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L’arte del sacrificio e la Venere Impudica

L’inverno romano è meno freddo del solito in questi giorni di gennaio. Le temperature inusualmente miti per il periodo concederebbero volentieri alla Venere Capitolina il privilegio del nudo per un bagno all’aperto, se non fosse per il sole che colpisce dritto la durezza delle sue forme, scolpite nel marmo alla maniera dell’arte classica di Prassitele.

Sarà perché la luce naturale è particolarmente intensa; o, forse, perché quella della ragione sa essere, talvolta, facile preda dell’oscurantismo di certe tendenze.

Fatto sta che la Venus Pudica dei Musei Capitolini oggi si sente particolarmente impudica.

Non bastano le braccia piegate, su copia dei modelli ellenistici, in modo che le mani vadano a coprire il pube e il seno.

Il sacrificio dell’arte: l’Ufficio del Cerimoniale di Stato e per le onoreficenze ha deciso: serve coprire l’interezza del corpo per preservare l’integrità morale dei costumi.

Il pretesto di una scelta simile è stato la visita a Roma del presidente dell’Iran, Hassan Rouhani, al cui passaggio in Campidoglio lo scorso lunedì ha fatto da cornice una lunga successione asettica di scatoloni bianchi, impersonali, sicuramente meno scabrosi del loro contenuto.

O almeno questa è stata l’idea di chi, coerentemente a una limitata larghezza di vedute, ha preferito limitare l’universalità e la libertà espressiva dell’arte, optando per una vera e propria censura dell’identità culturale di un Paese che ancora manca di coesione e unitarietà utili alla propria -e necessaria- autoaffermazione.

Se ne sono accorti i giornalisti della BBC, del Guardian, del Le Monde che hanno espresso la loro unanime condanna per un gesto definito “vergognoso”, sicuramente sintomatico di un modo ancora retrivo di fare politica.

Perché, al di là della diatriba sul ruolo dell’arte come elemento collante dell’integrazione e della mediazione culturale, è la capacità dell’Italia di intrattenere rapporti diplomatici con gli altri stati, in questo contesto, ad essere messa fortemente in discussione.

Poco importa il gioco del rimpiattino, fatto di recriminazioni tra il premier Renzi, il segretario della Lega Nord Salvini e il Ministro per i Beni Culturali Franceschini che ha preso le dovute distante, definendo “incomprensibile” la scelta di coprire le statue rappresentanti il nudo artistico.

Il nodo centrale della questione sembra essere, piuttosto, il savoir-faire tutto italiano col quale si cerca di garantire il massimo agio all’ospite. Sempre che l’ospite sia in grado di garantire, a propria volta, il vantaggio di accordi economici mirati alla firma di tredici memorandum, per un totale di contratti da diciassette milioni di euro tra aziende italiane e iraniane.

È in quest’ottica che il concetto di ospitalità diventa in qualche modo l’alibi di ferro di un crimine che potrebbe essere addirittura perfetto, se non fosse per l’ipocrisia di cui si macchia l’arma del delitto: quello di compiacere il potente di turno per raggirarlo e ottenerne profitti, a scapito della dignità di un Paese che ancora si proclama libero, seppure ormai in modo circoscritto alla carta costituzionale.

L’arte sacrificata sull’altare di presunti intolleranza e rispetto

Eppure, nel momento in cui la negazione dell’arte coincide geometricamente in ogni punto con la negazione della dignità identitaria di un intero popolo, bisogna arrivare a credere che le frontiere non siano fatte solo di mattoni o di filo spinato: bensì, siano l’espressione di un problema di incomunicabilità che non si riduce a coprire le statue “nude” per il timore di urtare una sensibilità diversa, quella islamica in questo caso.

È soprattutto un problema che pone in primo piano l’asimmetria di rapporti che dovrebbero, invece, trovare il giusto equilibrio sulla corda tesa della reciprocità.

È stato scritto e detto che ha poco senso parlare di reciprocità, dato che quella di “inscatolare” le statue è stata una libera scelta, mentre l’obbligo per le donne -comprese quelle straniere- di coprirsi il capo con il velo fa parte dell’apparato legislativo iraniano. Ciò nonostante, rimane ancora una convinzione naive quella di cercare di ottenere il rispetto altrui, mancando di rispetto a se stessi.

Così, accanto a quella della Venere “impudica” dei Musei Capitolini, oggi si accende anche la vergogna di chi, anziché abbatterle, ha contribuito a rafforzare le barriere dell’intolleranza, servendosi del pretesto di un rispetto inesistente che non ha esitato a sacrificare persino l’arte, usata come semplice merce di scambio al banco delle politiche economiche.

E per un simile oltraggio, non c’è scatolone che tenga.