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Eroica Fenice

Ankara

Ankara, è giusto dare spazio agli attacchi terroristici?

*L’articolo è stato scritto prima degli attentati di Bruxelles, ma il ragionamento è ugualmente valido.

L’attentato di sabato mattina a Istanbul è il secondo che colpisce le grandi città della Turchia centro-occidentale nel giro di soli sei giorni. Appena lo scorso lunedì un’autobomba ad Ankara ha causato oltre trenta vittime e nell’ultimo anno questi episodi sono diventati abbastanza frequenti sopratutto nella capitale turca. Da luglio ad oggi, infatti, negli attacchi che hanno colpito Ankara e Istanbul hanno perso la vita oltre cento persone, in buona parte civili.

L’attentato di Ankara e le accuse al PKK

In seguito a questi episodi la prassi seguita dal governo turco è sempre la stessa: bloccare i social network per evitare il diffondersi delle notizie, isolare la zona dell’attentato impedendo ai giornalisti di avvicinarsi, vietare ai giornali e alle televisioni di parlare dell’accaduto e imporre loro di diffondere soltanto le dichiarazioni ufficiali rilasciate dal governo – notizie che buona parte dei telegiornali e dei giornali italiani, molto poco professionalmente, sono soliti riportare come fosse oro colato. Anche per questo motivo, verificare chi ci sia effettivamente dietro gli attentati risulta molto complicato e le versioni che passano come vere sono da prendere con le pinze.

Le continue accuse che vengono rivolte al PKK da buona parte della stampa turca appaiono infatti abbastanza chiaramente come delle verità di comodo. Sarebbe più plausibile credere che dietro gli ultimi attacchi ci siano i TAK – Falchi per la Libertà del Kurdistan – separatisi dal PKK nel 2004, in quanto ritenuto troppo passivo e disposto a collaborare con il governo turco. Ma tuttavia anche questa versione potrebbe sollevare dei dubbi, essendo le loro azioni spesso indirizzate a obiettivi politici e militari, piuttosto che civili. Non bisogna comunque dimenticare che, mentre noi ci spaventiamo per i morti di Ankara e Istanbul, nell’est della Turchia è in corso di fatto una guerra civile, con frequenti operazioni dell’esercito turco che spesso causano numerose vittime civili.

Al di là delle considerazioni politiche, gli ultimi attentati di Ankara e Istanbul e il conseguente atteggiamento dei media turchi, mi hanno portato a riflettere su quanto sia effettivamente giusto diffondere le notizie di attacchi terroristici.

Il clima ad Istanbul post attentato

Vivendo a Istanbul, il clima di tensione è palpabile: già dopo l’attacco suicida di gennaio nel quale sono morti una decina di turisti tedeschi, anche nelle zone solitamente più visitate della città non è frequente incontrare persone con una fotocamera in mano o che ammirano le bellezze che la città ci regala. In tantissimi hanno rinunciato alle proprie vacanze. Dopo l’attentato di Ankara dello scorso 13 marzo, anche le zone gremite non propriamente di turisti, hanno iniziato a svuotarsi gradualmente, raggiungendo l’apice dopo l’attentato di sabato mattina sulla frequentatissima Istiklal, in seguito al quale la città ha assunto un aspetto quasi spettrale, con strade e quartieri normalmente affollatissimi divenuti all’improvviso praticamente deserti.

Stiamo parlando comunque di un numero irrisorio di vittime rispetto al numero di persone che quotidianamente attraversano i luoghi dove sono avvenuti gli attacchi. La città di Istanbul viene visitata ogni anno da oltre 20 milioni di persone e probabilmente tutte loro sono passate almeno una volta a Sultanahmet, dove hanno perso la vita i turisti tedeschi. L‘Istiklal, dove sabato hanno sono morte cinque persone, viene invece quotidianamente attraversata da decine o forse centinaia di migliaia di persone. Facendo un paragone con Napoli potremmo immaginare una sorta di via Toledo, molto più lunga, molto più ampia e molto più affollata. Eppure la città è attraversata da una sorta di paranoia collettiva, per cui moltissime persone preferiscono non uscire di casa per paura che il prossimo attentato – se ci sarà – colpirà proprio loro. Nella crescita di questa ossessione ha sicuramente avuto un grosso ruolo l’eco internazionale che gli attacchi terroristici hanno avuto e l’ampissimo spazio che i mezzi di informazione hanno dedicato loro, facendo in questo modo proprio il gioco dei terroristi.

