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Eroica Fenice

Il caso Jerry Seinfeld e quel politically correct che distruggerà la comicità

Il caso Jerry Seinfeld e quel politically correct che distruggerà la comicità

Tempi duri per la comicità. L’Italia non fa in tempo a indignarsi per l’ultima vignetta provocatoria del Charlie Hebdo che in America già scoppia un nuovo caso per via di un gioco di parole del comico Jerry Seinfeld.

Seinfeld, famoso per essere stato il protagonista dell’omonima sitcom “sul nulla” simbolo degli anni ’90, il 26 gennaio di quest’anno ha pubblicato un tweet per promuovere la presenza del comico Lewis Black nel suo show Comedians in cars getting coffee che includeva anche la battuta: “Black’s life matters (“la vita di Black è importante”), un gioco di parole ricavato dal nome del movimento Black Lives Matter (“la vita dei neri è importante”).
Subito sono cominciati a spuntare commenti di protesta da parte di numerosi utenti di Twitter, che si sono detti indignati dalla scelta di Jerry Seinfeld di utilizzare il nome di quel movimento come oggetto di un gioco di parole.

Se però il caso italiano può in qualche modo essere giustificato dal fatto che qui da noi i comici non hanno mai raggiunto certi livelli di irriverenza tipici dei colleghi americani o francesi (salvo rarissime eccezioni) ed è dunque più probabile che la comicità corrosiva possa apparire “aliena” agli occhi del Paese che si lascia dare lezioni di satira da Fiorello, sorprende invece che oggi sia proprio l’America, patria della stand-up comedy, a demonizzare tramite i social network i linguaggi di quell’arte a cui ha dato i natali.
Insomma, quello stesso Paese che negli anni ’60 adorava la comicità scorretta e senza freni di Lenny Bruce oggi è in prima fila per mettere alla gogna un gioco di parole postato su Twitter.

Il politically correct secondo Jerry Seinfeld

In realtà è già da un po’ di anni che Jerry Seinfeld si trova costretto a difendersi dalle critiche indignate del web, che lui ha definito “politically correct nonsense”. La sua posizione è stata chiara fin da subito, quando in varie interviste ha dichiarato senza giri di parole che “il politically correct distruggerà la comicità.

Già nel 2015, durante un’intervista di Seth Meyers, raccontò di quando si trovò dinanzi a una platea perplessa dopo aver pronunciato una battuta in cui paragonava i movimenti di chi fa scorrere continuamente il proprio dito sullo smartphone a quelli di “un re francese gay”.

Dichiarò anche che si sarebbe tenuto alla larga dai college, affermando: “gli studenti dicono sempre frasi come ‘questa cosa è razzista’, ‘è sessista’, ‘è un pregiudizio’. Non sanno neanche di cosa parlano.”
Uno studente arrivò anche a scrivere sull’Huffington Post una lettera aperta a Jerry Seinfeld in cui gli spiegava i limiti della comicità. È indubbiamente paradossale assistere a una “lezione di comicità” di uno studente ventenne che tenta di spiegare a un comico con trent’anni di carriera alle spalle come dovrebbe svolgere il suo lavoro.

I colleghi di Jerry Seinfeld e il politically correct

Molti altri comici americani in tempi recenti hanno cominciato a denunciare una certa oppressione da parte del popolo della rete, che pare imporre sempre più limiti quando si tratta di temi come come la politica, la religione, l’identità di genere e la razza. Tutti temi che la satira e la comicità trattano da sempre.

Tra i tanti troviamo Chris Rock, il quale ha dichiarato che avrebbe smesso di esibirsi nei college per gli stessi motivi descritti da Seinfeld, e Bill Maher, che all’interno della sua trasmissione di infotainment Real Time with Bill Maher ha parlato in un monologo della recente invadenza del politically correct menzionando le disavventure dei suoi colleghi (sbeffeggiando anche la lettera dello studente a Jerry Seinfeld) e il caso della censura ad opera di Spike TV nei confronti di una battuta di Clint Eastwood su Caitlyn Jenner.

Quando è la rete a protestare

Per anni la comicità e la satira sono state oggetto di censure e repressioni da parte della politica, della Chiesa e (oggi più che mai) del terrorismo, eventi che scatenavano spesso le proteste da parte di chi non accettava la repressione della comicità. Oggi invece è il pubblico stesso a ribellarsi a essa.
L’idea di apparire pubblicamente come cavalieri temerari in difesa di tutto e tutti è arrivata a scavalcare la capacità di godersi l’irriverenza di una battuta e, forse, anche la volontà stessa di difendere quei valori considerati “offesi”.

Umberto Eco definì i social network come un’evoluzione delle chiacchiere da bar, ma quello che sta accadendo oggi con i comici è più simile alle scene dei vecchietti che commentano i cantieri, in cui spesso non solo è presente l’elemento della critica, ma anche quello della volontà di sostituirsi all’esperto, con la presunzione di saperne più di lui.

Quello che forse ci aveva visto più lungo di tutti è il comico George Carlin che, quando era ancora in vita qualche anno prima che i social network nascessero, disse: “il politically correct è una nuova forma di intolleranza ed è particolarmente pernicioso perché è mascherato da tolleranza. Si presenta come giustizia, ma allo stesso tempo tenta di limitare e controllare il linguaggio con regole rigide”.

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