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Eroica Fenice

Absence

Absence di Chiara Panzuti: il mistero dell’identità

Hai mai pensato di sparire così, all’improvviso senza lasciare più traccia né ricordi, semplicemente di non esserci più, o almeno non esserci più agli occhi degli altri? In questa ipotetica distopia tu urli a gran voce ma nessuno ti ascolta, nessuno ti vede.

Eppure la vera domanda è un’altra. «Pensi davvero che ti vedessero… prima
A porre questo interrogativo dal peso di un macigno, la giovane scrittrice Chiara Panzuti nel suo nuovo libro della collana lainYA della Fazi Editore e tra gli scaffali delle librerie dal 1° giugno: Absence.

Faith, sedicenne ma dal tono già maturo, sa bene cosa vuol dire cambiar vita, ricostruire un’identità. Il trasloco non è per lei una nuova esperienza, ma questa volta ha un sapore diverso, un sapore migliore. Condimento perfetto, la sferica pancia della madre, sulla quale ama appoggiare la testa per percepire quella che prima era solo speranza, ma adesso è presenza.

Quella stessa presenza che Jared percepisce come ingombrante, incontrollabile. Suo fratello non fa che mettersi nei guai, e lui è sempre lì, a supportarlo, anche se questa volta ha bisogno di attaccarsi alla bottiglia per dimenticare quanta sofferenza si celi nel dover diventare, nel medesimo istante, orfano e genitore.

Una figura forte, quella di Jared, apparentemente più di Christabel, che non crede nelle sue potenzialità di nuotatrice, che per poter proseguire spedita ha bisogno di certezze, quelle che forse non riceverà più.

Scott vorrebbe imparare ad amare, gli serve solo la spinta giusta, ma come gli altri, in bilico tra la vita di un tempo e un futuro agognato, non avrà modo di gustare nulla se non l’amarezza dell’assenza.
«Mi sentivo inconsistente. Per tutta la vita, tante energie finalizzate a nulla, tanta fatica per poi perdere, cambiare, e perdere ancora. Quello che restava era soltanto amarezza».

Absence, Assenza

Ognuno di loro è sballottato in una strana circostanza in cui la sensazione di non essere diviene certezza di non esserci. «Perché quella realtà mi aveva improvvisamente sputata fuori? Mi toccavo e sentivo il mio corpo, al tatto ogni cosa appariva al suo posto». Ma niente era davvero in ordine e nemmeno urlare smuoverà gli animi della madre, del fratello, della migliore amica o della bella ragazza incontrata in un locale. I quattro protagonisti sono soli. O forse, sono soli insieme.

Chiara Panzuti con il primo libro della trilogia Absence – Il gioco dei quattro è in bilico sul filo sottile che separa il fantascientifico e il genere psicologico. Una condizione emblematica quella del non essere, e quale grande riflessione si profila già tra le prime battute dei quattro personaggi! Il soprannaturale che cela un dubbio esistenziale lascia spazio a domande continue sull’identità. «Cosa contava davvero? Quello che loro mostravano o quello che io sapevo esserci?». Non più solo l’eterno quesito dell’essere e dell’apparire, ma un dubbio: si può dire di essere davvero? Ma si parla di essere davvero agli occhi degli altri, perché i personaggi riescono a sentire il battito del loro cuore, sanno di essere vivi, quella certezza che i loro cari non hanno più.

Gli interrogativi continui che si profilano nei fitti dialoghi coinvolgono il lettore nella ricerca dell’impossibile soluzione di questo arcano. «Si può sparire così, da un momento all’altro, senza addii o saluti. Si può davvero sparire così?». Come romanzo di formazione la ricerca della verità si materializza nel viaggio fisico e mentale, nei meandri degli animi tormentati di personaggi complessi, delle loro preoccupazioni tutte umane, della necessità di conoscersi con le domande più semplici anche in attimi di grande tensione.

Una penna leggera – per quanto in grado di alternare momenti di sarcasmo e autoironia a quelli di esasperante tensione – quella di Chiara Panzuti nel suo Absence. Il suo desiderio di raccontare storie nasce da bambina, ma la tematica che porta alla ribalta non è una favola. È per lei la dura realtà che spesso ci circonda. Un alone di indifferenza avvolge l’uomo, e ne soffoca l’essenza: ma siamo davvero soli in questo destino di invisibilità?