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Eroica Fenice

Cori razzisti contro Napoli: (in)giustizia sportiva?

I cori razzisti contro Napoli sono ormai il sottofondo musicale di troppe competizioni calcistiche: i  più agguerriti tifosi di calcio, infatti, non si accontentano più di slogan ingiuriosi contro la squadra avversaria, ma attaccano l’intera città ‘rivale’ e lo fanno augurando a un’intera popolazione di morire bruciata viva. Tra i vari cori, basta citare il celebre “Vesuvio, lavali col fuoco” e l’immortale “Sarà un piacere quando il Vesuvio farà il suo dovere”, slogan che per il loro contenuto razzista e disumano risulta difficile associare agli anni duemila.
Non capisco cosa induca migliaia di persone ad augurare a squarciagola la morte a uomini, donne, bambini, cani, gatti e a chiunque altro abiti il suolo napoletano. Non lo capisco e francamente non sono interessata a capirlo, perché non intendo trovare una motivazione o, peggio, una giustificazione alla crudeltà di questi cori. Non intendo neanche augurare, a mia volta, una qualche disgrazia a coloro che si dilettano nell’urlare “Vesuvio, lavali col fuoco”, semplicemente perché non traggo soddisfazione alcuna nell’auspicare a chiunque altro la morte.
Ciò su cui invece voglio e, in un certo senso, devo soffermarmi è l’ingiustificabile leggerezza con cui chi di dovere registra queste manifestazioni di razzismo.

Il codice di giustizia sportiva regolamenta all’articolo 11 la “responsabilità per comportamenti discriminatori” – citando testualmente la rubrica del suddetto articolo – e, al comma 1, l’articolo in questione procede con “costituisce comportamento discriminatorio, sanzionabile quale illecito disciplinare, ogni condotta che, direttamente o indirettamente, comporti offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale o etnica, ovvero configuri propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori.”
Quindi, se la legge non è mera opinione, i cori razzisti contro Napoli e i napoletani, poiché costituiscono comportamento discriminatorio di origine territoriale, sono illegali e sanzionabili quale illecito disciplinare.
Appurato questo, cito nuovamente l’articolo 11, in questo caso il comma 3: “le società […] sono altresì responsabili per cori, grida e ogni altra manifestazione che siano, per dimensione e percezione reale del fenomeno, espressione di discriminazione”; il comma procede indicando come sanzione per la società l’ammenda, ossia una pena di natura economica, il cui importo varia in base al singolo episodio e alla serie d’appartenenza della squadra ‘incriminata’. A questo punto, il comma prevede casi in cui, nonostante l’ammenda, il comportamento discriminatorio persista – esattamente come nel caso degli episodi ai danni dei napoletani – e sanziona queste situazioni con pene che vanno dalla squalifica del settore al declassamento in categorie inferiori.

Le sanzioni sono diverse e sono indubbiamente incisive, ma non vengono applicate. Nonostante la città di Napoli sia oggetto di discriminazioni ogni settimana, la massima pena applicata è stata l’ammenda o la chiusura della stadio per una giornata; in altre parole, non si va mai oltre la ‘sanzione di base’. Le controversie sulle sanzioni applicabili e sul cosa sia da considerarsi ‘comportamento discriminatorio’ danno vita a un insieme privo di confini: i cavilli legali sono sicuramente tanti – qui mi sono limitata a citarne la ‘base’, cioè i precetti su cui andrebbe fondato ogni intervento – e altrettanto numerosi sono gli interessi economici in ballo, interessi che non possono permettere a un bacino d’utenza come quello del Milan o della Juventus o dell’Inter, per esempio, di ‘traslocare’ in una categoria inferiore. Ma questa è la storia infinita, è inutile anche discuterne.
Ciò che, al di là di tutto, risulta intollerabile è l’assistere alla nascita di quella che io chiamerei la gerarchia del razzismo: se una volta il razzismo era razzismo e basta, oggi un’ingiuria ai danni di un omosessuale o di un nativo africano è ‘più razzista’ di un’ingiuria ai danni di un ragazzo ‘colpevole’ solo di essere napoletano. Per i cori contro il colore della pelle, come è giusto che sia, si è mobilitata l’Italia intera, mentre per un anno di insulti razzisti contro la città di Napoli si fa fatica persino ad ammettere che si tratta di discriminazione. Qualcosa non va. Si può comunque affermare con certezza che nel civilizzato XXI secolo è ancora considerato diverso e inferiore l’inquilino del piano terra: dopotutto, noi abitiamo al primo piano, lui no!

– Cori razzisti contro Napoli: (in)giustizia sportiva –

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