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Eroica Fenice

Aborto e 194: gli obiettori incoscienti

Aborto e 194: gli obiettori incoscienti

Ha fatto scalpore in Italia, alla fine del mese scorso, il concorso indetto dall’ospedale San Camillo di Roma sull’assunzione di due medici non obiettori di coscienza.
Come al solito, l’opinione pubblica si è divisa fra radicali, conservatori e sciacalli da prima pagina. Bisogna, però, tenere presente alcuni dati:
il concorso indetto dalla Regione Lazio è un caso unico in Italia, oltre che l’assunzione di soli due ginecologi non obiettori non muterebbe il panorama della Sanità. È legittimo chiedersi cosa la legge italiana stia tutelando: il diritto ad abortire o l’obiezione di coscienza stessa?

È legittimo porsi tale domanda in questo caso, poichè Fabrizio D’Alba, direttore generale del San Camillo, ha dichiarato che dopo sei mesi dall’assunzione i due ginecologi possono “cambiare idea” passando dalla parte degli obiettori.

Dunque, è chiaro come il problema inerente l’ivg (l’interruzione volontaria di gravidanza) e l’obiezione di coscienza sia l’applicazione in sè della 194.
I dati, relativi al 2013, della relazione annuale al Parlamento sulla legge 194 del Ministero della Salute parlano di 7 ginecologi obiettori su 10 sul territorio italiano.
Nel 2016 questi numeri sono cresciuti.
Come fatto notare durante il convegno su “Gravidanza e disagio sociale”, organizzato a Milano nell’ottobre 2016: u
na sentenza del Consiglio d’Europa ha riconosciuto che, a causa del numero già alto ed ascendente di medici obiettori, l’Italia viola i diritti previsti per legge in tema d’aborto. Oltre che – dice una seconda sentenza – quelli dei medici non obiettori, costretti a svantaggi professionali tra un lavoro appiattito sulle sole interruzioni e la riduzione delle prospettive di carriera.

Ancora, il fulcro della questione, ovvero le ragioni per cui una donna ricorre a ivg continuano ad essere tralasciate: tutela della salute della madre, malformazione del feto, violenza carnale subita, istanze psicologiche, economiche e sociali.

Basti pensare che fino agli anni ‘70 le ragazze madri erano viste come criminali: la scoperta degli 800 cadaveri di bambini nei pressi del Bon Secour, attivo dal 1925 al 1961 in Irlanda, ne è esemplificativo. Inoltre, gli aborti diminuirebbero al diminuire dell’indigenza economica, determinata, per le donne, dallo stesso mercato del lavoro.

Aspetti determinanti che restano marginali, mentre noi continuiamo a vivere sulla schiena di un grande mostro che dorme.

Uno sguardo fuori: aborto e diritti delle donne

In India, per cause legate alla povertà estrema soprattutto nelle zone rurali, ad una società patriarcale ed al sistema delle doti, ci sono casi di aborti selettivi per genere. Di fatti, il Governo indiano già nel 1991, per arginare il fenomeno, introdusse un sistema di incentivi finanziari a lungo termine.

In Cina, per contrastare l’aborto selettivo, è vietato fare analisi per scoprire il sesso del feto. Alla radice, ragioni soprattutto culturali: in regime di figlio unico, avere una femmina significava interrompere la discendenza; inoltre, poichè per tradizione dopo il matrimonio le ragazze diventano parte della famiglia del marito, i genitori temevano che, una volta anziani, non ci sarebbe stato nessuno ad occuparsi di loro.

I test genetici sono, invece, legali a Hong Kong. Città, fondata dalla Gran Bretagna, che prolifera di solito ciò che è vietato nella Cina continentale.

In USA la lotta pro/contro l’aborto sembra una crociata, sfociata spesso in atti di violenza, come nel caso di sparatorie verso le cliniche abortiste. Lo spirito intimidatorio dei pro-life arriva a compiere abusi come quello del 1994, in Nebraska, dove una ragazza di 15 anni fu costretta al parto. La polizia dovette intervenire per proteggerla da una folla di anti-abortisti; in seguito ad un processo, le fu negato di abortire.

Nella maggioranza dei paesi africani l’aborto è permesso solo per tutelare la vita della madre, mentre il Sud Africa è più liberale. La situazione è quasi analoga negli stati sudamericani.

L’aborto insicuro è una delle principali cause di mortalità materna. Il 98% delle morti da aborto insicuro avviene nei paesi in via di sviluppo.

Uno sguardo generale: aborto e donne, comizi d’amore e disamore

Ma il sessismo non si svela solo nell’ambito della gravidanza forzata, altre situazioni di discriminazione si rendono più evidenti, per esempio, nell’attuale femminilizzazione dei flussi migratori. Si pensi al rifiuto, nei paesi del Golfo, di assumere lavoratrici filippine, in quanto «più consapevoli dei propri diritti» (Castels, Marvin, ndr). Si devono poi considerare i dati sulla tratta di esseri umani, dove l’80% delle vittime sono minorenni o donne: la prostituzione diviene nicchia etnica nei paesi di destinazione, dunque doppiamente discriminatoria.
Scoraggianti i dati in proposito: le migranti vengono rimpatriate, mentre in pochissimi casi ci sono conseguenze legali per i trafficanti e in nessun caso per i clienti.

La situazione è, però, controversa in occidente: basti pensare alla manifestazione delle femen di fronte agli sguardi allibiti delle donne tunisine e di come tale atto non sia politico, ma provocatorio. O, ancora, all’assurda questione del burkini in terra francese.

L’Italia odierna non si distacca molto dal quadro consegnatoci nel 1965 da Pasolini in Comizi d’amore, film-documentario in cui emerse il blocco culturale e morale del popolo italiano. Soprattutto sulle questioni attinenti alla parità e libertà sessuale, che la Chiesa cattolica inibiva e legge disattendeva da tanto.
Prima di passare in rassegna gli sviluppi della legislazione italiana sui diritti femminili, è bene ricordare quanto quest’ultima abbia tardato ad arrivare.

Il primo stato europeo a riconoscere il suffragio universale fu il Granducato di Finlandia, con le prime donne elette in Parlamento nel 1907. In Russia durante il governo provvisorio in piena Rivoluzione nel novembre del 1917, si tennero l’elezioni per l’assemblea costituente a suffragio universale, che venne poi confermato nella Costituzione Sovietica del 1918. Nello stesso anno, venne riconosciuto in Regno Unito e Germania, nel 1920 nel USA, nel 1930 in Turchia.

In Italia:

1946: primo voto delle donne.

1960: le donne sono ammesse a tutte le professioni.

1962: abolizione della norma che permette il licenziamento in caso di matrimonio.

1963: viene abolito lo «ius corrigendi».

1974: introduzione della legge sul divorzio.

1975: riconoscimento della parità dei coniugi.

1978: approvazione della legge 194 sull’aborto.

1981: abrogazione del Delitto d’onore e Matrimonio riparatore.

1996: la violenza sessuale non è più reato contro la morale pubblica, ma contro la persona.

Bisognerebbe smettere di presupporre le differenze, che un è atto di creazione delle stesse, come nel caso delle questioni inerenti il sessismo della lingua italiana, recente lotta delle femministe nostrane.

I retaggi cattolici e democristiani giocano un ruolo evidente e non trascurabile nella storia dei diritti tout-court e non esclusivamente dei diritti femminili, sebbene sia innegabile che in questi ultimi giochino un ruolo emblematico e peculiare.

È chiaro che l’angelo del focolare del triste ventennio, poi adottato come figura della madre della Democrazia Cristiana, non convinca più le donne del XXI secolo.

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