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Eroica Fenice

Erdoğan e gli attentati che colpiscono la Turchia (II parte)

Le elezioni politiche del giugno 2015 e tutto ciò che è accaduto nei mesi successivi, sono la seconda vicenda che mostra come le politiche del presidente Erdoğan abbiano destabilizzato la Turchia, in questo caso inasprendo le tensioni con la minoranza curda.

In quella tornata elettorale il partito di sinistra filo curdo HDP, prese un numero consistente di voti, riuscendo ad entrare nel parlamento, mentre l’AKP, il partito di Erdoğan, uscì si vincitore, ma senza il numero di seggi necessari per formare un governo di coalizione. Questa situazione ha costretto Erdoğan a indire elezioni anticipate, che si sarebbero dovute tenere nel mese di novembre. Tra giugno e novembre la tensione del sud-est del paese è cresciuta esponenzialmente.

AKP come unico garante dell’ordine e della sicurezza

Oltre alla campagna mediatica volta a demonizzare l’HDP, due attentati hanno mandato in frantumi la fragile tregua tra il governo turco e i militanti curdi antigovernativi. Il primo ha colpito a fine luglio la cittadina di Suruç, dove una giovane kamikaze si è fatta saltare in aria all’interno di un centro che organizzava la raccolta di aiuti per la città di Kobane assediata dall’ISIS, provocando una trentina di morti e centinaia di feriti tra giovani attivisti socialisti turchi e curdi. Il secondo è avvenuto ad ottobre durante una marcia per la pace organizzata ad Ankara dall’HDP e da vari altri gruppi di opposizione di sinistra. Davanti alla stazione, mentre iniziavano a radunarsi i manifestanti, due esplosioni hanno provocato la morte di oltre cento persone.

Gli attentati sono stati attribuiti all’ISIS, ma i giovani attivisti e in particolare i militanti del PKK hanno accusato il governo dell’AKP e i servizi segreti, se non di essere responsabili dei due attacchi, quantomeno di aver permesso ai militanti dello stato islamico di organizzarsi indisturbatamente per portarli a termine.

In Turchia la fine della tregua tra esercito e guerriglieri curdi

Non è ben chiaro chi per primo abbia rotto la tregua tra il governo turco e il PKK, ma da allora, l’esercito ha iniziato una dura campagna militare nel sud-est del paese con l’obiettivo dichiarato di schiacciare la resistenza curda, causando la distruzione di diverse città del Kurdistan turco e la morte di migliaia di persone tra civili e presunti guerriglieri. A quel punto, il partito di Erdoğan, potendo godere di di un controllo pressoché totale dei mezzi di informazione, si è presentato come l’unica forza in grado di garantire sicurezza e stabilità al paese, attirando su di se i voti dei nazionalisti e ottenendo, rispetto alle elezioni di giugno, quasi 10 punti percentuali in più di preferenze.

Da allora la campagna militare nel sud-est del paese non si è più fermata, provocando la dura reazione dei gruppi più radicali della guerriglia curda. Tra loro i TAK (Falchi per la libertà del Kurdistan), gruppo che si è distaccato dal PKK ritenendo le strategie di quest’ultimo troppo morbide. I TAK negli ultimi mesi hanno rivendicato l’esplosione di tre autobombe tra Ankara e Istanbul. Gli attentati, essendo avvenute in zone molto frequentate della città, hanno causato numerose vittime anche tra i civili, per quanto gli obiettivi delle esplosioni fossero chiaramente postazioni militari o di polizia.

Repressione mascherata da guerra al terrorismo

Numerosi capi di stato, in seguito all’attentato all’aeroporto di Istanbul, si sono limitati a dichiarare un incondizionato sostegno al governo turco nella lotta al terrorismo, senza considerare minimamente che sono proprio le scelte fatte in nome della lotta al terrorismo che hanno fatto precipitare il paese nel caos e in un regime dittatoriale.

È in nome della lotta al terrorismo che sono stati arrestati Can Dündar ed Erdem Gul, è in nome della lotta al terrorismo che sono stati portati in tribunale numerosi accademici che hanno firmato appelli per la pace, è in nome della lotta al terrorismo che numerose cittadine del nord-est sono state devastate dall’esercito causando la morte di migliaia di civili, è in nome della lotta al terrorismo che quotidianamente vengono chiusi giornali, arrestati giornalisti e politici di opposizione, è in nome della lotta al terrorismo che recentemente è stata approvata una legge secondo la quale i militari non possono essere processati per eventuali crimini commessi durante il loro servizio, senza l’assenso del presidente della repubblica, e la lista potrebbe continuare ancora a lungo.

Sostenere incondizionatamente il governo turco in questa strategia significa soltanto perpetuare questo stato di cose e far si che la tensione, anziché calare, continui a crescere, con conseguenze disastrose e imprevedibili.

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