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Eroica Fenice

Delirio della creatività: Il pozzo e il pendolo

A Napoli c’è il delirio (sociale).
Al centro di Napoli c’è una piazza. Al centro della piazza c’è l’obelisco di San Domenico. Intorno all’obelisco ci sono molti palazzi signorili. Nel palazzo al civico 3, c’è un teatro: Il pozzo e il pendolo. Nel teatro c’è un cappello.
Intorno al cappello c’è il delirio (creativo) de il pozzo e il pendolo

In quel piccolo luogo marchiato Racconti del terrore, AlterAzioni ha deciso di mostrare l’altro aspetto del delirio, quello che stravolge ma coinvolge, attira lo sguardo, non lo distoglie. Il delirio che diventa arte. Il delirio che è arte. Il progetto AlterAzioni ha preso vita nel novembre 2015, dalla sinergia di Achille Pignatelli, Andrea Pascale e Lisa Davide, e sta pian piano crescendo, immortalato in ogni suo passo da Giulia Battinelli. Nutrendosi del delirio di artisti di ogni sorta, ma soprattutto, di ogni sorte, continuerà fino a maggio 2016 a rendere meno uggiosi i nostri lunedì.
Ogni evento, concerto o spettacolo de Il pozzo e il pendolo, è preceduto da una mostra in itinere, in cui lo scambio tra i ruoli e lo scambio dei ruoli è una costante: lo spettatore comunica con l’artista, l’artista comunica con lo spettatore, ognuno conosce l’altro e s’inventa altro da sé.
Entro nella galleria di quello che un tempo era solo un magazzino, e benché mi senta risucchiata nella trama di un romanzo giallo, tra volti inquietanti di marionette e luce soffusa, mi avvolge una dolce aria di pace e leggerezza. Mi avvicino al cappello e vedo i colori, spenti, nei barattoli: fermi come alla fermata di un tram, in attesa di prendere forma e vita.

Pochi minuti, e il tram arriva: Teodosio Santagata, Mattia Barbante, Domenico Ottone, Rosamarzia Cesaro, meglio conosciuti come Teo Papocchio, il Matto, Dodò e Rosi. Se la parola d’ordine è Alter, se sullo sfondo c’è il sipario di un teatro, non posso che mettere da parte le solite domande e chiedergli di farsi altro, di parlarmi dell’altro. E mentre si raccontano, si dipingono. Ne esce fuori un quadro in continua evoluzione, sempre diverso, come diversi sono loro e le loro forme artistiche.
Teo ne pennella lo sfondo e le linee guida: un turbinio di colori, un vortice di curve e punti in cui sprofondi, inevitabilmente, e quando esci, se esci, non sei più lo stesso. Nomen omen: il nome è un presagio. Papocchio, da semplice nome d’arte che era, sta diventando un progetto, uno stile, o meglio, uno stile di vita.
Il Matto, per definizione, porta pazzia, magari a ritmo di percussioni. Ma lo fa rimanendo coi piedi per terra, apportando quello schizzo di realismo e verismo che solo i cieli e i paesaggi sanno dare. Eredita lo stile paterno da bottega, di quelli che sono artisti “a mestiere” e non solo per mestiere.
Dodò lascia tracce sporadiche, ma buone ed essenziali. Quando esce vittorioso dalla sua lotta contro l’appocundria, che pure gli è fondamentale per ritrovare la giusta motivazione, con la sua praticità porta al quadro il tassello mancante, lo completa minuziosamente.
Rosi è la sfumatura che addolcisce, che stempera la smania di produrre e smussa gli spigoli del duro meccanismo della vendita. Ricorda che condividere è già mandare un messaggio e renderlo eterno, e continua a farlo senza troppe aspettative.
Ma progettare e guardar lontano può anche essere stimolante, perciò presto apriranno insieme una sede espositiva a Potenza. Per ora, riempiono Napoli di colori. Con loro, le tele non temono l’incompatibilità e l’alterità. Sono pronte ad accogliere, tutte insieme, mani di braccia e di teste differenti. Quando l’armonica smette di suonare e i pennelli di danzare, quando non distingui più i tratti dell’uno e dell’altro, allora è il delirio: il delirio della creatività.

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