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Eroica Fenice

Il disagio dei tempi moderni: Figli di Medea

Dopo l’anteprima di Palazzo Degas, “Figli di Medea”, il cortometraggio scritto e diretto da Mauro Di Rosa, approda al Teatro Sant’Artema di Monteruscello, vicino Pozzuoli, luogo di centrale importanza per quello che è stato definito la risposta ai cinepanettoni natalizi. Il quartiere della provincia di Napoli, infatti, non è stato scelto a caso: al di là del suo essere il palcoscenico dell’intero progetto, è un luogo di singolare importanza sociale, essendo uno dei quartieri più difficili e nel quale si concentrano molti disagi, tristemente comuni in una metropoli come Napoli. Piccola criminalità, paura, mancanza di lavoro. Ma non solo: anche, e soprattutto, persone perbene, la cui caparbietà le contraddistingue, ora come sempre, nella profonda volontà di restare nel territorio in cui hanno sempre vissuto. Questi alcuni dei temi affrontati all’interno del cortometraggio “Figli di Medea” di Di Rosa, prodotto dall’associazione culturale En Art, con la partecipazione di Gianfranco Terrin, Antonio Vitale, Pasquale Ioffredo, Antonella Cioli, Enzo Perna, Melania Pellino, Carlo Geltrude, Mauro Di Rosa, Marialuisa Coletta e Federica Di Rosa.

Figli di Medea: specchio del disagio dei tempi moderni?

Questa la domanda di uno degli spettatori al regista subito dopo la proiezione. Ed il concetto chiave dell’intero progetto è quel sentimento di speranza che non è mai venuto a mancare nelle persone del quartiere, così come, più in generale, nell’animo delle persone di Napoli.

Il corto si divide in tre storie accomunate da un unico destino: la difficoltà di vivere un luogo macchiato da qualcosa di grande che non si riesce ancora a definire, ma che sicuramente appartiene ad un male che cerca, lentamente, di coinvolgere tutti. Così vengono plasmati i volti dei tre protagonisti: un giovane e ambizioso giornalista, Michele, plagiato da un padre che insiste affinché cambi paese; un garzone di salumeria, Lello, simbolo della rivalsa della cultura; e infine un padre costretto a lavorare di notte in una campagna che copre, a sua insaputa, enormi quantità di rifiuti tossici. I tre personaggi sono, evidentemente, persone semplici che cercano di affrontare, con dignità, la quotidianità di un quartiere difficile. Poi, inevitabilmente, costretti a scappare. Oppure no? Citando le parole di Mauro Di Rosa: “Ho cercato maggiormente di raccontare le persone, al di là di un luogo. Spesso, quando si parla di quartieri popolari, vengono in mente i palazzi, le strade, i problemi, e si dimentica che magari in quei palazzi esistono delle persone normalissime che vivono la loro vita o cercano di farlo. Però spesso questo viene deviato dal contesto in cui vivono. Ecco cos’ho cercato di raccontare attraverso queste tre storie, che sarebbero potute essere altre tre: il garzone della salumeria sarebbe potuto essere un meccanico, ad esempio.” 

“Figli di Medea” è una valida risposta agli ormai stantii cinepanettoni, con la speranza di vedere altri lavori come questo.