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Eroica Fenice

Alzheimer, scoperta a Napoli la possibile cura

L’ Alzheimer è la forma più comune di demenza, una malattia che comporta una progressiva ed inesorabile degenerazione delle funzioni intellettive. Questo terribile morbo che si manifesta normalmente in età presenile, comporta gravissimi disagi, compromettendo le capacità di memoria, pensiero e parola di chi ne è affetto.

La patologia illustrata per la prima volta nel 1906 dal neuropatologo tedesco Alois Alzheimer, si presenta mediante un costante ed inarrestabile declino delle basilari funzioni cognitive. I sintomi iniziali generalmente constano nella incapacità di ricordare avvenimenti recenti, depressione, sbalzi d’umore, disorientamento, problemi comportamentali ed incapacità di prendersi cura di sé. Normalmente, le prime manifestazioni della patologia vengono scambiate come semplici conseguenze dell’invecchiamento, e sfortunatamente solo mediante una biopsia del tessuto cerebrale è possibile avere una diagnosi definitiva.

Questo terribile e purtroppo incurabile male, le cui cause genetiche sono ancora oggetto di studio, viene spesso considerato come una delle piaghe della società moderna. Secondo una ricerca condotta nel 2006 dall’università della California, si stima che entro il 2050, una persona su ottantacinque a livello mondiale, potrebbe essere colpita dal morbo. Questi preoccupanti dati, sollecitano e giustificano il crescente interesse manifestato dalla ricerca scientifica verso questa patologia.

Attualmente la medicina non è in grado di curare il morbo e può solo entro certi limiti rallentarne il decorso. Ciò comporta una vera e propria condanna sia per i malati che per le famiglie degli stessi.

L’Alzheimer è una patologia infida che consuma le persone lentamente

L’affetto è come se fosse poco alla volta svuotato, privato dei propri ricordi, del proprio passato, fino ad essere trasformato in un guscio vuoto. La sofferenza per i familiari, costretti ad assistere inermi al declino delle persone amate è indescrivibile.

Di fronte a questo triste scenario, la ricerca medica è essenziale, ed in tale ambito rivestono grande importanza i risultati derivanti dallo studio condotto dalla facoltà di medicina dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, in collaborazione con il dipartimento di fisiologia umana e farmacologia dell’Università la Sapienza di Roma. La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature scientific reports, dimostra come alcune particolari cellule del tessuto nervoso gastroenterico, se trapiantate nel cervello danneggiato dei ratti usati come cavie, sono in grado di ridurre la presenza di Beta-Amiloide, una delle proteine considerate come maggiormente coinvolte nel processo di degenerazione celebrale che determina l’Alzheimer.

Questa straordinaria scoperta, fondata sul possibile utilizzo delle cellule del sistema nervoso dell’intestino, è una testimonianza delle notevoli capacità dei ricercatori italiani e soprattutto potrebbe aprire la strada a nuovi strumenti terapeutici volti a combattere e sconfiggere questa terribile malattia.

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