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Donne musulmane e l’importanza di una bicicletta

Tra i vari divieti imposti alle donne musulmane ci sono quelli sul diritto di voto e sulla guida, intesa anche di un mezzo di trasporto comunissimo agli occhi degli occidentali quale la bicicletta: la donna è un bene prezioso e come tale va preservato e nascosto. Ma ciò che comporta l’essere trattati con tanta apparente devozione è una quasi totale impossibilità di emancipazione. Si potrebbe anche togliere il quasi, se non fosse per rarissime eccezioni. Anche in Italia, in Occidente, la maggior parte dei musulmani presenti sul territorio dimostrano di tenere saldamente ai principi della loro fede islamica, persino quando si tratta di donne occidentali. Un servizio mostrato sulla rete nazionale raccoglie una serie di interviste in merito: il Presidente del Centro Islamico di Milano, Ali Abu Shwaima, dichiara che le donne sono come i diamanti, non esposti perché di altissimo valore; e che dovrebbero girare in Cadillac e Mercedes, anziché in bicicletta. La motivazione è il decoro, che però ha costretto moltissime donne musulmane della penisola a non poter imparare a pedalare. Nel capoluogo lombardo è nata, a tal proposito, un’iniziativa dell’Istituto Comprensivo Scolastico “Luigi Cadorna, “Mamme in bici”, che permette alle donne di qualsiasi età e provenienza  di colmare tale mancanza, qualora fossero interessate.

Un atto di emancipazione delle donne musulmane contro i pregiudizi

Gli ostacoli sono tantissimi, soprattutto per coloro che hanno preso questa scelta coraggiosa, al punto che alcune donne, intervistate dai curatori del progetto “Mamme in bici“, hanno voluto il proprio volto oscurato. Gli uomini, molti di loro, si dichiarano allibiti nel vedere donne inforcare biciclette e pedalare per le strade. In alcuni paesi orientali, come l’Arabia Saudita, prima di aver strappato il diritto di voto e candidatura, le donne musulmane sono riuscite a compiere un passo in avanti, già nell’aprile del 2013, nonostante durissime restrizioni come: il dover essere accompagnate da un parente maschio, indossare la tradizionale veste nera (abaya) e non poter utilizzare il mezzo a due ruote a fini utilitaristici, ma solo per svago, e solo in alcune zone quali parchi pubblici e spazi ricreativi.

Il tutto nasce da una pellicola cinematografica, “La bicicletta verde” della regista Haaifa al-Mansour, che mette in luce la problematica, spingendo gli organi di governo a un ammorbidimento nella legislazione. In Afghanistan, invece, da ottobre del 2015 -non c’è nulla di ufficiale-, un gruppo di donne ha deciso di pedalare ogni giorno per la propria libertà di movimento e di espressione: le donne che in Afghanistan decidono di andare in bicicletta non sono solo donne che pedalano su due ruote, ma «donne che vogliono cambiare le cose e lottano per quello che vogliono». Queste parole valgono per tutte coloro che abbracciano la fede islamica e la loro storia va omaggiata e raccontata, perché sia una testimonianza di speranza e di coraggio.

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