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eiffel spenta

Attentato a Parigi: la Tour Eiffel è spenta

Attentato a Parigi, di nuovo, a pochi mesi dall’attacco a Charlie Hebdo. Con tutti i nomi che possiamo affibbiargli, la bandiera dell’odio sventola di nuovo il 13 Novembre sul suolo francese. Al Bataclan, sala di spettacoli dell’arrondissement XI di Parigi, si tiene il concerto degli Eagles of Death Metal; allo Stade de France è in corso una partita Francia-Germania con Hollande come spettatore; in un bar e in un ristorante dell’arrondissement X ci sono persone che stanno mangiando o sorseggiando del vino in una qualsiasi serata parigina;  a Rue Voltaire o a Rue de la Fontaine qualcuno sta passeggiando. Esplosioni, colpi di kalashnikov, sparatorie: mentre si arriva a contare il 129esimo morto, l’Isis battezza questo giorno come l’11 settembre francese e si bea attraverso i social network con la formula “Parigi in fiamme”.

Alle 21:20 comincia l’attentato con un’esplosione davanti ad uno degli ingressi del grande Stade de France. Il Presidente Hollande viene fatto evacuare immediatamente e in pochi minuti la situazione è fuori controllo, con una serie di azioni coordinate su tutto il territorio parigino: mentre il presidente francese chiude le frontiere, dai terroristi nessuna particolare richiesta, i kamikaze si fanno saltare in aria. Al Bataclan i terroristi prendono alcuni ostaggi, e la situazione resta tesa e insanguinata fino alle 00:20, quando le forze speciali francesi fanno irruzione per sedare il terrore. Recatosi nel cuore della notte al teatro, Hollande ha espresso i suoi pensieri, con fierezza e commozione:

“Le forze di sicurezza e l’esercito sono mobilitate al massimo livello delle loro possibilità: la Francia sarà spietata, non avremo pietà contro i barbari. Quello che è successo ieri a Parigi e a Sant Demis vicino allo Stade de France è stato un atto di guerra commesso da un’armata jihadista contro i valori che noi difendiamo e che siamo: un Paese libero
La Francia è forte, può essere ferita ma si rialza.”

La politica internazionale teme e condanna gli attentati

Il presidente Obama si dichiara vicino alla Francia, pronto a tutto per fare giustizia e per sostenere il popolo francese. Dalla Russia, Putin interpreta questi atti come una minaccia alla civiltà umana, proponendo una severa e adeguata punizione. Dalla Germania poche parole: la Merkel esprime la sua commozione; mentre dall’Italia Renzi si unisce al pianto dei fratelli francesi, e teme per le fondamenta dell’idea e della vita europee.

Il terrorismo, lo suggerisce la parola, crea terrore: non è soltanto l’attentato in sé o il numero di morti, è anche lo strascico che segue l’avvenimento. È la ferita che resta: una società multiculturale e multietnica, quale è quella francese, rischia il collasso sociale proprio a causa di questo panico. Ci sono 5 milioni di musulmani e arabi in Francia, e la convivenza con i nativi non è sempre pacifica, spesso oggetto di diffidenza e sede di espressioni razziste. Il rischio principale è che si diffondano forme di squilibrio sociale fra questi due mondi, che qualcuno allarghi a tutto il mondo musulmano la colpa di alcuni estremisti, vanagloriosi di un Dio che non ha mai domandato loro di fare ciò che fanno.

Il terrorismo che non ha ancora vinto:

Nelle città francesi si entra nelle case più vicine, guardandosi attorno ad un tavolo con inquietudine, si controllano i siti internet e si guardano telegiornali online per informarsi a proposito degli attentati, tendendo l’orecchio all’esterno per captare qualsiasi strascico terroristico nella propria città. Il terrorismo vince laddove anche un giovane francese sostiene di volersi sottomettere ad ideali di segregazione, pur di sentirsi al sicuro, benché contro quello in cui ha sempre creduto. Il terrorismo vince laddove si comincia a dissotterrare dal baule della storia una colpa sempre anteriore alla nostra, giustificando ciò che è, per natura e diritto, ingiustificabile ed inammissibile. Il terrorismo vince, sostanzialmente, quando crea panico e paura.

Il terrorismo, ancora, non ha vinto nel momento in cui i parigini diffondono tramite social network l’hashtag #portesouvertes (porte aperte) per permettere a chiunque di trovare riparo in una casa durante gli attentati. La fiducia esiste ancora, macchiata dalla paura, una paura troppo facile ormai per un suono più forte, per un’occhiata sbieca di un passante, per una notizia falsa condivisa su un social network. Il pensiero di tutti va subito ai connazionali che vivono all’estero, perché un lutto rimbomba di più se è più vicino, e questo non possiamo negarlo. In ciò la speranza non muore ancora: nel volersi assicurare che chi conosciamo stia bene, nel dare asilo e conforto al prossimo, nell’esprimere un attimo di solidarietà verso un popolo fratello, controverso e variegato. Ciò che spaventa è l’ignota conseguenza e reazione a ciò che è accaduto.

L’Europa si sente Europa e il mondo veste il tricolore francese.

 

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