.

Ha sempre sorriso il Professore, durante l’intervista la domanda legata al luogo delle sue idee ha trovato una risposta.

«Questa è una domanda domandosa! Come faccio a ritrovare le cose che si trovano disseminate nel marasma del mio studio? Sai cosa rispondo? Sono le cose che trovano me».

Riccardo Dalisi parla di sè come una persona particolare, spiega che il legame che ha con le sue opere nasce dai suoi sogni. Quasi sobbalzo dallo sgabello dopo che il Professore sbatte le mani facendo dei versi con la bocca, ricordandomi gli scritti sulle esperienze di Munari.

«Ogni individuo ha molti modi per esprimersi. Adesso sto adoperando i colori, sono materia, volume, sto scrivendo infatti un libro sui colori che si muovooaaaaaaaaaaaaano. Mi colpisce una cosa, me la ricordo magari dormendo, ne percepisco la melodia, la sento napoletana. Siamo circondati da melodie. Praticamente sono napoletano a tutti gli effetti e Napoli non può che essere il motivo di ispirazione con la sua musicalità».

Accennando alle sue caffettiere, il professore si sente attanagliato da un dubbio legato alle sue scelte, forse in contrasto con quello che ha sempre portato in campo.

«Ho fatto molte caffettiere: non so se conosci quella che realizzai per Alessi. Non lo so se nella vita ho sbagliato a fare tutte queste cose. Quello che mi rassicura e che mi fa pensare di essere nel giusto è che tutto ciò che ho realizzato mi rappresenta, è quello che ho cercato di essere».

Riesco a portare il discorso verso dei vecchi filmati girati in 8mm senza audio che raccontano dell’esperienza durante le fasi di progettazione nel Rione Traiano alla fine degli anni 70′. Il Professore inizia a ricordare che gran partecipazione ci fu dei bambini di strada:

«Ti dico che erano tutti salvati, perché non possedevano nulla. Erano contenti di lavorare con me, mi piace pensare che qualcuno di loro ha continuato su quella strada».

Mi guardo intorno: scaffali, scrivanie, pareti sono ricoperti di oggetti, disegni, fogli, manifesti, neanche il soffitto viene risparmiato con cose sospese che volteggiano ad ogni corrente d’aria, come le opere di Calder. Osservando gli oggetti che ci circondano chiedo a Dalisi dell’esperienza laboratoriale di Rua Catalana:

«Mi piacque essere riuscito a trasmettere un modo di lavorare, che poi si diffuse per quelle strade. Anche lì ricordo che ero circondato dalle mamme con i loro figli, anche lì vollero lavorare con me.

Mi venne l’idea di fare delle illuminazioni particolari, decorative, pensate anche come opere complete che mettevano assieme tutte le arti, come quelle che realizzai anni dopo nei Quartieri Spagnoli. Volli favorire la curiosità, toccare l’interesse emotivo e educare all’arte richiamando anche fatti di vita».

La mano non è soltanto l’organo del lavoro, è anche il suo prodotto“. Karl Marx dalla prefazione “La sensibilità armata” a cura di Achille Bonito Oliva, cat. 82  Centro di, febbraio 1977.

Riccardo Dalisi durante l’intervista lavora ad una sua opera, plasma le lamine cercando di dar loro forma. La figura esce fuori dal metallo colorato con i suoi pennelli.

«Mi chiedo riuscirà  a reggersi, a stare in piedi?» Gli rispondo «Forse ha i piedi un po’ piccoli». «Può darsi ma non penso che il problema potrà essere risolto pensando solo alla sua forma».

Dalisi è molto riflessivo, sembra imprigionato nel suo mondo. I totocchi gli fanno da guardia, ha un esercito che protegge i suoi sogni, come quelli che si possono trovare ora anche ad Ischia.

«Quando mi siedo sulla sedia sul mio balcone, riesco a trovare il legame con ciò che mi circonda, il paesaggio è bellissimo e guardandolo mi lascio trasportare dai miei pensieri. Come faccio ad allontanarmi da questa città? Non ho visto mai cosa più bella».

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