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Eroica Fenice

Pietro Parisi

Da Parigi a Napoli: lo chef Parisi dice “no” al pizzo

“Era ora”.

Può sembrare un’esclamazione di sollievo, e invece è il nome che Pietro Parisi ha deciso di dare al suo ristorante.

Un sorriso entusiasta, 19 stelle Michelin e una carriera brillante alle spalle. Parisi, chef, 35 anni, non ha mai pensato seriamente di lasciare la sua terra.

Avevo tutto ciò che si potesse desiderare dalla vita. Ma ad un certo punto ho sentito forte il richiamo delle mie radici, ha dichiarato il giovane cuoco qualche giorno fa ai microfoni del TGR Campania, con la voce tremolante di chi cerca invano di nascondere l’emozione.

E infatti, proprio a Palma Campania, nell’hinterland napoletano, l’insegna “Era Ora” attira ogni giorno decine e decine di clienti. Ce n’è per tutti i gusti e per tutti i portafogli: dal “superchef” può mangiare proprio chiunque, indipendentemente dal budget; e il menù è stato realizzato in modo tale da poter scegliere cosa ordinare in base alle fotografie e alla provenienza dei prodotti, nella migliore tradizione della genuinità della cucina locale. Ogni piatto ha, insomma, la sua storia. Una storia che racconta l’amore indomito di un uomo per il proprio lavoro e per la propria terra.

Dalla cucina di Ducasse a “Chef contadino”

 Aveva solo 12 anni, Pietro, quando capì quale fosse realmente la sua vocazione. Lasciato il suo paese d’origine, San Giuseppe Vesuviano, iniziò a lavorare in un ristorante svizzero ad appena 14 anni: da allora, la strada che di lì a poco l’avrebbe condotto alla notorietà è stata un continuo susseguirsi di trionfi. Oltre alla passione per la cucina e al suo talento innato, a rendere completa la ricetta del successo sono stati due “ingredienti” fondamentali:  la collaborazione con Gualtiero Marchesi (fondatore de “la nuova cucina italiana” e, secondo alcuni, lo chef nostrano più noto al mondo) e l’incontro decisivo col guru della cucina internazionale Alain Ducasse, a Parigi.

“Ducasse mi diceva sempre che per cucinare bene bisogna rispondere a tre domande: che cosa ho, che cosa so e che cosa faccio”. Queste parole, Pietro Parisi non le ha mai dimenticate; e, probabilmente, a loro spetta il merito di aver ricordato al giovane cuoco le proprie origini contadine e di aver rievocato nella sua memoria i lunghi pomeriggi trascorsi nella cucina con sua nonna.

“La vedevo intenta ai fornelli, a preparare piatti che avrebbero resuscitato i morti”, aveva detto qualche tempo fa Parisi all’Huffington Post. E con quello stesso entusiasmo che lo contraddistingue da sempre, è passato dal cucinare per personaggi del calibro di Nicolas Sarkozy e Sergio Mattarella al riappropriarsi del soprannome “Cuoco Contadino”, dopo essere passato per il ristorante del Burj Al-Arab, hotel degli Emirati Arabi tra i più lussuosi al mondo. Perché, Pietro ne è certo, il segreto di una buona cucina è riscoprire il legame indissolubile dell’uomo con la campagna e la natura.

“Al centro del mio lavoro c’è spesso il riuso di tutto ciò che in cucina viene chiamato scarto. […].Così si insegna una cultura profonda, fatta di rispetto verso la natura e i suoi frutti”. Infatti la scritta che campeggia sulla homepage del suo sito ufficiale, www.pietroparisi.it.

 Gomorra, modello sbagliato”, lo chef Parisi tra terra dei fuochi e la lotta al racket

 Pietro Parisi ha fatto presto a scrollarsi di dosso le critiche di chi ha condannato la sua scelta di tornare in Campania, terra vessata da un biocidio ancora in atto e dalle pretese pressanti del racket camorristico.

“Questa non è solo la terra dei fuochi, ma è una terra di lavoro e di generosità”, ricorda il giovane chef a chi gli chiede se è spaventato dai continui tentativi di estorsione.

Quando qualche sera fa un ragazzo ha varcato la porta del suo ristorante, presentandosi come “il figlio del boss” appena uscito di galera per  riscuotere il famigerato “pizzo”, Pietro non ha esitato a cacciarlo via e ad avvertire le autorità.

“Io non lo so se era un camorrista, ma sinceramente non credo. Era uno dei tanti che dalle mie parti hanno la camorra come modello e come aspirazione. Perciò ritengo Gomorra un esempio negativo. Perché fa credere a ragazzi come questo che si possa fare soldi senza lavorare, senza fatica. E se gli avessi dato dei soldi avrei alimentato quest’idea”, ha spiegato senza mezzi termini il coraggioso cuoco, che invece le idee ce le ha molto chiare.

Sono in tanti quelli che arrivano ogni sera alle porte del suo locale, pretendendo soldi; e il fatto che spesso si tratti di poche centinaia di euro, per Parisi non cambia niente.“È una questione di principio, è l’idea che uno debba venire da te e costringerti a dargli dei soldi solo perché fa la faccia cattiva”.

E se Pietro ogni giorno alza le saracinesche del suo ristorante, è proprio perché sono altri i principi sui quali si basa il suo lavoro.

In primis, la volontà di rivalutare e di restituire dignità alla sua terra, proponendosi come esempio di impegno e di coraggio per chiunque voglia seguire le sue orme. E sono in tanti a seguirlo e a supportarlo, a partire dalle oltre 50 persone che lavorano con lui, dai contadini diventati suoi fornitori diretti, dalle detenute e dai detenuti di Pozzuoli e di Secondigliano che producono caffè e coltivano l’orto appositamente per lui.

Perché Napoli non è una puntata di Gomorra.

Ed è proprio il caso di dirlo: “Era Ora” che qualcuno lo ricordasse.

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