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Erdoğan e gli attentati in Turchia (I parte)

Sono passati pochi giorni dall’attentato che ha colpito l’aeroporto internazionale Ataturk di Istanbul, ma la notizia è già caduta nel dimenticatoio di buona parte dei media nostrani, spodestata da altri tristi episodi di cronaca e dai risultati degli Europei di Calcio. La maggior parte delle notizie lette quando l’argomento era ancora caldo si sono spesso limitate al mero richiamo dei fatti di cronaca, senza che questi fossero accompagnati da una analisi, anche breve, che riuscisse a spiegare la spirale di violenza che sta investendo la Turchia, colpita, dall’inizio dell’anno, da almeno 8 attentati che hanno causato centinaia di vittime, in particolare nelle città di Ankara e Istanbul.

Due vicende, sviluppatesi nel corso degli ultimi due anni, sono molto significative rispetto agli eventi che stanno scuotendo la Turchia e possono mostrare come, le politiche portate avanti dal presidente Erdoğan, abbiano completamente destabilizzato il paese, con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti e che cominciano a causare parecchi malumori anche in patria, nonostante la durissima censura che colpisce i media locali.

Attentati in Turchia: l’esercito turco e l’accondiscendenza verso lo Stato Islamico

Partiamo dal primo: lo scorso novembre, Can Dündar ed Erdem Gul, rispettivamente direttore e caporedattore del quotidiano Cumhuriyet, vengono arrestati con pesantissime accuse, in seguito alla pubblicazione di uno scoop sul loro giornale, nel quale si denuncia, con prove evidenti, il trasferimento di armi da parte dell’esercito turco a non meglio precisati combattenti siriani. Can Dündar è stato condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione e si trova a piede libero in attesa del processo di appello. A inizio luglio a Ischia per ritirare il riconoscimento per la difesa dei diritti umani nell’ambito del “Premio Ischia Internazionale di Giornalismo”, ha rilasciato un’intervista a Repubblica, nella quale denuncia le pesanti responsabilità del governo nel caos che sta investendo la Turchia.

I militari, infatti, oltre a far entrare armi nel territorio siriano, hanno sempre chiuso un occhio sul via vai di militanti dello Stato Islamico tra il territorio turco e siriano e sul contrabbando di petrolio a prezzi stracciati che ha rimpinguato le casse dello stato islamico. Gli stessi militari hanno permesso loro di utilizzare la Turchia come base logistica e organizzativa per l’arrivo dei militanti dall’estero e di avere assistenza sanitaria negli ospedali delle città confine, per poi ripartire al fronte una volta terminata la convalescenza. Allo stesso tempo i militari sono stati molto più severi nei confronti dei guerriglieri curdi, che dalla Turchia tentavano di arrivare nelle città siriane proprio per sostenere la lotta per la difesa delle città assediate dal sedicente Stato Islamico.

Un atteggiamento controproducente

L’atteggiamento verso Daesh da parte del governo turco può, da una parte, essere spiegato proprio con la volontà di limitare la presa di forza e autonomia da parte dei curdi e, dall’altra, dalla volontà di creare grossi problemi con ogni mezzo al regime siriano di Bashar al-Assad, nella convinzione di poter manovrare il gruppo terroristico a proprio piacimento. Questo atteggiamento gli si è però ritorto contro, sopratutto nel momento in cui il paese è entrato a far parte della coalizione internazionale che bombarda le postazioni dei jihadisti. Dall’inizio dell’anno, oltre all’attacco all’Aeroporto di Ataturk, ci sono stati altri 3 attentati rivendicati dall’Isis, due dei quali a Istanbul, che hanno sempre colpito luoghi di interesse turistico. L’obiettivo è ben preciso: far crollare un settore, quello del turismo, che contribuisce in modo consistente alla ricchezza del paese, aumentando ulteriormente la sua instabilità.

Questo importante settore economico, come si legge nel loro sito internet, parrebbe essere il target anche di un altro gruppo che ha rivendicato negli ultimi mesi alcuni attentati per mezzo di autobombe e che hanno colpito principalmente obiettivi militari: i TAK – falchi per la liberazione del Kurdistan.

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