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Curdi. La guerra che tace, ma fa rumore

I curdi e il dramma di essere “non-popolo”

Quando la nazione non riconosce la nazione isola, demolisce, delegittima, annienta. Ci sono popoli nella nazione, senza nazione. Non tutti sanno che 20 milioni di persone possono essere obbligate a “non essere”, possono essere private dei loro diritti. Il Kurdistan, “terra dei curdi”, si divide tra Turchia, Iran, Iraq, Siria, Armenia e Azerbaigian ma di fatto non esiste. Sembrerà strano ma, in un’epoca in cui la nostra stabilità e sicurezza sembra riflettersi nella rivendicazione dell’identità, il vero e proprio esilio che stanno subendo i curdi, privati di radici, della loro lingua, della loro cultura, sembra non interessare all’élite delle grandi nazioni del mondo. La parte più estesa del Kurdistan, come molti già sapranno, si trova in Turchia, paese che negli ultimi anni ha subito dei mutamenti importanti, dalla secolarizzazione all’industrializzazione che l’ha resa, in tutto e per tutto, “Paese moderno”, in grado di concorrere per stare tra le file delle prestigiose potenze europee. Quella turca è stata una corsa all’occidentalizzazione, tanto che i capi che in questi decenni hanno governato il paese, da Mustafa Kemal Ataturk a Erdogan, sembrano essersi dimenticati un dettaglio fondamentale: la Turchia non può ignorare la sua natura, la sua storia, i popoli che vivono all’interno del suo territorio. La Turchia convive con tutte quelle realtà che l’Europa finge di non vedere. Tra queste realtà, quella del popolo curdo è una delle tante contraddizioni che evidenziano gli squilibri tra nazioni, i giochi di potere, le supremazie e le strategie politiche che continuano a mettere in ginocchio il Medio Oriente.

Giochi di guerra. Ankara e il “terrorismo di Stato” contro i curdi

Negli ultimi giorni stiamo assistendo ad una degenerazione di violenza, che non è mai stata del tutto celata, ma che ora è esplosa in tutta la sua drammaticità davanti agli occhi del mondo intero. Il fulcro attuale di questa vera e propria guerra è Cizre, cittadina del Kurdistan turco al confine con la Siria e l’Iraq. I primi giorni di settembre la città ha dichiarato l’autogoverno per mano dell’Hdp, partito di sinistra filo-curdo che, durante le ultime elezioni turche, con il suo programma di autonomia democratica, ha preso il 98% dei voti nella città. A quanto pare Ankara non ha gradito la notizia. In soli otto giorni Cizre, città di 130 mila abitanti, è stata distrutta e 21 civili sono stati uccisi. Tutti parlano di una nuova Kobane, peccato che i carnefici stavolta non siano gli jihadisti. Per 8 giorni gli abitanti di Cizre hanno subito inermi il coprifuoco imposto da Ankara: i civili raccontano di essere stati rinchiusi in 20 in una stanza mentre, ad ogni movimento appena accennato, i cecchini sparavano a vista. Dopo aver staccato luce, acqua e gas, i militari hanno fatto irruzione in città con mezzi blindati e hanno sparato all’impazzata sulla folla. La città è rimasta totalmente sotto assedio, isolata, qualsiasi comunicazione è stata interrotta. 20.000 abitanti hanno lasciato le proprie case, ormai distrutte e rase al suolo. Ciò che resta, come al solito, sono le ferite, la rabbia e la disperazione tra le macerie.

Alla luce di tutto questo, come se non bastasse, il PKK, partito dei lavoratori curdi, è dichiarato fuorilegge in Turchia perché accusato di terrorismo. Ma cosa succede quando ad essere fuorilegge e terrorista è un’intera nazione? E quando tutto avviene con la complicità passiva del mondo, come si fa ad ignorare tutto quel “rumore”? Intanto i primi due ministri curdi nella storia ad entrare nell’esecutivo di Ankara, Ali Haydar Konca (Affari Europei) e Muslum Dogan (Sviluppo) dell’Hdp, si sono dimessi perché resi incapaci di portare avanti qualsiasi idea o programma, obbligati a stare a guardare mentre Cizre veniva rasa al suolo. Sono trascorsi appena due mesi dalle elezioni del 7 giugno, che hanno visto l’inclusione dell’Hdp nel governo, messo con le spalle al muro dal referendum che ha richiesto a gran voce la rappresentanza dei curdi in parlamento. Ma si è trattato di una finzione subdola, un pericoloso “intoppo” in seguito al quale, evidentemente, i vertici hanno dovuto prendere provvedimenti in vista di un rischioso indebolimento del potere di Erdogan.

Se la storia non è un’opinione, già a partire dall’aggressione alla sede del partito filo-curdo ad Ankara e la distruzione di oltre 400 sedi in soli due giorni in questo mese, tutti avrebbero dovuto capire che il terrorismo in questo caso è legittimato e, ancora peggio, istituzionalizzato. Il conflitto va inasprendosi di giorno in giorno, ma la questione non è solo politica, la guerra ormai si vede, si sente. Non c’è più nulla di silenzioso in queste terre, se non l’inutile grido taciuto di chi ancora cerca di lottare per diritti elementari che, a noi, sembrano ormai così banali e scontati.