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Colloquio: essere donna è un ostacolo?

Quanto può condizionare (in negativo) l’avere una famiglia durante un colloquio lavorativo? E se sei donna?

L’ha sperimentato sulla sua pelle la veneziana Paola Filippini, fotografa di 28 anni, che per arrotondare le sue entrate mensili ha voluto fare domanda d’assunzione in un’agenzia immobiliare che si occupa anche di affitti turistici. Un ruolo che aveva già svolto in precedenza, per cui ha fatto una gavetta e ha una certa esperienza, senza considerare che conosce anche ben tre lingue, utili nello svolgimento di un lavoro a contatto con affittuari stranieri. Per Paola pare proprio che la vita lavorativa venga condizionata non solo dal proprio stato civile, ma anche, da donna, dai propri progetti personali futuri.

Al termine del colloquio, infatti, la ragazza ha raccontato quanto le è accaduto sul proprio profilo Facebook, scatenando un acceso dibattito sui social e sul web. Ha voluto raccontarla e denunciarla, «perché le donne devono sapere che non si devono mai abbassare a queste offese, e gli uomini devono sapere che esistono tanti uomini di merda a questo mondo».

Il direttore dell’agenzia immobiliare, presentatosi con un ritardo di trenta minuti, non si è scusato, ha stretto freddamente la mano ed è passato senza molti convenevoli al colloquio, dandole subito del “tu” e arrivando immediatamente a una serie di domande che la fotografa non ha ritenuto pertinenti ai fini della conoscenza delle sue capacità lavorative. Domande quali «Sei sposata? Convivi? Hai figli?».

In fase di colloquio quindi la ragazza ha chiesto di poter non rispondere, in quanto, secondo lei, tali informazioni fanno unicamente parte della sua sfera privata. Il potenziale datore ha quindi deciso di stracciare il suo questionario informativo e di accompagnarla alla porta, mostrandosi disturbato alla richiesta di spiegazioni: «devo sapere se sei sposata e se hai figli, perché questo determina la tua disponibilità lavorativa». Certo è che la domanda sulla disponibilità, come ha evidenziato la stessa Filippini poco dopo, poteva essere posta in maniera più diretta e in un modo che non coinvolgesse la sua sfera privata e risultasse in questo modo equivocabile e sessista. Convinta di dover andare più in fondo alla questione – e di dover far valere i propri diritti in quanto persona e in quanto donna – la ragazza ha chiesto se lui avrebbe posto lo stesso quesito anche a un futuro dipendente uomo. «No, ai maschi non lo chiedo. Perché questo è un lavoro che ritengo debbano fare solo le donne», avrebbe risposto l’uomo e stavolta la frase sembra non poter essere soggetta ad alcun tipo di interpretazione particolare, risultando nella sua semplicità per ciò che è.

A questo punto, allora, cosa sarebbe più lecito chiedersi? Se la domanda iniziale rispetti l’art.8 dello Statuto dei lavoratori? Se esistano davvero lavori più appropriati agli uomini o alle donne? O, ancora, se una distinzione effettiva sia giustificata o se sia eticamente corretto porre una preferenza laddove non sussista la necessità di alcuna capacità biologica? Effettivamente un uomo sarebbe stato costretto ad affrontare, sul posto di un nuovo potenziale lavoro, un colloquio in cui sarebbero state tirate in ballo le sue condizioni famigliari a fronte di una «disponibilità lavorativa»?

Dopo questo racconto, uno dei tanti, qualunque sia il punto focale della situazione, qualunque sia la sua interpretazione, l’esperienza, la conoscenza delle lingue, la volontà e le capacità personali di un individuo, uomo o donna che sia, e che realmente sono necessarie al fine di un colloquio, dove sono finite? Perché passano in secondo piano?

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