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Eroica Fenice

Al Mousa: ucciso il giornalista contro i jihadisti

Ahmad Mohamed Al Mousa è stato ucciso a Idlib, al confine con la Turchia, da un gruppo di uomini dal volto coperto. Al Mousa era un giovane giornalista che faceva parte del collettivo d’informazione Raqqa is Being Slaughtered Silently (RBSS), nato nell’aprile 2014, che vinse il premio Committee to Protect Journalists (CPJ) per la stampa internazionale. Aveva anche lui ottenuto dei riconoscimenti da parte della stampa, soprattutto per il rispetto e il forte attaccamento all’idea di libertà di espressione. Formato soprattutto da giovani reporter, l’RBSS, dalla sua fondazione, conta già le tragiche morti di alcuni dei suoi membri, come Ibrahim al-Qader Abd, Fares Hamadi, Al-Moutaz Bellah Ibrahim. Vittime uccise su commissione e alcune anche rapite e torturate da uomini appartenenti allo Stato Islamico (Is).

La Repubblica riporta le parole di Joel Simon, direttore esecutivo del CPJ, che con profondo cordoglio si esprime in merito alla vicenda: “Solo poche settimane fa, circa 900 giornalisti, avevano dimostrato solidarietà al collettivo di Raqqa. Ci ritroviamo ancora qui, tutti in piedi, di nuovo insieme, questa volta in lutto”.

Ahmad Mohamed Al Mousa e il lavoro con il collettivo RBSS

Il loro lavoro consiste nel collocarsi costantemente in prima linea, pronti a descrivere e documentare la guerra che devasta il loro paese – la Siria, gli attacchi aerei, i massacri, le punizioni che i jihadisti impartiscono agli infedeli, costituendo la più coraggiosa denuncia e testimonianza del terrorismo dall’interno. Raqqa, dove è la sede del collettivo e dove esercitano, è considerata uno dei punti cardine dell’Is, un vero e proprio quartier generale, che ogni giorno viene attaccata e bombardata dalla Coalizione con l’obiettivo di distruggere lo Stato Islamico.

La morte di Al Mousa è stata comunicata dal collettivo il 16 dicembre, senza particolari spiegazioni, via Twitter. Il social network è uno degli strumenti – assieme ai post del RBSS e a Facebook – attraverso cui la lotta del giornalista andava avanti, ogni giorno, e che ora vede il post “fissato in alto” in sua memoria. Il loro lavoro caparbio, però, vuole resistere, nonostante la paura che viene alimentata costantemente. Raqqa, quindi, ha dimostrato, con poche e semplici parole, di non essere costituita solo da sostenitori del Califfato: “#Raqqa is not #ISIS and ISIS is not #Islam” (Raqqa non è l’ISIS e l’ISIS non è l’ISLAM), scrisse proprio Ahmed in uno dei suoi tweets. Sono parole semplici solo nel loro paradigma, perché portano un messaggio profondo, una realtà che ognuno di noi non dovrebbe mai stancarsi di ricordare e di ripetere, ogni giorno, a chiunque dimostri scetticismo e diffidenza, a chiunque non sia disposto a capire, e a combattere: l’Islam non è terrorismo, non è Isis.

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