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Eroica Fenice

Addio a Paul Kantner dei Jefferson Airplaine

Ci ha lasciato oggi, sulla scia di moltissimi – troppi – artisti e personaggi famosi internazionali in questo inizio anno, Paul Kantner, chitarrista e co-fondatore dei Jefferson Airplaine e successivamente dei Jefferson Starship. Uno degli “eroi” del rock psichedelico degli anni ’60/’70 e della scena musicale della West Coast americana, ma soprattutto famoso per l’esibizione della sua band “mattiniera” nell’agosto del 1969 a Woodstock, dove incantarono una platea gremita di giovani e meno giovani. Aveva 74 anni ed è morto per un attacco cardiaco nella città in cui risiedeva da tempo, San Francisco: da qualche tempo soffriva di problemi cardiaci e a marzo del 2015 aveva già avuto un infarto.

Paul Kantner e la generazione “psichedelica” degli anni Sessanta

Proiettato alla perfezione nel clima musicale di una San Francisco sregolata, aveva speso buona parte della propria vita e della propria carriera in abuso di droga e soprattutto di LSD. Si battè attivamente nella loro difesa, sostenendo che avessero la proprietà di aprire la mente, così come si schierò a favore della legalizzazione della marjuana. E nelle interviste, come quella del 1986, ne parlava liberamente: «la cocaina è una delusione. Si tratta di una droga nociva che trasforma le persone in cretini. E l’alcol è probabilmente la peggiore di tutte le droghe. Invecchiando con l’esperienza della vita, ci si rende conto che i farmaci non aiutano, soprattutto se ne abusi». Convinto sostenitore delle teorie mai accettate dalla comunità scientifica principale dello psicologo Timothy Leary sugli “otto circuiti della coscienza” e della letteratura lisèrgica e psichedelica prodotto della Beat Generation.

I Jefferson Airplane nacquero nel 1965 per volere di Marty Balin e successivamente poi guidati da Paul Kantner fino alla fondazione degli Starship. Alla formazione originaria appartenevano anche la cantante Grace Slick (con cui ebbe una relazione e una figlia), Spencer Dryden, Jack Casady e Jorma Kaukonen, fautrici di alcuni dei loro più grandi successi come “Somebody to love” e “White Rabbit” tutt’oggi famosissime e legate al nome del chitarrista. Tutto questo, a ripensarci oggi, ci lascia ben immaginare perché quella mattina a Woodstock la loro band è stata accolta con grande entusiasmo, pazienza e ovazioni.

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