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Torino: negata casa popolare a coppia omosessuale

 

Casa popolare negata a Chiara e Anna: una storia andata a lieto fine

Quando circa tre mesi fa allo sportello dell’Agenzia Territoriale per la Casa di Torino si sono presentate Anna e Chiara (i due nomi di fantasia che i media hanno più frequentemente utilizzato per le due donne), facendo istanza di assegnazione per una casa popolare “more uxorio”, il funzionario addetto aveva opposto il suo rifiuto.

All’epoca del fatto il Ddl 2081, meglio noto come Legge Cirinnà, ancora doveva essere approvato e il funzionario in questione aveva giustificato il diniego con l’effettiva mancanza di una legge a regolamentare la convivenza tra due persone dello stesso sesso.

E così una delle due donne, già assegnataria della casa popolare, disoccupata e con una figlia a carico, aveva dovuto rinunciare a portare con sé sotto il proprio tetto la compagna, diventata poi sua moglie.

Infatti, non appena approvato il disegno di legge sulle Unioni Civili, il cui nome completo è appunto “Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze”, le due donne non hanno esitato a ripresentare domanda per l’ottenimento della casa popolare all’ufficio competente. Tutto ciò nonostante l’istituto del “more uxorio” prevedesse già in precedenza la possibilità di convivenza, indipendentemente dal sesso, tra due persone solo ed esclusivamente in base ai requisiti di reddito.

Un diritto inderogabile, quello della casa popolare per la coppia, per giunta sancito dalla legge

Eppure, tornata all’Atc, alla coppia non è stata risparmiata l’umiliazione di ricevere un “no” dallo stesso funzionario che tre mesi prima aveva respinto, cestinandola, la loro pratica di assegnazione.

“Mi rifiuto”, avrebbe sindacato sdegnato l’omino in giacca e cravatta, investito di una sua presunta autorità morale per la quale si sarebbe sentito legittimato a non applicare la legge sulle Unioni Civile. “Mi avvalgo dell’obiezione di coscienza”, avrebbe poi dichiarato, aggiungendosi alle fila di quanti, ancor prima che il ddl fosse approvato, avevano già annunciato il proposito di diventare obiettori.

Nei giorni scorsi, difatti, più di duecento sindaci si erano appellati al diritto di non applicare la legge in quanto considerata “lesiva del proprio codice etico e morale”. Ma, se in un primo momento si era davvero pensato alla possibilità di un “siluramento di massa” della legge da parte degli obiettori, sulla questione era poi intervenuto Marco Gattuso, magistrato del Tribunale di Bologna e fondatore del sito di studi giuridici sulle questioni lgbt Articolo 29. In particolare, Gattuso aveva spiegato che nel testo della Legge Cirinnà non era contemplato alcun diritto all’obiezione di coscienza, in quanto, ad applicarla sarebbero stati chiamati solo ufficiali dello stato civile, quali appunto i sindaci. In sintesi, un loro eventuale rifiuto equivarrebbe a tutti gli effetti ad una vera e propria “omissione di atti d’ufficio”.

Per esempio, medici e farmacisti possono esprimersi in merito a interruzione di gravidanza e tecniche contraccettive e, seppure queste ultime regolamentate da una precisa disciplina giuridica, possono non applicarle dichiarandosi “obiettori di coscienza”. Discorso diverso per i funzionari pubblici.

Obiezione di coscienza per giustificare la mancata assegnazione della casa popolare? 

Discorso che ha dimostrato di conoscere perfettamente Marcello Mazzù, presidente dell’Atc, il quale non ha esitato a farsi longa manus del governo e a rimuovere dal suo incarico il funzionario “obiettore”.

Anche Mazzù ha tenuto a precisare che “non esiste nessuna obiezione di coscienza. L’Atc prevedeva già prima dell’approvazione della legge la possibilità di convivenza more uxorio per due persone dello stesso sesso”, concludendo poi “sarebbe stato uno smacco per l’istituto passare alle cronache come l’ente che rifiuta la convivenza di due donne”.

Mentre il funzionario rimosso continua a ribadire di essere stato vittima di un’ingiustizia, in quanto “l’obiezione di coscienza che in tale caso non mi viene riconosciuta la considero cosa grave”, fa sapere senza rivedere le proprie posizioni, Anna e Chiara hanno riportato una vittoria netta nella casa popolare finalmente assegnata loro e nella vicenda complessiva delle Unioni Civili.

Una vicenda che ribadisce che il ddl Cirinnà è un passo importante nella storia dei diritti di questo Paese e  non deve in nessun modo restare fra i testi di legge lasciati a impolverarsi nel disordine degli scaffali della burocrazia italiana.