Seguici e condividi:

Eroica Fenice

“Andasse al diavolo”: la giornalista su Regeni

“Che andasse al diavolo”

Ha pronunciato queste testuali, lapalissiane e taglienti parole Rania Yassin, giornalista e opinionista del talk show egiziano Al Hadath Al Youm, parlando di Giulio Regeni in diretta televisiva. Senza mancare di accompagnare la propria audace imprecazione con un gesto sbrigativo della mano, quasi a voler aumentare l’enfasi di quattro parole già di per loro eloquentissime.

La carriera della giornalista Yassin

Si rischia di essere pretestuosi se in qualche modo si tira in causa la pregressa carriera -finita male o forse mai iniziata davvero – di attrice della signora Yassin, se si considera l’interpretazione piuttosto scadente del ruolo della giornalista, tutta boccoli e make-up elaborato, che non ha paura di gridare alla cospirazione. Cospirazione che, nelle visioni complottiste della stessa Yassin o forse semplicemente nella sua lettura superficiale del copione riciclato direttamente dall’informazione di regime siglata Al-Sisi, segue perfettamente la trama che vede protagonisti i Paesi occidentali in combutta contro l’Egitto.

Sarebbe anche una versione credibile, considerando che la raffinata arte della tortura, dell’incarcerazione e della sparizione delle persone non è una specialità solo squisitamente de Il Cairo, ma conta innumerevoli variazioni nonché acteurs – non ce ne voglia Rania – molto più abili e calati nella loro parte da strappare applausi ai nostalgici di Pinochet (vedasi il generale Afewerki della vicina Eritrea e, perché no, un Erdogan che i giornalisti non li manda esattamente al diavolo, ma dietro le sbarre sì).

Sfortunatamente, però, la lista dei regimi totalitari, militari e dittatoriali che mietono continuamente vite umane, per il semplice fatto  di poter costituire una minaccia alla loro avanzata verso un potere sempre più assoluto, include anche – e soprattutto, l’Egitto.

Mentre la prova di un presunto complotto dell’Occidente contro Al-Sisi stenta ad emergere dalla palude acquitrinosa delle mezze verità, impantanate e opportunamente ripescate (e rilucidate) ad uso e consumo dei media, c’è invece una prova incontestabile del complotto ordito dall’Egitto contro ogni forma di legittimo dissenso alle sue politiche: il corpo martoriato di Giulio Regeni.

Poco importa che quel corpo, orribilmente mutilato e rinvenuto lo scorso 3 Febbraio sul ciglio della strada, sia solo uno dei tanti corpi, ugualmente scempiati e straziati, a testimoniare la barbarie dell’oppressione e della delegittimazione di ogni forma di libertà, compresa quella sacrosanta e intoccabile della libertà di parola.

La stessa libertà che ha rivendicato con forza la “professionalissima” giornalista egiziana, quando qualche giorno fa, sotto le luci della ribalta dello studio di Al Hadath, ci teneva a sottolineare che, dopotutto, la mafia (che è tutta italiana) fa molte più vittime di quante non ne faccia il generale Al-Sisi.

Potremmo essere senza dubbio d’accordo con la signora Yassin, se non fosse che, da dietro gli schermi che continuano a riproporre quello stralcio di talk show incriminato, la sua mise blasonata stoni terribilmente con la bassezza morale di parole che sconfessano lo stesso codice deontologico che sta alla base del giornalismo.

Perché come affermò il giornalista Horacio Verbitsky: “giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda.”

Ci piacerebbe sapere cosa ne pensa, Rania Yassin, dall’alto della sua autorità quasi divina di mandare al diavolo senza troppe cerimonie, della professione giornalistica o, almeno, dell’etica comportamentale che la sottende.

Lungi da ogni tesi cospirazionista che voglia affibbiarle il ruolo della propagandista o scritturarla per la prossima pièce di scialbo teatro che è diventato purtroppo il caso Regeni, sarebbe quantomeno interessante chiederle una sua opinione in merito alla libertà di parola negata dallo stesso governo al quale soggiace, della rincorsa ineluttabile alla verità dietro un fatto, prima che di politica internazionale, di cronaca nera come quello di cui è stato protagonista il giovane ricercatore di Fiumicello. E, perché no, anche dell’onestà intellettuale di tacere lì dove è lo stesso sangue versato e i continui tentativi di depistaggio per coprirne la macchia a reclamare il silenzio.

Ed è avvilente che proprio una giornalista si conceda il privilegio di parlare solo per inneggiare al silenzio perché, dopotutto, di Giulio Regeni ce ne sono a migliaia in tutto il mondo. Come se si trattasse di un’attenuante e, insieme, di un incoraggiamento perché fatti del genere continuino ad accadere nell’indifferenza e nell’omertà generali.

Un ossimoro per il quale ci si augura che Rania Yassen torni ai copioni sgualciti delle soap di quart’ordine, invece di mandare al diavolo Giulio Regeni che l’inferno, purtroppo, lo ha già trovato sulla terra, da qualche parte, vicino a Il Cairo.