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Eroica Fenice

Analfabetismo funzionale, fenomeno nuovo ma in crescita

Tempo fa mi imbattei, in rete, in un termine che mi stupì: “analfabetismo funzionale”! In una società moderna quale la nostra il termine “analfabeta” non può che apparire desueto: viviamo in un mondo costellato di lettere e numeri, paghiamo le bollette e ci lasciamo attrarre dai manifesti per strada… Sarebbe impensabile districarsi in tale giungla non potendo contare sul discernimento di questi codici. L’analfabetismo in Italia si attesta sul 5% della popolazione, una fetta trascurabile – nonostante, a parer mio, sia intollerabile che una porzione della nostra società non sia in possesso degli strumenti basilari atti a renderla cittadinanza attiva. Il dato allarmante, ovviamente, è un altro: il succitato “analfabetismo funzionale”.

Ma cos’è questo analfabetismo funzionale? La questione è spinosa: un analfabeta funzionale è capace di leggere e scrivere, ma – e cito testualmente – mostra difficoltà nel “comprendere, valutare, usare e farsi coinvolgere con testi scritti per intervenire attivamente nella società, per raggiungere i propri obiettivi e per sviluppare le proprie conoscenze e potenzialità”. Definizione vaga e insoddisfacente: mi chiesi fin da subito se questo fantomatico fenomeno non fosse semplicemente un modo chic e pseudoscientifico per definire qualcuno che, essenzialmente, è soltanto pigro.

Ho continuato a cercare sull’argomento, e quello che ho trovato non mi è piaciuto: gran parte dell’attenzione sul tema fu sollevata a seguito degli sconfortanti risultati del test ‘All‘ (‘Adult Literacy and Life Skills‘) effettuato dall’Ocse sulla popolazione di sette nazioni (tra cui l’Italia), somministrato a individui tra i 16 e i 65 anni; la valutazione era basata su risultati ottenuti attraverso prove suddivise in tre livelli di difficoltà. La prima domanda verteva sulla decifrazione dell’etichetta di un farmaco, chiedendo di desumerne per quanti giorni fosse possibile l’assunzione dello stesso (informazione riprodotta sull’etichetta); poi si aveva a che fare con la cura di una pianta ornamentale, richiedendo una descrizione di cosa potrebbe accaderle qualora questa venisse esposta a temperature inferiori ai 14 gradi (il quesito era corredato di un articolo dove si leggeva “se la pianta è esposta a temperature di 12°-14° perde le foglie e non fiorisce più”, e riportava, a differenza della domanda precedente, un paragrafo “extra”); infine, veniva presentata una pagina di un manuale di biciclette, richiedendo l’enunciazione delle misure necessarie affinché il sellino si trovi nella posizione giusta (risposta nel paragrafo “Messa a punto della bicicletta”, da selezionare tra quattro o cinque diverse sezioni). Il test non sembrerebbe nulla di trascendentale, eppure, solo il 20% degli intervistati si è dimostrato in grado di superare tutti e tre i livelli!

Vorrei chiarire una cosa: non parliamo di individui privi di passione per la lettura, ma di persone che non riescono a comprendere un testo se non argomentato con estrema semplicità… e la questione sollevata risulta più grave dell’antipatia per la poesia: il problema verte sull’impossibilità sperimentata da una nutrita fascia di persone nell’intraprendere una qualsiasi partecipazione attiva alla vita sociale, sull’incapacità a concentrarsi su un periodo dalla struttura al di sopra della soglia di sbarramento delle competenze grammaticali e/o sintattiche minime, sul mancato sviluppo di una propria coscienza critica, ridotta all’osso… anzi, ad un osso rosicchiato. Se ignoriamo il problema non avremo da stupirci se chi si reca alle urne premierà quel partito che prometterà la ricrescita dei capelli a costo zero! È inevitabile affrontare la realtà: la morte della cultura non è sinonimo della morte di Leopardi, Montale o Foscolo, ma della morte dell’individuo stesso, schiacciato da una realtà che non riesce a interpretare, costretto a lasciare che “decidano loro”, tanto a lui la questione non interessa (che poi non è vero: quello che manca all’individuo citato è la consapevolezza che la “questione” è perfettamente di suo interesse, ma per rendersene conto sono necessari degli strumenti atti a collegare quanto si vede nel panorama globale alla propria condizione esistenziale).

Qualche poeta ci butta giù qualche riga, qualcuno si preoccupa e altri si chiedono cosa fare – senza darsi risposta. L’ostacolo principale evidenziato da chi ha studiato il fenomeno è che il famigerato “analfabeta di ritorno” non sa di esserlo, e se gli analfabeti vecchio stampo provavano un pochino di vergogna per la propria condizione, i “nuovi analfabeti” non sono affatto persone ai margini: rappresentano una bella fetta della popolazione, percepiscono stipendi mica male e vivono vite normali – se eccettuiamo l’incapacità di formarsi opinioni sull’ultimo conflitto o la totale manovrabilità nelle mani di chi detiene il potere; persone libere, insomma, ma libere di muoversi entro confini prestabiliti, in una realtà dove tutto deve quadrare ed essere classificato, altrimenti diviene noioso.

Questa realtà è ovviamente dipendente dal diffondersi delle nuove tecnologie, dal contatto quotidiano con informazioni brevi e immediate che vanno al succo senza approfondire… Mi auguro che il fenomeno altro non sia che la nascita di un nuovo concetto di alfabetizzazione, che, trovandosi ora agli albori, presenta immancabili lacune. Forse è vero che la metà degli italiani sono semplicemente pigri… Di una cosa, però, sono sicuro: il fenomeno va compreso, divulgato e affrontato, ma non condannato, perché se la promulgazione della cultura vecchia maniera non arriva a tutti è d’obbligo trovare nuove forme di comunicazione, ed è compito degli ‘addetti ai lavori’ farsene carico; di certo, non possiamo aspettarci che i primi passi verso la risoluzione del problema vengano mossi da chi il problema non sa nemmeno che esiste! Eppure, al momento, sulla questione tutto tace… e mi chiedo perché…

-Analfabetismo funzionale, fenomeno nuovo ma in crescita-

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