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Eroica Fenice

Estinzione globale: sull’orlo della sesta

Estinzione globale: sull’orlo della sesta

Le prime stime della “Sesta estinzione globale”, come è stata definita dal recente contributo “Proceedings of the National Academy of Sciences” firmato da Gerardo Ceballos della Universidad Nacional Autonoma de Mexico, da Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo della Stanford University, pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances, registrano uno spopolamento spropositato di molte specie animali, in alcuni casi del tutto scomparse da alcune aree geograficheDopo le “Big Five”  registratesi nel lontano passato geologico, ovvero le grandi ecatombi causate da super eruzioni vulcaniche, oscillazioni climatiche, cambiamenti nella composizione dell’atmosfera e impatti di asteroidi sulla terra, la biosfera sta ora attraversando, ad un ritmo allarmante, un’ennesima catastrofe su scala globale, considerando i ritmi vertiginosi dell’estinzione delle specie indotti dalle attività umane negli ultimi secoli. La vera differenza è che stavolta è tutta colpa nostra: tra le cause principali vi sono, infatti, la perdita di habitat, la scarsità di prede e il conflitto diretto con gli esseri umani.

L’agghiacciante termine tecnico coniato da Rodolfo Dirzo per descrivere il fenomeno del depauperamento progressivo di vertebrati è «defaunizzazione dell’Antropocene»: stiamo defaunando il pianeta. Adeguando al gergo scientifico la definizione informale, proposto da Paul Crutzen nel 2002, di “Antropocene”, l’epoca geologica attuale è stata correlata ad una specie esclusiva, l’Homo sapiens, in grado in un pugno di secoli di alterare la composizione gassosa dell’atmosfera e trasformare la superficie del pianeta, producendo un vero e proprio «annichilimento biologico».

Estinzione dei vertebrati e perdita della biodiversità

Per capire meglio a che punto siamo nel nostro processo di autodistruzione, i ricercatori hanno analizzato la distribuzione geografica di 27.600 specie di vertebrati e, utilizzando la riduzione dei luoghi in cui essi si distribuiscono, hanno concluso che più del 30% dei vertebrati è in declino, sia in termini di dimensioni che di distribuzione geografica; inoltre, tutti hanno perso almeno il 30% delle proprie aree di residenza e oltre il 40% ne ha abbandonato più dell’80%. A soffrirne di più sono le zone tropicali del globo, dove la fauna ha lasciato ampi spazi liberi; oltre agli ecosistemi rimasti isolati a lungo, molto vulnerabili sono anche le specie con un areale di diffusione ristretto, che vivono in un solo luogo al mondo; tra le specie maggiormente coinvolte vi sono il ghepardo, l’elefante e il leone africano, il rinoceronte nero e l’orangotango, sia del Borneo che del Sumatra. Si tratta, secondo gli autori, di una «massiccia erosione della più grande biodiversità mai esistita sulla Terra». La variabilità genetica delle popolazioni e delle specie è il motore dell’evoluzione, un’assicurazione gratuita contro le malattie e gli attacchi da agenti patogeni: nell’Antropocene si sta perdendo la diversità genetica.

La perdita di biodiversità si proietta inscindibilmente sugli ecosistemi, che stanno diventando sempre meno efficienti nell’assicurare servizi, come la depurazione delle acque, il ciclo dei nutrienti, la manutenzione del terreno, l’impollinazione dei fiori da parte delle api e il controllo delle specie infestanti. «L’enorme declino di popolazioni e di specie riflette la nostra mancanza di empatia verso tutti gli animali selvatici, che sono stati nostri compagni fin dalle origini dell’umanità», ha concluso Ceballos. «È il preludio della scomparsa di molte altre specie e del declino dei sistemi naturali, che hanno reso possibile la civilizzazione».  

Le responsabilità dell’Homo

La ricerca evidenzia come il tasso di estinzione sia drasticamente aumentato subito dopo la rivoluzione industriale di inizio Ottocento e abbia raggiunto le 396 specie nel secolo scorso. La colpa, secondo il rapporto, è fondamentalmente dell’uomo: della sovrappopolazione, della crescita dei macro-agglomerati urbani, dello sfruttamento del terreno per l’agricoltura, dell’emissione di CO2 nell’atmosfera e nelle acque, dell’introduzione di specie invasive e delle tossine immesse nell’ambiente che infestano gli ecosistemi, dell’eccessivo sfruttamento delle risorse biologiche dovuto alla pesca e alla caccia, con la conseguente frammentazione degli habitat ed alterazione delle relazioni specie-aree. Il processo è talmente dilagante che, nell’arco di sole tre generazioni, le modifiche alla biodiversità saranno così significative da riflettersi sulla nostra vita quotidiana, dando inizio a una progressiva distruzione dell’intera catena alimentare.

Di tutte le estinzioni di massa che si sono verificate sulla Terra, questa sarebbe la prima causata dai suoi stessi abitanti. Occorre, pertanto, che l’Homo, più stupidus che sapiens, abitante della Terra da soli 200 mila anni e responsabile della progressiva distruzione dell’ambiente necessario alla propria sopravvivenza, minimizzi l’impatto delle attività umane e quindi le proporzioni del fenomeno, prendendo a modello la Terra che, al contrario con i suoi 4,5 miliardi di anni, ha ricostruito ogni volta la vita con pazienza e in forme più evolute. Ridurre l’inquinamento e lo sfruttamento delle risorse, limitare i traffici delle specie in pericolo di vita, aiutare le popolazioni povere a preservare la biodiversità, sono solo alcune delle azioni da intraprendere.

«È necessario un impegno internazionale», sostiene Ceballos; altrimenti, rischiamo di affidare la nostra disastrosa esperienza di terrestri a un monolite, inciso con la scritta: «Siamo stati qui, non fate come noi!»