Sarebbe forse stato noioso e discriminatorio verso altre città se, per esempio, i giornali avessero quotidianamente riportato notizie del tipo “oggi 60.000 persone hanno visitato Istanbul, gli è piaciuta tantissimo, si sono divertite e non vedono l’ora di tornarci” per 364 giorni l’anno e poi il 12 gennaio scorso riportare la notizia dell’esplosione, ma questo avrebbe sicuramente dato una percezione più corretta della realtà.

Credo che avere paura di rimanere coinvolti in un attentato sia una cosa irrazionale. Nemmeno io sono estraneo a questa paura e cerco per quanto possibile di non frequentare luoghi affollati o che  ritengo “luoghi sensibili”, ma rimango comunque dell’idea che cambiare le proprie abitudini a causa del timore di rimanere coinvolti in degli episodi totalmente imprevedibili nei luoghi, negli spazi e nelle modalità, sia totalmente insensato e sia oltretutto esattamente l’obiettivo di chi compie degli attentati. Sarebbe come smettere di viaggiare in auto per paura di essere coinvolti in un incidente, o non farsi più il bagno al mare per paura di annegare.

La politica del terrore non solo ad Ankara

Chi decide di fare un attentato colpendo dei civili, non lo fa certo per il semplice fatto di uccidere delle persone, ma mira proprio a terrorizzare la popolazione, costringerla a vivere nella paura, a cambiare il proprio stile di vita e conseguentemente destabilizzare interi paesi. Uno degli effetti più destabilizzanti è quello sui flussi turistici, che si sono infatti drasticamente ridotti in Tunisia dopo gli attentati al Museo del Bardo e a Susa; in Egitto dopo l’esplosione dell’aereo russo partito da Sharm el-Sheik, e ora in Turchia. Tutti questi paesi dovevano al turismo una grossa parte del proprio PIL, e hanno visto con la diminuzione dei visitatori un netto calo delle entrate economiche con conseguenti ingenti perdite e pesanti ricadute sulle loro finanze.

Se le notizie degli attacchi terroristici non si diffondessero così capillarmente, se non vedessimo le immagini degli autobus sventrati e quelle dei corpi distesi al suolo, le persone non avrebbero così tanta paura di morire sotto i colpi dei kalashnikov o a causa dell’esplosione di una bomba. Continuerebbero a fare la loro vita di sempre senza troppe preoccupazioni e a questo punto i terroristi non avrebbero più alcun motivo di attaccare i civili, non riuscendo a ottenere gli effetti da loro sperati.

Attentati e il diritto di informazione

Qualcuno potrebbe obbiettare che in questo modo si nega il diritto ad essere informati sui ciò che succede nel mondo. Ma fino a che punto arriva questo diritto? E sopratutto, è davvero possibile conoscere tutto quello che succede nel mondo? La risposta alla seconda domanda è ovvia ed è no. Per la prima partiamo dal fatto che un’informazione imparziale non esiste. Essendo il ventaglio delle notizie comunicabili potenzialmente infinito, per quanto un giornale possa tentare di essere il più obiettivo possibile nel riportare le notizie, la selezione delle notizie da trasmettere e degli argomenti da trattare rappresenta già di per se una significativa scelta etica e politica. Ogni quotidiano, rivista o sito di informazione, selezionando le notizie, sceglie una propria linea, trasmette un determinato messaggio ai suoi lettori influenzando in questo modo il loro pensiero.

Quasi tutti i giornali italiani e non solo hanno sempre scelto di dare ampio spazio alle notizie tragiche. In questo modo hanno sempre dato una grossa mano ai terroristi nel raggiungimento dei loro scopi, e forse anche ai governi nell’avere l’opinione pubblica dalla loro parte nel momento in cui si apprestano a varare leggi di accentramento del potere e misure repressive limitative della libertà di espressione e di movimento.

Forse sarebbe il caso di iniziare a dare meno spazio a questo tipo di notizie, la cui unica conseguenza è quella di infondere paure nelle persone e portarle a comportarsi proprio nei modi in cui vorrebbe chi fa esplodere le bombe in mezzo alla popolazione civile. Farebbe bene al morale della gente, che vivrebbe la propria quotidianità con molte meno preoccupazioni, e sarebbe un duro colpo per i terroristi, i cui attacchi diventerebbero privi di senso e perderebbero tutta la loro forza politica. Non è certo vero che il mondo sia tutto rose e fiori, ma è altrettanto falso che le cose vadano sempre nel verso peggiore come spesso i mezzi di informazione ci portano a credere.

Denis Schirru

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