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Eroica Fenice

Disabili: barriere architettoniche…e mentali

Un ascensore che non funziona, un gradino in più, un’auto parcheggiata in modo selvaggio. Tutte cose che noi dotati di due gambe ben funzionanti non notiamo nemmeno perché abbiamo pur sempre un’alternativa: possiamo infatti prendere le scale invece dell’ascensore, salire un gradino in più, fare il giro intorno alla macchina parcheggiata sul marciapiede. Tutte “piccolezze” che per un disabile in carrozzina rappresentano degli ostacoli  insormontabili. Si chiamano barriere architettoniche e i disabili italiani ci combattono tutti i giorni.

Provate a immaginare di rimanere bloccati in casa perché l’ascensore è guasta, ma soprattutto provate a pensare di dover fare una visita medica in una ASL e non poter salire al terzo piano perché l’ascensore è guasto da mesi e nessuno si interessa di ripararla. Pensate di non poter parcheggiare nel posto sotto casa che vi spetta perché un incivile senza porsi nessuno scrupolo ha ben pensato di occuparvi il posto. Per qualunque persona civile queste situazioni generano sdegno, ma la reazione di un disabile di fronte a ciò è ben più grave, ci si sente disarmati e ancora più inferociti contro la propria condizione  e contro il mondo che sembra non fare altro che remarti contro quanto la corrente scorre già nella direzione opposta.

Da qualche anno è in voga chiamare i disabili “diversamente abili” come se fosse un tabù  ammettere  che alcune persone abbiano dei problemi, come se ci si dovesse vergognare di non riuscire, per  la propria “diversità”,  a vivere una vita “normale” come tutti gli altri. Certamente è vero che i disabili, non potendo utilizzare un arto molto spesso sviluppano molto più facilmente e profondamente altre qualità di tipo artistico, sportivo, musicale.. Ma chiamare i disabili non con il loro nome, preferendo invece enfatizzare una “diversa abilità” appare davvero un’ipocrisia. Per un disabile, specialmente per qualcuno che non è nato con una malattia, ma la cui condizione si è aggravata col tempo, ciò che risulta più complesso è l’accettazione della propria disabilità, l’impossibilità di compiere gesti quotidiani che sarebbero normali per tutti. E dunque  il fatto di insistere su questa diversità “di abilità” invece che avvicinarci non fa altro che accrescere la distanza tra noi e i disabili. La visione del diverso è quella che porta a sorridere per pietà o a guardare in maniera incuriosita una persona in carrozzella o con qualunque altro tipo di problema… e davvero non esiste nulla che possa ferire un disabile più di questo. Perché non solo sono loro a dover convivere e dover accettare i propri problemi con tutte le proprie forze, ma questi sguardi, questo precisare una diversità che in realtà non esiste rappresenta una barriera molto più profonda e terribile delle barriere fisiche.

Ed allora bisognerebbe combattere non solo le barriere architettoniche che rendono ai disabili la vita ancora più complessa di quella che è, ma soprattutto le barriere mentali.  Bisognerebbe quindi agire contro l’insensibilità di chi non si interessa, nonostante reclami, di riparare un ascensore, di chi parcheggia in un posto non suo, ma soprattutto sarebbe importante agire contro la grettezza mentale di coloro che guardano i disabili come qualcosa di strano, con un misto di pietà e finta gentilezza.

Perché ciascun disabile ha il diritto di essere considerato nient’altro che una persona ed ha il diritto, come tutti, di vivere pienamente e felicemente la sua vita.