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Eroica Fenice

fuga dal Bel Paese

Emigrazione: tutti in fuga dal Bel Paese

Chiunque, come me, sia nato e cresciuto nel Sud Italia, avrà dovuto replicare, almeno una volta nella vita (o, magari, almeno una volta a settimana), al consueto quesito “ma perché non te ne vai?”, quesito che, in tempi recenti, ha persino subìto un’alterazione, tramutandosi in un definitivo “e dove te ne vai?”, a sottolineare che, a restar qui, non c’è trippa per gatti, e che una fuga dal Bel Paese è imprescindibile. Mentre la domanda fatale è sempre la stessa (con la riserva di lievi variazioni nella formulazione), le risposte variano: si spazia dal “ci devo ancora pensare” di chi ha posto più attenzione al proprio presente che non al futuro, al “e che ne so? Io non ho appoggi” di chi non annovera emigranti tra i più intimi conoscenti, al “eh, me ne vado a …” di chi si è lasciato allettare dalle descrizioni di un paradiso in terra fornitegli da amici, parenti o che altro… e, ovviamente, potrei dilungarmi ancora!

Il fenomeno dell’emigrazione europea non è nulla di nuovo: è dalla fine del XVIII secolo che enormi risorse umane hanno cominciato a vagare alla ricerca di qualcuno che sapesse apprezzarne il contributo in termini di forza lavoro. Si cominciò dagli irlandesi in fuga verso gli Stati Uniti, seguiti a ruota dai tedeschi, e, successivamente, da spagnoli e italiani che andarono a costituire l’odierna America Latina. È passato tempo da allora e il panorama economico mondiale è cambiato, qualche paese ha saputo raddrizzarsi, qualche altro no, l’Italia men che mai: gli italiani continuano ad emigrare e il fenomeno attraversa, attualmente, un periodo di aspra esacerbazione.

Il nostro paese è al top per quanto concerne il fenomeno dei famigerati “cervelli in fuga”: perlopiù ricercatori e accademici (ma anche studenti, e, disgraziatamente, imprenditori), alla ricerca di quel riconoscimento che in patria non hanno (e, probabilmente, mai avranno), oppure, semplicemente, all’inseguimento di stipendi più cospicui e migliori opportunità lavorative.

Le motivazioni che spingono all’emigrazione sono tutt’altro che oscure: 6,3 milioni di disoccupati (secondo le più recenti stime) raffigurano in maniera impietosa un paese al declino! Nel corso del primo decennio di questo nuovo millennio il numero di giovani che han fatto le valigie, han detto addio e non si sono più voltati indietro è aumentato del 36% (circa 100 mila individui). Eppure, in Italia, si continuano a vedere corsie di ospedale affollatissime, che lascerebbero presupporre carenza di personale medico e infermieristico; in troppe città i trasporti pubblici hanno assunto l’aspetto di fantastiche chimere, suggerendo un’ulteriore carenza di personale; e potrei citare altri esempi. Possibile che una nazione che da sempre si è contraddistinta per l’estro, il genio, l’arte dei suoi abitanti, non trovi alternative a – che so – fabbricare auto che nessuno compra? L’Italia annovera carenze di portata apocalittica in svariati settori del vivere quotidiano, e i termini di un riassorbimento del tessuto sociale ci sarebbero. È risaputo che siamo in tempo di crisi, e io sono, certamente, quanto di più lontano da un genio dell’economia, ma credo che investire per creare occupazione sia, in ultima analisi, redditizio: aumenterebbero gli introiti fiscali, molti piccoli commercianti non sarebbero costretti a chiudere, la circolazione del denaro riprenderebbe… ma, ripeto, probabilmente c’è qualcosa che mi sfugge e se chi di dovere si dedica piuttosto a ripianare un debito (con costi altissimi in termini, innanzitutto, di dignità umana)… beh, avrà le sue buone ragioni!

Chiaramente non manca chi qui ci vuole restare, nella convinzione che il proprio paese meriti una seconda chance: ma chi fa da interlocutore a questi intrepidi? Non ci si può più aspettare che l’oro coli dall’alto (non accadrà più), e lì dove non arriva l’intervento divino si dovrà ovviare con l’intervento umano. Penso, per esempio, alla costituzione di cooperative, o all’istituzione di banche del tempo, che potrebbero rappresentare un primo passo nel venire incontro al bisogno impellente di molti. Chi non trova lavoro si deprime, si affligge, fino a ritenere di non valer nulla, di non aver nulla da offrire: niente di più sbagliato! A volte è sufficiente dar fiducia perché le scintille dell’entusiasmo si riattizzino… ma è d’obbligo sudarsi la propria collocazione, perché magari non è vero che il sazio non creda al digiuno… ma, quanto meno, non sempre dimostra di curarsene.

 – Tutti in fuga dal Bel Paese –

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