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Eroica Fenice

Barcone migranti naufragato sarà esposto a Bruxelles

Barcone migranti naufragato sarà esposto a Bruxelles

È arrivata nelle scorse ore, da Siracusa, la notizia che il barcone naufragato il 18 Aprile 2015 nel Canale di Sicilia, sarà trasportato ed esposto davanti ai palazzi dell’Europa, a Bruxelles. Il relitto, inabissatosi sul fondale ad una profondità di 370 metri, era stato recuperato dalla nave Ievoli Ivory lo scorso giugno. Avevano partecipato all’operazione, oltre alla nave San Giorgio della Marina Militare, anche i Vigili del Fuoco e il Corpo Militare della Croce Rossa Italiana. L’imbarcazione di fortuna, sulla quale avevano tentato l’ennesimo “viaggio della speranza” oltre 700 persone, era stata poi trasportata nella rada di Augusta e da qui al porto di Melilli, nel siracusano. Grazie all’installazione di una tensostruttura refrigerata e alla collaborazione serrata e continuativa di volontari ed esperti, tra cui la professoressa Cristina Cattaneo dell’Università di Milano con la sua squadra di ricercatori scientifici, proprio a Siracusa erano iniziate le manovre per il recupero delle salme. Ad oggi, dal ventre del peschereccio sono stati estratti ben 665 corpi, la maggior parte di uomini tra i 20 e i 30 anni d’età, ma anche di ragazzi adolescenti e la salma di un bambino di 7 anni.

A Bruxelles, il barcone per ricordare all’Europa l’impegno degli italiani a favore dei migranti

L’annuncio dell’esposizione a Bruxelles del barcone, simbolo di quella che è stata definita la più grande strage del Mediterraneo, è arrivato direttamente dal sottosegretario all’Interno Domenico Manzione il quale, durante la conferenza stampa di martedì scorso, ha sottolineato con forza l’importanza dell’accoglienza.

“Che sia un simbolo dell’impegno italiano a favore degli immigrati e un monito per l’Europa“, avrebbe affermato Manzione, mentre il prefetto Vittorio Piscitelli, presente alla conferenza, rendeva per la prima volta ufficiale il bilancio delle vittime del terribile naufragio. Resta impossibile stabilire quanti fossero realmente gli occupanti dello scafo, così come si è rivelato più difficile del previsto identificare tutte le salme, rimaste sott’acqua per oltre un anno. Quelle a cui si è riusciti a dare almeno un nome saranno al più presto ricomposte e restituite alle rispettive famiglie oppure seppellite in diversi cimiteri della Sicilia, la quale rimane più che meta ultima, il luogo dove ogni giorno approdano e vengono salvate migliaia di vite.

L’orrore del naufragio e il dovere dell’accoglienza

Momentaneamente ormeggiato al porto di Melilli, in attesa dell’ultima “traversata” a Bruxelles, il relitto staglia la sua sagoma scura contro un cielo insolitamente terso, per essere quello di un autunno ormai inoltrato. Così come il mare che a guardarlo, placido e senza onde a incresparne la superficie scintillante sotto i raggi del sole, sembra quasi incapace della forza poderosa e brutale con cui travolge le imbarcazioni dirette ogni giorno verso le coste greche, maltesi e italiane. Siriani e Afghani per la maggior parte, ma anche Eritrei, Somali e Nigeriani, più uomini che donne, scappano non solo dalle guerre, ma anche da quei Paesi in cui regimi totalitari e tirannie opprimono le popolazioni locali, costringendole a fuggire verso il Nord dell’Europa.

Nell’immaginario collettivo e nella sua percezione più intima, il naufragio ha perduto da tempo la sua connotazione fantastica e più tardi romantica, relegando se stesso alle pagine della lettura classica, poi moderna ed infine contemporanea: se si pensa all’Eneide, a Robison Crusoe o al più recente “Oceano Mare” di Alessandro Baricco, diventa addirittura impossibile scorporare la tragedia da un’immancabile, seppur mai banale, lieto fine.

Ma se si guarda al barcone di Melilli, conservatosi almeno apparentemente intatto con le sue assi di legno ancora colorato a comporre lo scafo, viene naturale chiedersi se ci sarà mai un lieto fine anche per questa grande tragedia in atto dal 2014, che ha trasformato progressivamente il Mediterraneo in un cimitero ed ha richiamato l’attenzione non sulla possibilità, ma sul dovere morale, etico e umano dell’accoglienza. Intanto, mentre in Europa si diffonde a larga macchia la retorica populista dei muri e si srotolano chilometri e chilometri di filo spinato lungo i confini dei Paesi membri, la Sicilia resta una delle ultime, coraggiose roccaforti in grado di insegnare, a chi si rintana dietro le proprie barriere fisiche e ideologiche, che è proprio l’accoglienza l’unica soluzione possibile alla questione migranti.

Sperando che il barcone della strage esposto a Bruxelles rimanga davvero un monito e non un semplice souvenir affidato alle ingiurie o, peggio, all’oblio del tempo.